R Recensione

9/10

Cop Shoot Cop

Consumer Revolt

Fratelli minori e degeneri di Foetus e dei Missing Foundation, dei quali possono essere considerati una sorta di alchemica e prodigiosa commistione, i Cop Shoot Cop si formano in quel di New York sul finire degli anni ’80.  Del primo presentano la predisposizione al collage e alle tematiche più turpi che possano riguardare l’animo umano, dai secondi , oltre l’innegabile barbarie che contraddistingue il loro sound degli esordi, una verve politicizzata che pur verrà alla distanza negli album successivi.

La band ruota da principio su una formazione a tre, composta da Tod Ashley (accorciato in A.), basso e voce e da Phil Puleo alle percussione e David Ouimet ai campionamenti. Il sottosuolo di New York ne viene, di conseguenza, oltremodo sconquassato. Muovendo da una nobile tradizione che va dalla musica industriale di Throbbing Gristle e Einstuerzende Neubauten, alla No Wave (e qui a maggior ragione vista anche l’ambientazione delle loro pantomime), all’indefinibile Foetus, passando per il Nick Cave stramaledetto di “From Her to Eternity” e i maggiormente politicizzati cugini Missing Foundation, arriveranno di lì a poco a raggiungere lo zenith della musica industriale (e di qualsiasi altro genere passato al vaglio della loro destabilizzazione) dal loro esordio fino ad oggi.

Ashley e i suoi riescono a far parlare di sé già dalla scelta del nome:  non si sa con precisione cosa portò i tre a ribattezzarsi Cop Shoot Cop, di certo, come ebbe a rivelare Puleo, contribuì non poco il disprezzo condiviso nei confronti della polizia (alla luce in particolare di efferati raid di cui, probabilmente, lessero sui giornali), sebbene pare che possa  essere, in slang, un’espressione che indichi l’acquisto di droga, l’iniettarsi di questa, ed il conseguente riacquisto per cercare di riempire la botte bucata di Platone;  al desiderio compulsivo di qualcosa si sostituisce la sua vacuità. Non che i nostri fossero dei tipetti passivi eh, giacché erano abbastanza intenzionati ad emergere dall’anonimato del suolo newyorkese facendosi pubblicità attraverso manifesti di loro creazione, i quali semplicemente riportavano il nome della band: e bastò questo per destare subito la curiosità del fitto sottobosco di irregolari della città.

Nel frattempo , ancora in formazione a tre, pubblicano per la label giapponese Supernatural Organization  l’ep Headkick Simile (1989, che verrà ristampato con aggiunte cinque anni dopo) con Wharton Tiers ingegnere del suono;  i brani, tra i quali spicca Shine on Elizabeth mettono subito in chiaro che per la band di Ashley non ci sia spazio alcuno per la redenzione.  La musica, martoriata e stuprata, quando non pervenuta  a  scapito di folate di rumore bianco, è messa da parte in favore di una rappresentazione terribile, e proprio per questo autentica, della società coeva e delle sue derive:  sono gli anni del crollo del comunismo, dell’aids piaga inarrestabile, la guerra del Golfo è alle porte e i sogni del decennio che giungeva al termine venivano spazzati via da una sana ondata di iperrealismo, e dalla stessa  società  post-industriale giunta al proprio apice. 

Insomma,  la materia attraverso la quale plasmare uno dei più inquietanti incubi mai trasposti nella storia della musica popolare viene smossa dall’incedere degli eventi, cadenzato su rientranze infernali: gli ultimi anni ’80, visto il rapido declino del sogno degli yuppies rampanti, sono quelli in cui ci si torna a guardare allo specchio, quasi una nuova ondata punk, ma più consapevole, l’impero fatuo del synth pop viene travolto da nuovi movimenti che danno linfa alla musica da classifica (leggasi alla voce “grunge”, che poco di buono a mio avviso presenta sul versante musicale, ma molto su quello dei contenuti e delle emozioni). I Cop Shoot Cop si assestano su una posizione inedita e affascinante, consolidandola a partire dalla prima esibizione come spalla dei leggendari Half Japanese.

