R Recensione

9/10

Fleetwood Mac

Rumours

A volte il successo si paga, in termini di credibilità artistica; così almeno recita l’adagio. Il riferimento, come da copione, non concerne tanto l’immaginario collettivo di quella pop culture che fagocita icone e massimalizza ogni segno in una continua esperienza “sensuale”, quanto l’idea, ristagnante nel conservatorismo indie, tesa a rigettare qualsivoglia consonanza fra business e traguardi artistici (eppure Bowie qualcosina dovrebbe avercelo insegnato, no?). Secondo questa visione preferenziale, per i Fleetwood Mac, i trenta milioni di copie vendute di “Rumours” sono stati il lasciapassare per la leggenda e, paradossalmente, il biglietto di sola andata che oggi li relega ad esperienza marginale dei ‘70s, ignorata da quella “intellighenzia” critica per cui “pop” è alimento commestibile solo se condito dal suffisso “indie”.

Già, mi piacerebbe fosse davvero così; se non altro perché, in tal modo, l’intera questione potrebbe liquidarsi come l’ennesimo, truculento malinteso ai danni dei “famosi” di turno. Eppure questa non è la verità. Non lo è perché nella nostra epoca “post-post-tutto” i pregiudizi verso l’overground sono stati buttati alle ortiche persino dalla stampa più intransigente, finalmente rinsavita – che sia la volta buona? – dalle battaglie “underground vs. qualsiasi cosa” degli ‘80s. Ed è proprio alla luce di questo mutato quadro ideologico che l’esclusione dei Fleetwood Mac dal pantheon dei “big” brucia terribilmente: perché questo disinteresse? Perché ci si dimentica – volontariamente? – che nella sua incarnazione “1975 - 1982” la band sia stata la punta di diamante dell’AOR a stelle e strisce? (By the way: poco importa che le origini del combo siano rintracciabili in Terra D’Albione, “questi” Fleetwood Mac restano americani in tutto e per tutto). Perché non tributare il dovuto rispetto a una “trilogia ideale” (l’ancora imperfetto “Fleetwood Mac”, i perfettissimi “Rumours” e “Tusk”) tranquillamente promuovibile a pietra filosofale della popular music tutta? Basta fingere, suvvia; non si sta forse meglio dopo un bell’outing liberatorio?

Ma poi, quale outing d’Egitto? Più che svelare un segreto inconfessabile o pulire l’armadietto dagli scheletri, non si farebbe altro che ripristinare l’equilibrio di un ecosistema pop in cui la band è stata un pezzo grosso della catena alimentare. Non a caso, nelle sue file hanno stazionato tre fra i songwriter/interpreti più carismatici e influenti del loro tempo: il menestrello folk-blues Lindsey Buckingham, la gelida chanteuse Christine McVie e lo spirito inquieto Stevie Nicks, “fimmina” nel corpo e nell’anima, nonché esempio per le donzelle canterine dei decenni a venire (Tori Amos, Courtney Love, Mary J. Blidge… ma la lista sarebbe lunga): sue alcune fra le pagine più memorabili del complesso, tipo quella “Landslide” che hanno coverizzato un po’ tutti, dagli Smashing Pumpkins alle Dixie Chicks, e che l’avesse scritta Joni Mitchell o Laura Nyro ora staremmo qui a strapparci i capelli, eleggendola all’unanimità uno dei massimi capolavori del cantautorato in gonnella (ma lo è comunque, non temete!). D’altro canto, il miracolo non sarebbe stato possibile se queste tre primedonne non avessero potuto contare su una delle sezioni ritmiche più potenti e collaudate dell’epoca, composta dallo stangone Mick Fleetwood alla batteria il pilastro su cui si è retta la combriccola fin dagli esordi blues-rock nei tardi ’60s – e dal basso bello rotondo dell’impeccabile John McVie.

