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10/10

Nick Cave and the Bad Seeds

The Good Son

Il rocker che incontra la fede dopo anni di abuso di droghe e vita spericolata è una delle specie più pericolose per la musica del diavolo. Innanzitutto perché, trattandosi appunto di musica del diavolo, la contraddizione è evidente. La ragione principale di questa pericolosità è però un’altra: il rocker devoto a un qualunque Grande Architetto è un personaggio insopportabile, simboleggiato da quel bambino viziato di Sting che volteggia in aria, nella posizione del loto, tipo Dhalsim di Street Fighter. Smette di fare dischi che contengano Musica con la M maiuscola (Sting, per portarsi avanti col lavoro, non ha mai iniziato a farli) e diventa un irritante prete salmodiante, parla come un illuminato in ogni intervista, racconta la sua esperienza spirituale con l’enfasi di Carlo Verdone nel ruolo del mitico Ruggero…

Nel caso di Nick Cave, però, ci troviamo di fronte all’eccezione: e che eccezione. The Good Son completa l’evoluzione di Cave come artista e come uomo, mistico e maledetto allo stesso tempo come un Bob Dylan più moderno. È un disco di parabole vicine proprio al menestrello di Duluth nello spirito e a Leonard Cohen nel tono metafisico. Parabole di perdizione, di ritorni, di abbandoni e di anime tormentate. E il tono del disco, quasi sempre sospeso tra dolcissimi mantra e disperate invocazioni, è una Bibbia personale di Cave. Foi Na Cruz è subito immersa in questo clima, e risente (anche nel testo) dell’influenza del Brasile, terra in cui Nick Cave è giunto proprio nel periodo in cui questa meravigliosa musica è stata concepita: il periodo in cui Cave ha “abbracciato la fede”, come si usa dire. Due accordi di chitarra aprono un arrangiamento delicato e carico di malinconia: un ritornello stupendo, cantato da voci basse e distese, è il centro di questo brano. Il pianoforte di Cave e gli splendidi arrangiamenti di Mick Harvey sono protagonisti della musica, mentre il testo parla di Gesù Cristo, dell’amore che bussa alla porta e non ti trova e di sogni. In questa dolce atmosfera, che ricrea quasi l’ambiente uterino, è impossibile non perdersi.

La stupenda title-track si apre con un coro gospel a cappella, con tanto di hand-clapping di accompagnamento, ma poi il ritmo ossessivo e la recitazione di Cave, sostenuti dalle chitarre graffianti di Blixa Bargeld (Einstürzende Neubauten) e da un incalzante arrangiamento, formano un mosaico di demoni, cadute, angosce e spirali senza uscita che Cave prova a sconfiggere soltanto con il ritornello, che preso da solo è disperato ma che nello Stige delle strofe sembra quasi una zattera cui affidarsi.

Il terzo brano è più disteso: Sorrow’s Child comincia con dei call-and-response fra i cori e la voce baritonale di Cave, che poi si lascia andare ad una melodia bellissima. Anche qui, è impossibile non sottolineare gli arrangiamenti perfetti, magniloquenti ma non ingombranti: si noti la parte centrale del brano, strumentale e impostata su un solo di pianoforte, prima di tornare alla parte cantata. Nella coda del brano sarà ripresa questa parte strumentale, mentre i cori continueranno a ripetere il titolo della canzone.

Il capolavoro del disco è però The Weeping Song, nella quale Cave e Bargeld interpretano un padre e un figlio che assistono a scene quasi dantesche di perdizione e disperazione: 

- Padre, perché tutte le donne stanno piangendo?

- Stanno piangendo per i loro uomini.

- E allora perché anche tutti gli uomini stanno piangendo?

- Stanno piangendo in risposta a quelle.

La musica è affidata ad un ritmo quasi latino, con un vibrafono splendido a scandire i cambi di atmosfera: sinistra nelle strofe, più melodiosa nel fraseggio dell’introduzione, che riprende la melodia del ritornello.

