Wolf Parade
At Mount Zoomer
C’è poco da fare: negli ultimi anni i canadesi lo fanno meglio. L’indie-rock. A tre anni dall’acclamato debutto di “Apologies To The Queen Mary”, tornano i Wolf Parade, combo di Montreal che si pone come intersezione tra elementi di altre band (Frog Eyes, Sunset Rubdown, Handsome Furs, Swan Lake) e che è caratterizzato da un aspetto bifronte dato dall’alternanza vocalica tra Dan Boeckner e Spencer Krug. L’uno rimanda al nasale Beck, l’altro all’epilettico Isaac Brock (Modest Mouse), loro mentore alla Sub Pop. Ed è già un bel calderone.
L’impressione di iper-indie-band aumenta dopo l’ascolto del disco: i Wolf Parade fanno da comun denominatore di un’intera scena, che va a comprendere anche Arcade Fire (il disco è stato in parte registrato dentro la chiesa dove i québécoises hanno partorito la bibbia al neon), Broken Social Scene e la maggior parte delle manifestazioni retro-rock a stelle e striscie (Cloud Cult, The Spinto Band, per dirne un paio).
Rispetto al primo album c’è meno ruvidezza, una dose leggermente più insistita di decorazioni elettroniche, un maggiore rispetto per la struttura tradizionale della canzone, una più apprezzabile omogeneità. I Wolf Parade sono meno ondivaghi, meno sfilacciati, pur mantenendo un’energia travolgente e vorticosa che fa spesso girare i loro pezzi come trottole, in modo imprevedibile. Ma ciò non provoca, come nel debutto, casi di dispersione ispirativa, stimolando piuttosto una crescita esplosiva dell’estro, con vera attitudine arcade-firiana.
Esempio: “Language City”. Attacco con un piano noir (un po’ Cure), ricchi intarsi di tastiere e chitarre, e poi una seconda parte del tutto indipendente dalla prima (presente “Black Waves / Bad Vibrations”?). A tratti pare che si respiri un’aria da goth-rock delle origini, un po’ Siouxsie & The Banshees, con giri di chitarra vagamente emaciati e un piano teatrale: bellissime, in questo senso, “Call It A Ritual” e la più schizofrenica “Bang Your Drum”.
C’è poi un lato più solare: “Soldier’s Grin” e soprattutto “The Grey Estates” sembrano tolti da “Nice And Nicely Done” degli Spinto Band: chitarre angolose, melodie catchy, batteria nervosa, tastiera campanellante. Pare davvero di attraversare gli ultimi cinque anni di esperimenti indie: il Mount Zoomer (studio dove sono nati i pezzi) permette un ampio panorama su tutta la musica dei dintorni, con belvedere imperdibili: “Fine Young Cannibals” (omaggio giocoso alla band di “She Drives Me Crazy”?) intreccia deliziosamente jingle di chitarre e tastiere eighties per sei minuti di rilassamento (Roxy Music più che Talking Heads); “California Dreamer” è pura frenesia rock, con un basso up-tempo da antologia; “Kissing The Beehive” è una lunga collezione (11 minuti) con tendenze prog che mescola le voci di Boeckner e Krug e le rispettive influenze, facendone uscire persino momenti di spiccati Franz Ferdinand; “An Animal In Your Care” fa convivere un Bowie malinconico (prima parte) con un esotismo estremo-orientale che i Vampire Weekend invidierebbero (seconda).
I Wolf Parade hanno dichiarato di aver atteso più del previsto per pubblicare questo “At Mount Zoomer” per poter dare alla luce qualcosa di slegato dal lavoro precedente: operazione riuscita, anche grazie ai rispettivi progetti paralleli dei canadesi, a cui sono evidentemente destinati i momenti più sperimentali e coraggiosi (ma non sempre felici). Senza paura del citazionismo: un bel disco.
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