Un’alchimia di stili e personalità, quella raggiunta in “Rumours” (Warner, 1977), capace di generare focosi giardini delle delizie, lenzuola intrise di umidi incantesimi pop, stregonerie produttive in cui la West Coast esorcizza i suoi fantasmi e celebra una nuova, “lubrificata” economia di linguaggio. Un documento capace di parlare al proprio tempo – quello del boom della disco, delle copule “cybertroniche” di Donna Summer su “I Feel Love”, del punk “Made in USA” che lentamente traslocava in Inghilterra – prendendone le distanze, e porsi così nell’invidiabile posizione di “classico”. E poi c’è il sottinteso fattuale a insaporire il soffritto di svenevolezze da soap opera: riecco il “Peeping Tom” latente in ciascuno di noi a godersi la mise en scène del dolore, a spiare dal buco della serratura la fine di ben tre relazioni sentimentali (il fidanzamento fra la Nicks e Buckingham, il matrimonio di Fleetwood, quello fra John e Christine McVie), con i cantanti che si mandano vicendevolmente a quel paese, o meditano, insonni, sul loro futuro. Una ciurma di spiriti alla deriva, occupati a fare sci su piste di coca e scambiarsi pettegolezzi – le “second hand news” citate in apertura – da milionari disperati (della serie: “Anche i ricchi piangono…”). C’era materiale umano a sufficienza per costruirci un reality, se all’epoca qualcuno avesse avuto l’intuizione.

Come il gruppo sia riuscito a trasformare cotanto stato confusionale in fruttifera messe di genio, resta uno dei grandi misteri della musica; uno dei motivi per cui l’amiamo, aggiungerei. Eh sì, perché ogni dettaglio, in “Rumours”, pare sempiterno, a partire dalla copertina con la posa equivoca di Fleetwood e Nicks (guarda caso, in quel periodo i due avevano iniziato una relazione all’insaputa degli altri membri della band), fino al suo sound stratificato, curato al millimetro, frutto d’infiniti ritocchi e certosini accorgimenti in sede di registrazione.

Peculiare, fra le tante peculiarità, il trattamento sulle voci: quelle di Nicks e Buckingham sono ulteriormente alzate di tono, laddove il contralto della McVie viene reso ancor più grave e ambiguamente “maschile”. Il risultato è una confusione di gender che si sposa a meraviglia con le premesse “mimetiche” di partenza, ossia raccattare il vecchiume sunshine-pop e folk-rock, trasportarlo in laboratorio, e lì scomporlo e ricomporlo alla luce del Delta blues, le armonie vocali della Frisco Bay e le infinite possibilità manipolatorie dello studio d’incisione; in ultimo, confonderne le origini, trasfigurarne “lombrosianamente” i tratti somatici, creare nuova musica.

Ma veniamo al disco… L’inizio è tutto per il saltellio “buckinghamiano” di “Second Hand News”, numero bubblegum che sottopone i The Mamas & The Papas ad una cura ricostituente (per la povera Mama Cass non ne sarebbe stato bisogno, in realtà) a suon di basso-trivella, un’elettrica blues-rock e controcanti luminosi come il solleone a mezzodì. Interamente acustico, invece, il bozzetto “folkie” “Never Going Back Again”, laddove la muscolosa “Go Your Own Way” è quintessenza AOR di hard-rock lussuoso, sorretto da una melodia a dir poco memorabile.

Da par suo, la tastierista Christine McVie sfoggia un sorprendente chiffon di stili e influenze: la Band riletta e “cadenzata” nel passo epico di “Don’t Stop”, con un bel pianoforte honky tonk e organo a suggerire il viaggio “on the road” nel sogno americano dell’eterna rinascita, delle possibilità illimitate (“In fondo, domani è un altro giorno…”); il pop-blues aromatizzato al clavinet di “You Make Loving Fun”, che nel ritornello si gonfia di cori celesti, angeli “byrdsiani” scesi sulla terra a celebrare le delizie dell’amore clandestino; l’intimismo “mitchelliano” del lied “Songbird”, liturgia panteistica animata da bronzee corde vocali e semplici accordi di pianoforte.

“Dreams” è troppe cose e tutte contemporaneamente, per cui mi si perdoni l’ennesima – e non ultima –  lungaggine. Trattasi non solo del primo e unico numero 1 dei Fleetwood nella classifica americana dei singoli, oltre che prima canzone della Nicks esplicitamente sul “dopo-Buckingham” (“Thunder only happens when it’s raining/ Players only love you when they’re playing/ Say…Women, they will come and they will go/ When the rain washes you clean, you’ll know”), ma anche e soprattutto traguardo inarrivabile di forma-ballata (stranamente impostata su un ritmo quasi disco) a cui è negato il pur intuibile schema “verse-chorus-verse” per divenire flusso di coscienza “statico”, lamento di una voce che è scampolo di luna, ricciolo aeriforme fra gli astri. Altrettanto esemplare il lavoro di “tappabuchi” svolto da Buckingham in qualità di arrangiatore: slide incorporea con sapiente uso del pedale del volume, un pianoforte elettrico a dar man forte al beat, congas, rintocchi di marimba… Non pare d’assistere al “farsi di un’anima”, allo srotolarsi e raggomitolarsi dei tessuti più intimi del proprio “vissuto”? Non ci sono parole a sufficienza, ahimè, nel rammaricarsi per la poca stima di cui gode questo autentico visionario del pop-rock, né per capire come mai “Dreams” non sia considerato – come invece dovrebbe – uno dei capolavori di studio della nostra era.

