A Some songs are better than others

Some songs are better than others

Alle scuole superiori l’universo femminile custodiva e rispettava regole sociali sacre, inviolabili e diverse dal diritto comune. Plotoni di sociologi e psicologi non avrebbero potuto spiegare gli atteggiamenti delle studentesse del Liceo. Persa ogni identità politica alla fine degli anni ‘70, le ragazze degli anni ’90 vivevano in un limbo stretto fra gli estetismi degli anni ’80 e il vuoto del decennio che seguirà. Avere 17 anni nel 1991 significava dover essere belle (requisito non necessario negli anni del femminismo) e anche intelligenti (caratteristica addirittura malvista negli anni dei paninari). Un dramma. In questo ambiente permeato di maschilismo (o meglio, anti-femminismo), le poverette provavano a dar senso alle proprie ambizioni, cercando a fatica di contrastare il debordante auto-compiacimento maschile. Perché all’epoca noi maschi si era tutti artisti, permeati di teen spirit e decisi a cambiare il mondo con la nostra astenia. Che si fottessero i nostri padri e le loro idee, noi avevamo trovato il modo di risolvere tutto non risolvendo niente: un po’ di rock, una media-spinello jamaicana, il mito dell’autodistruzione e il piacere di sentirsi sempre incompresi.

Ma per le ragazze era diverso: da protagoniste assolute degli anni ’70  erano diventate bambole gonfiabili e gonfiate negli anni ’80. E allora alcune ci provavano: il poster di Courtney Love in cameretta, l’addio alla parrucchiera, la militanza sinistrorsa. Stavano al passo, sulla scia dei maschi. Suonavano la batteria, indossavano camicie di flanella e scarpe da basket. Non potendo essere donne, diventavano maschi. E ai maschi piacevano. Quelle che non riuscivano a compiere questo processo transgenerico si chiudevano nella loro adolescenza. Decidevano di non crescere: raccoglievano i capelli in una treccia enorme, rinunciavano al trucco e passavano le giornate tra scuola e oratorio. Come se le Scuole Medie non fossero mai finite.

 

Da questi due schieramenti non si scappava e – a ripensarci – andava meglio a loro che ai maschi, che di schieramento ne avevano uno solo. Provare ad essere di destra, ad andare in discoteca o ad indossare una camicia bianca era un gesto di enorme coraggio che – a memoria – non credo di ricordare. Nella classe di fronte alla mia ricordo però una ragazza che – inconsapevolmente – riusciva a smarcarsi da questa omologazione forzata: si chiamava Donata e aveva un anno più di me. Vista così, a spasso tra i corridoi della scuola o seduta sul banco della bidella (sua posizione preferita, data anche la costante latitanza della suddetta bidella) non aveva nulla di diverso dalle altre: non era bella (a dire il vero era “brutta come uno scontro a fuoco”, per usare le parole di Claudio, mio affabile compagno di classe pluriripetente), indossava jeans e t-shirt (quasi sempre gli stessi) e non faceva nulla di diverso dalle altre. Ad essere sinceri non faceva proprio niente: bighellonava dentro e (spesso) fuori dalla scuola, si mangiava le unghie e non toglieva mai le cuffie dalle orecchie. Negli anni dei lettori cd portatili e degli auricolari, Donata girava con un walkman giallo triangolare che sembrava un gigantesco pezzo di farinata e un paio di cuffie ingombranti come quelle che Mike Bongiorno imponeva ai concorrenti di “Lascia o Raddoppia?”. Nei corridoi, fuori dall'aula (durante le lezioni Donata si alzava dal banco e usciva senza chiedere niente a nessuno) o seduta in palestra (mai vista partecipare ad una lezione di Educazione Fisica, probabilmente non amava i calorosi incitamenti del professore a base di “muovi quel culone” e “sembri una mongoloide”), Donata canticchiava con le cuffie in testa, le labbra socchiuse e qualche movimento circolare appena accennato con il braccio destro.