Nel frattempo, i mesi che vanno dal 1989 al 1990 vedono altri, importantissimi cambiamenti all’interno della line-up: si unisce il bassista Jack Natz, ex membro del gruppo hardcore The Undead, il che porterà Ashley a lasciare l’utilizzo del suo strumento per qualche tempo (salvo riprenderlo in mano proprio in occasione dell’esordio, e sarà questa una delle mosse vincenti dei CSC, ossia una formazione per forza di cose atipica con due bassi che non solo dettano il ritmo, per lo più mantenuto dalla magistrale batteria di Puleo, ma tessono trame che lasciano trapelare, tra folate di campionamenti, le poche linee melodiche dei brani): tuttavia il risultato non è ancora appieno soddisfacente, il peculiare  “high end” di Ashley, viene in un primo momento messo da parte a favore di quello più tradizionale da rock-band (nella fattispecie hardcore) del pur ottimo Natz, per cui in seguito si opterà per una soluzione che veda la compenetrazione dei due bassi, autentico marchio di fabbrica dei nostri.

I Cop Shoot Cop acquistano un’identità sempre più forte, e la scelta di suonare con due bassi desta curiosità tra la critica illuminata: ci si aspetta un esordio degno di entrare negli annali della musica industriale, o perlomeno qualcosa di difficilmente ascoltabile in precedenza. I live sono incendiari e senza compromesso alcuno, Tod rimane il leader indiscusso della band, sebbene ogni tanto Natz lo supporti alla voce e anche gli altri membri del combo si cimentino nella stesura dei brani: eppure nessuno di questi ha il suo talento da songwriter, per cui questi rimarrà oltre che il frontman della band anche il maggior compositore dei brani (si fa ancora davvero fatica a etichettare il frutto delle fatiche dei CSC come “canzoni”).

Nel frattempo al più volte successivamente dimissionario David Ouimet si affianca ai campionamenti un certo Jim Coleman,  destinato a far fare il salto di qualità definitivo alla band: entrambi appaiono sul secondo EP “Piece Man” uscito per la Vertical e dipinto con sangue di porco, altra mossa che desta scalpore e curiosità attorno al collettivo, ormai in rodata formazione a 5.

Da qui il passo a questo “Consumer Revolt” è breve e trionfale; prodotto da Martin Bisi, è in tutta probabilità se non l’unico, il miglior album mai uscito che presenti doppio basso e doppi campionamenti, nonché il loro miglior lavoro: infatti, se il secondo “White Noise” (a mio avviso ottimo) allarga ulteriormente lo spettro delle loro influenze e s’avvicina al noise rock di certi loro concittadini (su tutti gli Unsane), ed il terzo (a mio avviso un po’ sopravvalutato…) “Ask Questions Later”,  pur mantenendo un certo impatto, avvierà la normalizzazione del loro suono  verso lidi mainstream non senza produrre risultati notevoli (nella fattispecie la mitica “Room 429”), ma sacrificando lo stratosferico impeto e la furia cieca dei primi tempi, cristallizatasi in canzoni vere e proprie, è questo “Consumer Revolt” lo zenith assoluto della band, un atto d’accusa nei confronti della società post-industriale rabbioso eppure così articolato, da essere degno quasi di stare accanto a certe opere di letteratura modernista, eppure travisato dal recupero di un espressionismo esasperato, quasi come se Gottfried Benn si fosse incarnato nella precisione chirurgica con cui Ashley distrugge millenni di falsa consapevolezza.