Fin qui il terreno visibile, quello fatto d’istantanee avvolte in un fascio di luce, per quanto candide o “peperine” esse siano. Ricordiamoci però che “in ogni opera d’arte che si rispetti, come minimo c’è tutto”, e che quindi anche “Rumours” ha la sua zona d’ombra, il suo cuore di tenebra. All’esame dei brani componenti suddetta “dark side” sono dedicati i successivi tre paragrafi; a voi la scelta se leggerli o meno (in caso optaste per la seconda ipotesi, non vi biasimerei).

“Oh Daddy” mi ha sempre trasmesso uno straniante senso d’inquietudine, forse perché associabile, nel titolo, al vaudeville paranoico di “I’ve Written A Letter To Daddy” eseguito dalla “decaduta” Bette Davis/Baby Jane Hudson (ve la ricordate quella scena? Brrr…). In verità, i motivi che giustificano questa chiave di lettura sono diversi, a cominciare dall’ambiguità stessa del “paparino” qui chiamato in causa: un pusher? Un incestuoso padre-padrone? Magari un ingombrante older lover che non si ha il coraggio di scaricare? Bah… L’autrice McVie dichiarò d’aver affettuosamente dedicato il brano a Mick Fleetwood, ma è difficile intravedere sincera gratitudine in versi che, al contrario, secernono venerazione “patologica” e dissimulato desiderio di fuga (“Why are you right when I’m so wrong?/ I’m so weak and you’re so strong/ Everything you do is just alright/ And I can’t walk away from you, baby, even if I tried”). L’ostentata, quasi infantile povertà lessicale e semantica sembra invece collocare la McVie nei panni di una geek girl ante-litteram (ah, Lisa Germano e le sue anti-eroine…) completamente assuefatta/sottomessa al partner “dominante”; abulica fanciullina trentenne a cui nemmeno la fantasia può offrire il conforto dell’arcobaleno o del paese di sogno che, a sentire Judy Garland, si celerebbe al di là di esso (e ci speriamo tutti…). A consolidare il mood interviene poi la musica: coltri di depressione “in minore”, tonfi sordi di pianoforte all’inizio di ogni strofa, la voce indifesa e appena percepibile di un organetto, il concerto di sovratoni che Buckingham estrapola dalle sue chitarre acustiche, manco avesse depredato il David Crosby di “Orleans” e ora ne gettasse al vento i diamanti grezzi, stendendo “catene d’oro da stella a stella”.

Una “catena” di sicuro c’è, ed è quella evocata nel tour de force corale di “The Chain”, unico brano scritto da tutti i membri della band e comunione pagana fra le tre anime del Mac-sound: quella folk della Nicks, quella più perversamente pop della McVie e quella bluesy di Buckingham. L’abbeveratoio è giustappunto il blues rurale a cui si disseteranno i virgulti dell’alt-country statunitense, ma qui è scosso dai tamburi apocalittici di Mick Fleetwood e reso inverosimilmente gotico da un dobro urlante l’evangelismo dei futuri 16 Horsepower. Il risultato è una cavalcata epica che a 3 minuti prende fiato e riparte grazie a un giro di basso – quel giro di basso – dalle timbriche già new-wave (sembra di sentire Jean Jacques Burnel degli Stranglers!), tanto per chiarire che qui non si sta parlando di musicisti squisitamente “fuori dal tempo”

Posto in chiusura, il terzo brano firmato dalla Nicks – essendo il secondo la deliziosa filastrocca a due voci “I Don’t Want To Know” – si riallaccia alle atmosfere magiche di “Rhiannon”, consegnandoci occultismo da “paperback edition” per un’irresistibile Stevie apprendista streghetta. “Gold Dust Woman” è infatti purissimo rituale sciamanico o, all’occorrenza, seduta spiritica infarcita di terrificanti presagi (“Rock on, Gold Dust Woman/ Take your silver spoon and dig your grave…”); ipnotico girotondo per chitarre effettate (una dal timbro synthetico, un’altra acustica e terrigna, un’altra ancora galleggiante in una palude di feedback), bicchieri infranti e voce arrochita, felinamente letale. Piccola chicca: negli ultimi venti secondi della traccia, in un estremo raptus di autoflagellazione, Buckingham si perde in un delirio vocale degno del Tim Buckley di “Starsailor”, quasi fosse prigioniero d’un maleficio. Da far accapponare la pelle, giuro.