 

Non era dato sapere che musica ascoltasse grazie a quel bizzarro apparecchio, anche perché nessuno parlava volentieri con lei. Con il passare degli anni poi, la presenza di Donata nella scuola divenne un caso eccezionale. Al terzo anno totalizzò sessanta giorni di presenza su duecento. Eppure, nonostante questi invidiabili record, Donata fu sempre promossa, scatenando ogni volta leggende misteriose: alcuni dicevano che in realtà avesse qualche ritardo mentale non meglio identificato, ma a supporto di tale tesi presentavano solo indizi non probanti quali l’abbigliamento (Cindy Lauper senza colori), l’onnipresente walkman e la scarsa socialità. Altri credevano fosse orfana o che avesse qualche altro problema familiare: nessuno aveva mai visto i suoi genitori, nonostante le disperate richieste da parte dei professori. La madre, in realtà, si palesava solo per scritto, attraverso le numerose giustificazioni per le assenze della figlia e per gli esoneri da Educazione Fisica. E proprio la grafia di sua madre, elegante e perfetta, unita alle frasi scritte sul diario in un italiano impeccabile e forbito, generarono la leggenda più diffusa: Donata era la figlia ribelle e annoiata di qualche nobile, mandata in quella scuola pubblica di provincia per punizione.

 

Al quarto anno la bocciatura fu inevitabile: la professoressa di Lettere (che adorava Donata e i suoi temi di mezza pagina) non riuscì a difenderla dal fuoco incrociato del professore di Matematica (“è una che non è neanche capace di controllare il resto dal panettiere”), dell’ottuagenario docente di Fisica (“è una poco di buono, secondo me non viene a scuola perché va a drogarsi”) e del “professore” di Educazione Fisica (vera e drammatica testa di cazzo razzista, uno che appendeva nei corridoi e nelle aule i primi manifesti della Lega Nord). Mi ritrovai nella stessa classe di Donata, e il mio primo pensiero andò al suo walkman. Approfittai di uno dei suoi frequenti momenti di assenza (si addormentava indisturbata sul banco) e indossai quelle mostruose cuffie: chitarra, basso e batteria in dissolvenza. Il volume che si alza e poi sfuma dopo pochi secondi come fosse un errore di registrazione, invece era l’effetto voluto da Stephen Street, produttore di “The Queen is Dead” degli Smiths ( “l'effetto doveva essere come se la musica fosse in una sala da qualche parte, va via, poi torna ed è bella, pulita ed asciutta. Un po' come aprire una porta, chiuderla e poi aprirla di nuovo ed entrare dentro”). Gli Smiths. In un liceo di capelloni grunge emuli di Kurt Cobain, punk rasati che suonavano i Green Day con la chitarra acustica e metallari barbuti devoti ai Sepultura, la rivoluzione era tutta lì, nel ciuffo impomatato di Morrissey e nelle note pulite di Johnny Marr. Gli Smiths erano rimasti bloccati negli anni '80, e in quel liceo di periferia erano tollerati al massimo i Cure più ossessivi di “Pornography”, ma gli Smiths, per carità! Troppo perfetti, troppo “british”, troppo poco “tormentati”.

 

Some girls are bigger than others” è l'ultima traccia di “The Queen is Dead”, ed è uno degli esempi più classici della scrittura di Marr e Morrissey. Dopo dieci secondi il volume riprende quota e la chitarra esegue un tema circolare carico di delay. Morrissey canta: “From the Ice-Age to the Dole-Age/There is but one concern/I've just discovered”. Ovvero: dall'età del ghiaccio fino all'età della disoccupazione (“dole” è un termine usato in Gran Bretagna per indicare il sussidio di disoccupazione), c'è una sola preoccupazione. Io l'ho appena scoperta. E poi: “Some girls are bigger than others”. “Alcune ragazze sono più grandi di altre”. Altro che femminismo. Altro che bellezza. La considerazione del ventiseienne Morrissey sulla donna è tutta qui: alcune sono più grandi di altre. Come le patate, le angurie o le pietre. Alcune sono più grandi, altre più piccole.

 

La cassetta inserita nel walkman di Donata iniziava e finiva con questa canzone. Cominciai a pensare che fosse un suo messaggio, la sua volontà di dimostrarsi uguale alle altre sebbene un po' più “grande”. Non si accorse di quella intrusione, ma nei giorni successivi notai che la cassetta non cambiava mai. Avrei voluto registrare un nastro con una canzone diversa e sostituirlo nel suo walkman. Avrei messo “There's a light that never goes out” o magari “Bigmouth strikes again”. Pregustavo la sua reazione alle parole “Ora so come si sentiva Giovanna D'Arco/mentre le fiamme salivano al suo naso aquilino/ed il suo walkman cominciava a fondere”. Oppure (col senno di poi) la stessa “Some girls are bigger than others” ma nella versione dei Supergrass. Non feci in tempo.