Il disco esce nel 1990 a cura della Circuit Records, e viene prodotto dal già citato Martin Bisi (già al lavoro con Sonic Youth, Unsane e tanti altri) ovvero una delle anime inquiete della No-Wave, come a rimarcare il legame strettissimo con la città di New York, la sua scena ed il suo sotterraneo, ed è proprio questa il Leitmotiv che sembra tenere legati tutti i pezzi: New York non è la Grande Mela succosa tanto idealizzata da quasi tutto coloro che la vedono solo dall’esterno,  bensì il centro dell’Inferno, una centrifuga che non risparmia niente e nessuno. In questo incavo, i versi iniziali del primo brano “Lo.Com.Denom.” sono programmatici e bastano da soli a dipingere lo scenario delle loro storie: “This ain’t no place for ideals /this is no time for change” è molto più della inflazionata dichiarazione di intenti, è già una discesa agli inferi che non ha freno: la musica (?) è un ammasso scrosciante di dissonanze metalliche e percussioni sfrenate,  ottimo incipit che mette a fuoco la loro arte di sovvertire i generi e gli idiomi estremi della musica popolare, codificandoli in una sintesi inedita e dando nuova linfa alla musica industriale tutta. Dell’hardcore rimane l’attitudine, il piglio selvaggio e nichilista più oltranzista, sebbene sia questo un aspetto maggiormente riconducibile al loro secondo album, dato che “Consumer Revolt”,seppure sui generis, è industrial.

I risvolti dell’inferno sanno essere pregni finanche di confessioni, la seconda “She’s Like A Shoot” è la canzone d’amore che non ci si aspetta, un’amore malato, ossessivo, proprio per questo reale e libero dalle pastoie abbacinanti del sentimentalismo;  Ashley dimostra per la prima volta di avere anche la stoffa del grande songwriter, seppure sia ricoperta da una coltre di detriti: nel collasso della civiltà anche l’amore ha la peggio (“she found the hole in my heart / she found the crack in my wall / crawling in through a hole in my heart / she busted me out of that head”) oltre a non avere redenzione alcuna (ed è forse per questo che Ashley è stato paragonato da più parti al Nick Cave meravigliosamente maledetto e incazzato degli esordi, seppure quest’ultimo muova da un substrato mitico che sembra non appartenergli).

Waiting for the Punchline” incrementa ulteriormente il tasso di inquietudine, gran lavoro dei due bassi, tesi a squarciare le dinamiche percussive in giochi disarmonici di presa evidente, mentre tutto attorno non riesce a decidersi tra implosione e tensione verso l’esplosione. L’entropia è tuttavia razionalizzata eppure non interpretabile come bisogno dell’essere e anelito spasmodico all’impegno nel mistero: Ashley non si pone una strada da perseguire, in tal senso paradigmatica è la chiusa del brano (“get off my back / easy on the apholstery / this rage has run me ragged / time to change my skin / can’t get no sleep and I’m tired of trying / insomnia’s another word / for too much on your mind / waiting for the punchline…”).

Il primo spartiacque del disco può essere considerato  “Disconnected 666”, una piccola gemma dell’arte principale dei primi Cops, ossia disturbare con pochissimi mezzi. L’input è dato da una voce sconnessa che ripete il numero 6 ad libitum, mentre di sotto si agitano folate di toni e messaggi campionati. L’effetto è straniante, l’ascoltatore rimane congelato. Si riparte forte con “Smash Retro”, uno dei loro collage più efferati, dalle cui dinamiche ritmico-motoristiche s’alza la voce singhiozzante di un uomo ferito a morte, o forse il rantolo d’un animale (“sick of nostalgia / for what I can’t remember / feed me the past / and expert me to eat it / well I hate the sixties / and I’m sick of all you hippies / smothering all stations / with your regurgitations” : in poche parole, la presa di coscienza definitiva della fine del sogno hippy).

Con “Burn Your Bridges” (di cui se ne ricordano strepitose versioni live) il disco entra nella sua fase più calda presentando un campionario degli effetti più disparati della musica dei nostri, il cui flusso viene riconnesso appieno da una percussività debordante e chirurgica. La desolazione umana raggiunge un altro acme: “ I’ve got a crack in my window / you’ve got a hole in your shadow /know what you like / like what you know (…) shit in a jar / bite the hand that feeds you / burn your bridges behind you”. Nichilismo privo della positività nietzschiana segna un nadir senza fondo, un baratro sull’orlo del quale danzano gli eventi passati e quelli futuri. “Consume”, un altro dei loro tributi all’avanguardia, breve e incisivo, fonde atmosfere cinematografiche, sgorghi di lavandino e anfratti infernali.