Termina proprio così “Rumours”, inghiottito dalle sabbie mobili della paranoia. “Silver Springs” (Nicks), altra devastazione psichica di proporzioni immani, resta fuori dalla scaletta. Finirà a far la b-side del singolo “Go Your Own Way” (oggi è contenuta nell’indispensabile deluxe edition datata 2004), con profondo rammarico dell’autrice, convinta d’aver messo a segno un altro strike, artisticamente parlando. C’è però da dire che la sua eventuale inclusione nel disco avrebbe spostato eccessivamente l’ago della bilancia verso il sentimentalismo “tragico”, mettendo così a repentaglio il delicatissimo – e vanesio – equilibrio su cui si regge l’opera stessa. Che sia stata proprio questa “fleetwoodiana” ambiguità di fondo (sorrisi apollinei o sgocciolii di ombre? Immagine o sostanza? Happy o Sad?) a depistare certi analisti del vinile e convincerli dell’incosistenza del progetto? Difficile a credersi, specie considerato il peso tutt’altro che marginale avuto da parole come “mito” e “illusione programmata” nella genesi e nel continuo (ri)generarsi della musica popolare. Warhol lo sapeva. Bob Dylan lo sapeva. I Beatles e Brian Epstein pure. E allora qual è il punto? No, seriamente…

(Nella prossima puntata: il sottile legame fra “Tusk” e gli ultimi sussulti della “Rivoluzione d’ottobre”, le accuse di spionaggio rivolte a John McVie, e il problema del riscaldamento globale alle soglie di un gelido 1979 che più new wave non si può. Non perdetevela! Ma anche sì… Insomma, fate come volete.)

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Resci 9/10
rael 6/10
lev 7/10
ROX 8/10
sfos 10/10
REBBY 6,5/10
alekk 9/10
Suicida 9,5/10
zagor 8,5/10
Cas 9,5/10
B-B-B 8,5/10
gramsci 9,5/10
Lelling 8,5/10

C Commenti

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swansong (ha votato 9 questo disco) alle 0:11 del 24 ottobre 2008 ha scritto:

Lo sapevo!..eppur continuo a non ritenerli A.O.R...)

caro Matteo, ci avrei scommesso che ti "scappava" la rece (e che rece, i miei soliti complimenti!) sui Fleetwood Mac, dopo la tua segnalazione sul forum...Che dire, l'album è molto bello, anzi oserei dire fondamentale nella storia della musica c.d. "easy-listening" (ovviamente per l'impressionante risultato al botteghino, ma anche, va detto, per le indubbie qualità artistiche), tuttavia, come correttamente fai notare anche tu, c'è da chiedersi come mai i nostri non abbiano raggiunto quello status di "imprescindibili" entro il quale sono annoverati tanti altri artisti e gruppi più meno importanti/noti dell'epoca ed esponenti del filone musicale genericamente e "convenzionalmente" denominato AOR. Credo che una ragione (senz'altro la più banale) la si potrebbe trovare nel fatto che, forse, non avevano il "physique du role", l'impatto scenico, ad effetto o "da arena" che potevano vantare gruppi come Journey, Toto, Foreigner...forse non andavano a stuzzicare, perchè in qualche modo più "colti", quei pruriti adolescenziali che invece solleticavano più facilmente i sopra citati mostri da classifica. Un'altra ragione, forse meno banale, ma più legata alla proposta musicale in sè, potrebbe risiedere in una certa difficoltà dei Mac (e, bada, non lo considero affatto un difetto) a darsi una vera e propria identità artistica, vuoi per la lunga carriera, cominciata col blues e poi allargatasi ad altri generi, vuoi per i vari dissidi ed incomprensioni interni al gruppo, vuoi (opinione personalissima ed opinabilissima) per un'ottima ed efficace, ma non straordinaria, capacità tecnica dei singoli musicisti (un Jeff Porcaro lo ritengo molto più valido tecnicamente di un Mike Fleetwood, così come un Neal Schon rispetto ad un Lindsey Buckingham..). Insomma, queste ed altre ragioni forse possono spiegare la tua delusione rispetto al mancato "riconoscimento" dei Fleetwood, ma poco importa; secondo me, quel che conta, passami l'ovvia banalità, è la musica ed in questo caso siamo su livelli di assoluta eccellenza!