 

Durante una riunione di classe professori, qualche genitore e venti alunni discutevano. Il ventunesimo alunno era appoggiato alla parete con le cuffia in testa, e muoveva circolarmente il braccio destro sulla chitarra di Johnny Marr e lo “scambio di cuscini” di Morrissey (“Send me your pillow/The one that you dream on/I'll send you mine”). Il tema della discussione era l'adozione a distanza di un bambino africano. L'operazione andava avanti da un paio di anni, le suore missionarie ci mandavano le foto del piccolo (quattro anni, un incisivo spezzato e una faccia da schiaffi memorabile) e qualche disegno (aerei ed elicotteri, principalmente), ma l'entusiasmo iniziale aveva già lasciato il posto agli egoismi. La cifra da stanziare era di ventimila lire a testa. Alcuni si tirarono indietro senza spiegazione, altri nicchiavano, Claudio mi guardò e disse: “Fa, tu mi capisci, ventimila lire è un cd”. Non lo capivo. Alcuni professori avanzavano dubbi sulla serietà delle suore (“chissà se poi 'sti soldi non li usano per fare altro”). La professoressa di Storia ebbe una grande idea: “Mia cugina ha un ricovero per cani randagi a Cumiana, potremmo darli a lei, così siamo più sicuri”. Per un secondo la immaginai legata nella mia cantina, insieme a tre o quattro pastori tedeschi idrofobi. Il professore di Educazione Fisica distolse lo sguardo da un volantino sul quale campeggiava la faccia di Gianfranco Miglio e approvò: “Sono d'accordo. Tanto è inutile che mandiamo i soldi in Africa. Non sarà oggi, non sarà domani, ma prima o poi morirà di fame comunque”.

 

Fu allora che la voce di Donata divenne nota ai presenti, in modo definitivo e imperituro. Non è dato sapere se avesse ascoltato in silenzio la lunga discussione o se la dissolvenza finale sugli intrecci chitarristici di Johnny Marr le avesse concesso di sentire l'intervento dell'adorabile professore. Il fatto è che – ad un certo punto, nel silenzio – abbassò le cuffione intorno al collo e disse: “Questa è proprio una puttanata.” Non lo disse con rabbia, con stupore o cattiveria. Lo disse con rassegnazione, tutto d'un fiato, con un tono di voce piatto e l'abbozzo inedito di un sorriso.

Gli sguardi dei presenti le piombarono addosso tutti insieme, mentre il professore di Educazione Fisica - occhi sbarrati e vene del collo spesse un dito – abbaiava: “Cosa hai detto?”. Lei, stesso tono e nessuna emozione: “Vuole che glielo ripeta? Ha detto una puttanata. E non è poi così strano, considerando che è sempre stato un gran coglione. Vuole che le ripeta anche questo?”.

 

Successe di tutto: il professore si avventò su Donata con la chiara intenzione di strangolarla mentre la professoressa di Lettere, il sottoscritto e qualche altro temerario tentavano di arginarne la furia. In mezzo a quell'intreccio di braccia Donata riuscì a divincolarsi, prese il suo zaino e si allontanò. Il giorno dopo tornò accompagnata da sua madre. La riconobbi subito: altro che nobile, aveva un banco al mercato di frutta e verdura e io – che d'estate aiutavo il mio vicino di casa, venditore ambulante di detersivi – le avevo parlato spesso. Era una donna piccola, simpatica, sempre allegra. Una volta il mio vicino mi aveva accennato qualcosa su un suo passato difficile, ma non ricordavo esattamente cosa le fosse successo. Senza troppi preamboli, la madre di Donata andò dalla Preside e annunciò che sua figlia avrebbe cambiato scuola. La Preside provò a farle cambiare idea (“è l'ultimo anno, c'è la maturità”) ma lei fu cordiale quanto irremovibile. Di fronte all'ufficio della Preside si era radunata tutta la scuola (le dicerie su Donata avevano raggiunto – negli anni – contorni leggendari), e quando Donata e sua madre uscirono, il professore di Educazione Fisica (spinto da una estenuante azione di convincimento da parte della professoressa di Lettere) si fece avanti: “Senta Signora... se è per quell'incidente di ieri con sua figlia... beh, sappia che per me non ci sono problemi”. E poi, idiota: “Io posso perdonarla”. Neanche “l'ho perdonata”, “posso perdonarla”: in futuro e magari anche a determinate condizioni. Fu lì che probabilmente – dopo anni di esoneri sul diario della figlia e racconti sulle frizzanti battute del professore – la madre decise di concedere uno strappo alla sua proverbiale eleganza: “Guardi che non credo che mia figlia ambisca ad ottenere il perdono di un coglione”. E due. Some girls' mothers are bigger than other girls' mothers.