Fire in the Hole” è un altro dei loro pezzi cardine considerato che lascia emergere ben evidente la matrice dadaista del loro progetto, soffocata in precedenza dall’esasperata messa a fuoco dell’elemento espressionista, che pure non viene a mancare: inserti di musica concreta deturpati dalla loro prassi e ancora grandissime percussioni sono alla base di un capolavoro nel capolavoro. I testi rimangono un pugno nello stomaco di inaudita ferocia , una strofa come “punch the clock / kick the clock-face / face the Muzak, face the Muzak / down the basement building bombs / washing down some sore illusions” si commenta senza ulteriori spiegazioni.

La già citata prassi di scomposizione di generi trova un altro vertice di creatività assoluta nell’incalzante “Pity the Bastard”, forte come non mai dell’intelaiatura di base della band, bassi roboanti e masse sature di materia pulsante in divenire con percussioni ancora protagoniste; intorno ai 2:30 si apre uno scenario in disfacimento venato di clangori metallici che prepara l’ingresso di tastieroni gotici, un gioco di pieni e vuoti in equilibrio e collisione che ha pochi eguali nella storia della musica popolare, corredato dall’ennesimo testo traboccante odio, disagio e nichilismo (“I stand naked before your eyes : a sullen drunk with a swollen head / what’s a lousy cut of meat / without a stinking piece of bread?”).

Down Come the Mickey” si apre sghemba e sinistra, un giro seguito da una recitazione prima pacata poi man mano sempre più convulsa, la quale esplode in un ritornello strozzato.  Il brano ha un andamento altalenante e pur senza tergiversare, lo sdegno si leva più alto in progressione; è questo finanche l’omaggio più sentito di Ashley alla fascinazione per la Boheme: “my friends are bad Bukowski / and I’m a bad joke / that reprime at parties / don’t write it in stone / unless it’s an epitaph / these things are worth one laugh” (…) “and this one’s for the ones / that took it hard with a cheap shot / this one’s for him what wrote this verse”, sono versi che la testimoniano senza scadere nell’autocelebrazione.

Si scivola verso la fine del disco con un trittico finale da mozzare il fiato; “Hurt Me Baby”, così volutamente biascicata e priva di messa a fuoco da avvincere nelle proprie spire e lasciare interdetti, preludio al massacro di “System Test”, campionamenti a raffica e tumulti (dis)armonici , roba da far scappare la Wehrmacht a gambe levate (“testing… testing… are you receiving? / 1, 2, 3, 4… over… over… this is designed to fuck your system”).

Chiude l’album l’azzeccatissima “Eggs for Rib”, degna chiusa dell’opera, calderone di generi e stili giustapposti, col canto di Ashley subito in bell’evidenza. Si riconoscono le tracce dei generi chiamati in causa ma non si riesce a trovarne un baricentro che definisca una volta per tutte l’influenza principale. Salta anche ad un ascolto distratto una matrice ballabile alla Foetus, pur brutalizzata dalla loro prassi, che fa già da ponte per l’approdo alle opere successive, ben supportata da un senso ritmico che si scopre, come non mai, accessibile. Le brutture tuttavia son sempre dietro l’angolo, “slack-jawed and fully loaded / you stood there pissing on your feet” recita sarcastico e beffardo Ashley.