loson, autore, alle 1:28 del 24 ottobre 2008 ha scritto:

Caro Swan, grazie per i complimenti innanzitutto! Venendo al nocciolo del tuo intervento: non sono solo i Fleetwood Mac ad essere sottovalutati dalla critica, ma l'intero fenomeno AOR. In questo senso, gruppi come Journey o Toto, che tu usi come metro di paragone per giustificare la tua tesi, paradossalmente godono d'ancor meno considerazione sulla carta stampata, a meno che tu non legga quell'avanzo di rivista che è JAM! XD Comunque il tuo discorso è molto interessante; se ci riesco vedo di passare in rassegna tutte le tue ipotesi e dirti la mia opinione... Dunque, in primis non credo ai Mac mancasse l'impatto scenico o la capacità di gestire le arene (vedi i trionfali tour di Rumors e Tusk, con la streghetta Nicks e Buckingham veri e propri mattatori), nè penso siano stati così rilevanti i vari cambi d'organico, dato che l'incarnazione 1975-87 possedeva un'identità artistica assolutamente peculiare e ben distinguibile dall'entità blues-rock assunta in precedenza. E' vero che erano più "colti" della media dei gruppi AOR (esclusi gli ELO, ovviamente ), ma questo al massimo dovrebbe essere un punto a loro favore in funzione di una loro "riscoperta", non credi? In fondo, ai Fleetwood non manca l'affetto del pubblico, ma la considerazione della critica (che in teoria dovrebbe valutare la "sostanza" di un gruppo), ed è soltanto su quest'ultimo aspetto che si muovono le considerazioni che ho espresso nella recensione. Circa la questione della tecnica: beh, dipende dalla definizione che tu dai del termine... Buckingham è stato uno dei musicisti più originali del suo tempo pur non essendo un mostro di velocità o cazzi vari, un cantante assai espressivo, fine "pensatore di musica" e produttore oserei dire rivoluzionario (ciò risulterà ancora più evidente nel'eccentrico "Tusk"): questo per me significa essere un grande artista. Mick Fleetwwod poi ha uno stile e un suono che riconosceresti fra mille... Sia chiaro, anche queste sono considerazioni personali, che cioè si accordano al mio modo di percepire l'arte e la musica (insomma, a me della tecnica in senso stretto frega meno di zero, detta come va detta...;D). Ad ogni modo, siamo d'accordo su una cosa: "Rumors" è un gran disco, e tanto basta, caro Swan.

PierPaolo (ha votato 8 questo disco) alle 9:52 del 24 ottobre 2008 ha scritto:

Mai subito il suo fascino

Con rispetto naturalmente per il tuo gusto e i tuoi sentimenti verso quest'opera, comunicati vividamente dalla tua prosa brillante e contagiosa. Le mie quattro stellette sono a merito di Dreams, unico brano immortale del disco a mio sentire. Le vie del pop rock nella mia testa hanno preso ben altri percorsi (il primo dei Boston, ad esempio, per restare nella stessa epoca).

swansong (ha votato 9 questo disco) alle 11:30 del 24 ottobre 2008 ha scritto:

Hai ragione da vendere in effetti Loson! E' tutto il movimento c.d. AOR ad uscire con le ossa rotte dalla critica "bene"...ma sai a questi quanto gliene può fregare? Si godono il conto in banca!

Ovviamente no! non leggo Jam, l'unica fanzine "leggera" che ancora compro con piacere è Classix, veramente ben fatta, te la consiglio, anche perchè ci collaborano molti critici miei "idoli" dell'infanzia musicale (ad esempio il mitico Gianni Della Cioppa e non solo)...quanto al resto sono d'accordo con te, magari è una questione di punti di vista, sta il fatto, comunque, che certi lavori dell'epoca a cavallo fra la fine dell'era d'oro dell'hard-rock blues dei seventies e l'inizio degli anni ottanta, me li ascolto sempre che è un piacere e Rumors è uno di quelli che finisce più spesso sul mio piatto! See you!