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Filippo Maradei alle 7:57 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Racconto splendido, chissà perché mi ha ricordato qualcosa dei miei primi anni di liceo... quasi fosse un deja vu indecifrabile... non so, qualche piccolo aggancio al prof. di educazione fisica (com'è possibile che sono tutti così stronzi?!), alle minute realtà asociali... no in realtà credo che ogni liceo abbia la sue storie, e molte di questo sono più interessanti e preziose del più atteso (e pompato) dei thriller americani. Lettura bella bella bella.

target alle 9:58 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Ma il bambino africano, poi? Ecco dov'è nata la pulsione afro di Fabio! Bellissimo racconto, davvero, che ben rende le tante Donata che ancora adesso, nascoste e in disparte, popolano le scuole. (Ah, comunque nelle mie divagazioni scolastiche ho conosciuto alcuni prof di educazione fisica simpaticissimi, nonché komunisti! Non ci credevo neanch'io, ma esistono!)

Cas alle 10:07 del 17 giugno 2011 ha scritto:

grande Fab, splendido racconto, l'ho letto d'un fiato! mi hai fatto venire nostalgia dei tempi del liceo... comunque credo che i licei italiani non siano mai cambiati, la descrizione che ne dai può benissimo valere per dieci anni dopo. Le costanti: ragazzini troppo complessi per essere "integrati" nel sistemuccio scolastico e professori davvero coglioni (eccezioni a parte, certo).

synth_charmer alle 10:36 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Ohi fab, mi pare sempre più che per te fare analisi musicali stia diventando una pratica limitante. Hai un sacco di cose da raccontare, e uno stile di scrittura invidiabile (scritti lunghi un terzo di questo sono spesso noiosissimi, come fai a risultare così light nonostante il mezzo non lo so). Mannaggia, quanti talenti sprecati che ci sono in giro.

Filippo Maradei alle 13:13 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Ma come sprecati? Ce li godiamo tutti noi!

Dr.Paul alle 14:17 del 17 giugno 2011 ha scritto:

fabio sei uno smithsiano anche tu? nn avrei mai immaginato....mi fai venir voglia di riascoltare tutta la discografia dei quattro!! bravo!!

salvatore alle 16:12 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Stuart Murdoch ci scriverebbe una canzone su Donata! Sembra quasi un personaggio di un film di Solondz... Lettura veramente sentita... Delicato e corrosivo, grande Fabio!

Il voto, visto che non si può aggiungere tramite la funzione apposita, è 10

Marco_Biasio alle 18:25 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Grandioso Fabio. L'ho letto tutto d'un fiato. A tratti mi hai ricordato un po' Benni Mi piacerebbe molto leggerne altri, sono sincero...

gull alle 19:24 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Mi unisco ai complimenti. Talento purissimo, Fabio. Mi hai fatto (sor)ridere e commuovermi.

gull alle 19:24 del 17 giugno 2011 ha scritto:

Mi unisco ai complimenti. Talento purissimo, Fabio. Mi hai fatto (sor)ridere e commuovermi.

Peasyfloyd alle 13:07 del 18 giugno 2011 ha scritto:

Fabio è il Lester Bangs de noiartri!

loson alle 15:33 del 18 giugno 2011 ha scritto:

La canzone è da sempre una delle mie preferite degli Smiths, per non dire LA preferita. Lo scritto è davvero bello, Fab. Molto malinconico, nonostante il tono divertito e divertente. Forever Donata.

simone coacci alle 15:38 del 18 giugno 2011 ha scritto:

La contestazione di velluto degli Smiths. Bellissimo Fab. Profondo inchino.

fabfabfab, autore, alle 15:43 del 18 giugno 2011 ha scritto:

Grazie a tutti davvero. Onorato come sempre.

@Paul: nei miei momenti "romantici" sono molto smithsiano...

loson alle 15:51 del 18 giugno 2011 ha scritto:

"Stuart Murdoch ci scriverebbe una canzone su Donata!" ---> Vero! Me la immagino protagonista di "Expectations"...

salvatore alle 16:30 del 18 giugno 2011 ha scritto:

RE:

Eh Mathieu siamo proprio sulla stessa lunghezza d'onda

Quando parlavo di Solondz pensavo proprio a questo: ...

In the queue for lunch they take the piss, you've got no appetite

And the rumour is you never go with boys and you are tight

So they jab you with a fork, you drop the tray and go berserk

While your cleaning up the mess the teacher's looking up your skirt...

Alfredo Cota alle 23:41 del 26 novembre 2011 ha scritto:

Tutti i complimenti del mondo caro Fabio!