Questo “Consumer Revolt”, nonostante le asperità che possono intimorire un certo tipo di ascoltatore, ha il merito innegabile di aver iniziato a traghettare certe sonorità verso una compenetrazione via via più marcata con la forma canzone, che pure qui di sovente è ancora relegata ad un aspetto marginale.  Pur acerbo, è in tutta probabilità l’opera migliore del combo newyorkese, in virtù di una carica espressionista abissale, picchiettata qua e là di spleen disumanizzato, sebbene se la giochi sulla breve distanza col successivo “White Noise”, considerato dai più come disco di transizione e invece per lo scrivente altro capolavoro (forte di almeno cinque pezzi da leggenda). Il baccanale senza chitarre - leggi alla voce Foetus, oltre a farne un caso, li emancipa felicemente dagli stereotipi di certo noise-rock e hardcore industriali che di lì a poco prenderanno piede. A conti fatti, uno dei più grandi album di sempre: non credete a chi vi dice che “Ask Questions Later” sia la loro pietra miliare; il testamento dei Cops sta già tutto qui. Che poi questo sia un disco di musica industriale, di noise-rock aberrante e senza chitarra, di industrial-core o quant’altro, beh… lascio che sia il singolo ascoltatore sulla base della propria sensibilità a decidere.

V Voti

Voto degli utenti: 9/10 in media su 6 voti.
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ozzy(d) 10/10
Cas 9/10
loson 9/10

C Commenti

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ozzy(d) (ha votato 10 questo disco) alle 1:11 del 3 agosto 2009 ha scritto:

Disco immenso, tra questo e "white noise" due apici del noise e non solo. Giustamente fai notare che su "ask questions later" sostanzialmente riprodussero in bella copia le devastanti intuizioni del debutto, ma senza poterne replicare la lucida follia. Bravo Michele!!!

DonJunio (ha votato 9 questo disco) alle 12:13 del 3 agosto 2009 ha scritto:

Gli preferisco "white noise", il perfetto bilanciamento tra impatto sonoro e idee compositive, con buona pace di chi lo giudica un album di transizione. Esordire col botto così però non è da tutti, siamo nelle terre estreme degli autentici innovatori.

loson (ha votato 9 questo disco) alle 19:43 del 3 agosto 2009 ha scritto:

Doveroso ripescaggio/celebrazione, bravo Michele. Mi sarebbe piaciuto leggere qualche parola in più su Martin Bisi, a tutti gli effetti uno dei produttori simbolo degli anni '80 (underground e non), ma va bene lo stesso.

Michael Stich, autore, alle 19:54 del 3 agosto 2009 ha scritto:

Grazie a tutti

Colgo l'occasione di ringraziare tutti per i complimenti. Purtroppo ho due grandissimi difetti, quali l'assenza del dono della sintesi, oltre una certa imperfezione formale nella scrittura delle recensioni in genere (spero di riuscire ad affinare il mio stile). Per quanto riguarda Martin Bisi, avrei voluto dilungarmi maggiormente, specie in virtù di certo materiale scovato qua e là, soltanto mi sarebbe sembrata una terribile leccata di piedi per un personaggio che non ne ha di certo bisogno e che meriterebbe un articolo (scritto magari da qualcuno più rodato di me). Grazie ancora

loson (ha votato 9 questo disco) alle 20:58 del 3 agosto 2009 ha scritto:

RE: Grazie a tutti

Ah ah, leccata di piedi? Mica stiamo parlando di Brian Eno, dai... ;D Credo proprio che il lettore medio di storia non sappia nemmeno chi sia Martin Bisi... Detto ciò, un articolo sul personaggio in questione potresti scriverlo proprio tu, che mi sembri "rodato" sull'argomento! Ciao.

Michael Stich, autore, alle 21:09 del 3 agosto 2009 ha scritto:

Martin Bisi

Comunque si, Bisi è sconosciuto ai più e andrebbe approfondito (ritengo in particolare abbia fatto un grande lavoro con gli Unsane di Total Destruction). Che io sia rodato sull'argomento? Mah, forse, ora punto a scrivere qualcos'altro, un'altra recensione, poi si vedrà. Grazie ancora

ozzy(d) (ha votato 10 questo disco) alle 19:41 del 4 agosto 2009 ha scritto:

Gran disco anche "total destruction" michele, spero lo recensirai per ricostruire da par tuo i vari tasselli del mosaico noise-industrial newyorchese....cosi darai qualche altra bella lezione a chi nel 93 venendo folgorato sulla via di damasco dai cop shoot cop addomesticati credeva di aver fatto chissà quale scoperta.