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 22:45 del 24 ottobre 2008 ha scritto:

landlslide

Bill Clinton apprezzerebbe assai la tua recensione e le tue considerazioni. A suo dire i FM sono il più grande gruppo di sempre. Per me sono stati tra i migliori nei quartieri alti di un certo pop. Accattivanti fin quanto si vuole, ma ho sempre bazzicato più volentieri altrove.

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 22:50 del 24 ottobre 2008 ha scritto:

Can I sail through the changing ocean tides?

E sono d'accordo su"Landslide", a mio avviso una delle più belle canzoni di sempre.....ricordo che quando gli Smashing Pumpkins ne fecero una cover, molti storsero il naso, ironizzando sui gusti musicali di Corgan, notoriamente kitsch.

simone coacci alle 0:14 del 25 ottobre 2008 ha scritto:

Puttana Eva! è la cosa migliore che abbia mai letto su qualsiasi cosa. . E non ho mai ascoltato il disco. Sei un persuasore occulto.

P.S: Chissà se Clinton ha ripetuto la stessa cosa ai Rolling Stones pur di scroccarsi un palco reale in "Shine a Light" di Martin Scorsese.

"Sai Mick, siete il più grande gruppo del pianeta dopo i Fleetwood Mac, me li dai 30 biglietti gratis?" ihihihih

loson, autore, alle 19:22 del 25 ottobre 2008 ha scritto:

RE:

Simò, ti giuro che sono commosso. Detto da te, è uno dei complimenti più belli che abbia mai ricevuto (anche se, per fortuna, c'è chi scrive molto meglio di me...). Thanks, bro! X DonJunio: pensa che conobbi i Fleetwood proprio grazie alla cover dei Pumpkins, e si parla di epoche remote della mia vita. "Landslide" non è solo un gioiello inestimabile, ma resta una delle canzoni più importanti per me, a livello personale. Sono kitsch pure io, lo so...

lev (ha votato 7 questo disco) alle 9:06 del 26 ottobre 2008 ha scritto:

non male

il disco è senza dubbio piuttosto piacevole, con un paio di pezzi memoraboli. ma mi sembra nel complesso piuttosto leggerinino (almeno x i miei gusti).

TheManMachine (ha votato 9 questo disco) alle 11:59 del 26 ottobre 2008 ha scritto:

Secondo me siamo di fronte a uno di quei dischi che, come tutte le grandi opere musicali, trascendono i generi. Ricordo che uno dei rocker più ispirati che abbiano attraversato la scena musicale italiana dei Settanta, Eugenio Finardi, disse in un'intervista che "Rumours" era stato tra i dischi più importanti per la sua formazione musicale. Recensione al più alto livello di professionalità richiedibile, con in più il valore aggiunto della passione. Grandissimo Matteo, mi inchino umilmente al cospetto di questa pagina!

Baldaduke (ha votato 9 questo disco) alle 15:12 del 13 dicembre 2008 ha scritto:

Una grande recensione per un grandissimo disco. Complimenti Matteo!

Resci (ha votato 9 questo disco) alle 1:31 del 2 gennaio 2009 ha scritto:

Stevie Nicks - Dreams

Complimenti per l'articolo.

Erano anni che cercavo un commento su Rumours così efficace.

Sinceramente io, pur essendo del 1961, sono arrivato a scoppio ritardato su Fleetwood Mac.

Devo dire che negli anni 80 fui fulminato da questo disco magico.

Trovai Dreams di una bellezza, di una sensualità e di una perfezione devastanti.

Dopo Dreams non sono più stato lo stesso, pur avendo trascorso tanti anni sui Genesis.

Ho avuto varie evoluzioni di gusto, partendo da Burt Bacharach, transitando dal Jazz Rock dei Weather Report ( grande concerto nel 1980 al Palalido di Milano ) e di Pat Metheny, fino all'assestamento sul Jazz anche abbastanza evoluto.

Ma Stevie Nicks con la sua Dreams continua a mettermi i brividi, anche perchè ho scoperto che la base tonica musicale era quella che avevo intuito.

/ Fmaj7 G6 Fmaj7 G6 / / / / (Fmaj7 G)

Paranoidguitar (ha votato 9 questo disco) alle 10:47 del 2 marzo 2009 ha scritto:

il disco lo sto assaporando in questi giorni... l'essere smaccatamente commerciale lo vedo come un pregio e nello stesso tempo come un difetto. A me pare un grandissimo disco, ma comprendo benissimo anche le critiche dei detrattori. Oggettivamente però non si possono dare meno di quattro stelle.

Bellerofonte (ha votato 9 questo disco) alle 23:05 del 26 marzo 2010 ha scritto:

Melodie ineccepibili

A mio avviso nel suo genere secondo solo a The queen is dead. Ma sicuramente il disco pop che si ascolta con la più incredibile naturalezza. Quasi come se lo avessi sempre ascoltato

ROX (ha votato 8 questo disco) alle 19:01 del 28 gennaio 2011 ha scritto:

io adoro da sempre i Fleetwood Mac, le loro voi e le lor melodie: questo album è bellissimo, ma Tusk lo è ancora di più, secondo i miei gusti. Anche io non ho mai capito perché questo gruppo sia sempre stato ignorato dalla critica, visto che di pezzi bellissimi, a partire da Dreams, ne hanno sfornato parecchi.

dalvans (ha votato 8 questo disco) alle 16:09 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Buono

Buon disco

sfos (ha votato 10 questo disco) alle 0:28 del 25 agosto 2012 ha scritto:

Loson, sto qua ad aspettare ancora la prossima puntata!

Venendo al disco, nulla da aggiungere alla mirabile rece, se non che questo è il disco in cui si sente davvero l'alchimia di una band, quella catena che ne lega i componenti come in un incantesimo. Talmente magico e perfetto che mi fa paura. E in Tusk si spinge ancora di più sul versante gotico, con flussi di coscienza trasportati dal vento freddo della notte, come in Sara o Sisters od the moon. Bisogna aggiungerlo al database assolutamente.

ROX (ha votato 8 questo disco) alle 9:39 del 25 agosto 2012 ha scritto:

concordo... ci vuole la recensione di Tusk

braian-ino (ha votato 10 questo disco) alle 19:21 del 7 gennaio 2013 ha scritto:

Un disco schifosamente pop.

Tanto da farmi innamorare al primo ascolto.

alekk (ha votato 9 questo disco) alle 19:29 del 17 gennaio 2014 ha scritto:

una meraviglia. uno dei migliori dischi pop(o soft rock) di sempre. Dalle morbidissime Dreams e Songbird alle magnifiche Don't Stop(irresistibile),Go Your Own Way(ritornello memorabile)e Chain (con un duetto basso chitarra nella coda da urlo).

E nella conclusiva Gold Dust Woman rieccheggia l'alone mitico dei Jefferson Airplane. Che dire..perfetto!

Utente non più registrato alle 13:17 del 18 gennaio 2014 ha scritto:

Attraverso il Peter Green di Hard Road (J. Mayall) ed al suo The end of the game arrivai ai FM..ma a Then play on..

ben altra cosa rispetto a questo, comunque piacevole per un ascolto "leggero"...

B-B-B (ha votato 8,5 questo disco) alle 11:54 del 12 aprile 2015 ha scritto:

Disco favoloso, ma per me il loro apice resta "Then Play On"

REBBY (ha votato 6,5 questo disco) alle 20:14 del 12 aprile 2015 ha scritto:

Come ben spiega Matteo nella sua ricca recensione, i Fleetwood Mac con Peter Green in formazione e quelli di questo album sono due band diverse, anche se hanno in comune il nome, bassista e batterista. I primi furono tra le più significative band rock blues degli anni 60, questi " la punta di diamante dell'AOR americano". Esprimere quindi di preferire Then play on o Blues jam at Chess rispetto a Rumours significa generalmente esprimere di preferire un genere rispetto all'altro (e viceversa).

Io Rumours,in diretta, lo ascoltavo a casa del mio amico Paolo che aveva "gusti filo americani" ed all' epoca leggeva il Mucchio selvaggio (il primo numero è uscito nel 77). Forse ho anche posseduto una cassetta registrata, ma non ne son sicuro. Di sicuro, quando ho acquistato 4 o 5 anni fa il vinile in una bancarella dell'usato (spinto dal consiglio dato qui da Matteo) e l'ho riascoltato, mi sono accorto che me lo ricordo bene.

Premetto che non amo tanto l'AOR, ma non ho difficoltà ad ammettere che questo è un disco appagante.