La successiva The Ship Song è invece una tenerissima canzone d’amore, impostata sul piano di Cave e sulla sua voce da crooner, con un crescendo vocale e strumentale struggente che porta all’inciso. Il brano potrebbe essere la prima parte di un dittico amoroso, completato dal brano conclusivo Lucy. Brani in cui il tono da parabola biblica non viene abbandonato e la simbologia del disco torna prepotente (i ponti di The Ship Song, le campane di Lucy…), anche se ci si allontana un po’ dal clima apocalittico che permea gran parte dell’opera.

Altro capolavoro dell’album è il blues selvaggio di The Hammer Song, aperta da basso e vibrafono per poi sprofondare in una nuova parabola di perdizione. Anche qui la simbologia è importante: le visioni, gli angeli, il fiume, il numero sette, la fuga, la ricerca della propria terra…

L’elegante Lament conferma la dicotomia tra il tono apocalitto e quello disteso: notare l’ansia delle strofe e l’opposta distensione dei ritornelli.

Brano atipico nel contesto è, infine, The Witness Song, in cui Cave si butta a capofitto con tutti i suoi compagni di avventura per dar vita ad una specie di gospel accelerato, da cantare magari in una vecchia chiesa sconsacrata con un battito forsennato di mani.

I nove brani dell’album, quindi, lasciano esterrefatti per la varietà espressiva dell’autore, che è soprattutto un grande interprete di se stesso: qualunque sia l’ispirazione della sua musica, Cave riesce a trovare l’arrangiamento giusto per ogni brano. Basta confrontare le versioni del disco con le performance voce e piano per accorgersene: la melodia, l’accompagnamento di pianoforte e i pochi elementi di cui si dispone in fase di composizione fanno parte di un disegno più ampio che Nick Cave riesce ad avere ben chiaro in testa e che riesce a sviluppare insieme a dei musicisti di straordinario spessore. E qui torniamo al discorso di partenza, perché sono certo che l’ispirazione religiosa abbia aiutato il musicista australiano proprio nella capacità di saper estrarre dai pochi segni (musicali) a disposizione un messaggio universale di rara bellezza. È per questo che Nick Cave si piazza, con questo capolavoro e con altre opere magnifiche tra cui From Her to Eternity e Tender Prey, nell’olimpo dei più grandi musicisti rock di sempre: perché le sue parabole non sono mai soltanto dei racconti, ma indossano sempre le vesti dell’Assoluto.

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Voto degli utenti: 9/10 in media su 42 voti.

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simone coacci (ha votato 10 questo disco) alle 11:03 del 25 gennaio 2008 ha scritto:

"Mi chiamo William Blake, conosci le mie poesie?" - Bang! - (Johnny Depp)

Uno di quei casi (ormai sempre più rari) in cui l'etichetta "capolavoro" non stona in bocca ad un concept di musica popolare. Dalla contaminazione fra gli spiritual dell'era della riproducibilità tecnica e la malinconia della canzone latino-portoghese (bossa, samba, fado) nasce un languido, sensuale, disperato, lussureggiante "giardino di Armida" che cela dietro la tenera superficie il seme della verigine, dell'abisso, della dannazione. Uno dei primi dieci album di sempre, per uno dei primi dieci musicisti di sempre.

He's a man, he's a ghost, he's a God, he's a guru!

Cas (ha votato 9 questo disco) alle 10:47 del 28 gennaio 2008 ha scritto:

complimenti davvero, hai dato un'ottima chiave di lettura a questo grande lavoro! pietra miliare immancabile in storiadellamusica...

Dasein (ha votato 9 questo disco) alle 18:21 del 12 febbraio 2008 ha scritto:

Capolavoro

Capolavoro del cantautorato e apice della discografia di Nick Cave.

Impenitente (ha votato 7 questo disco) alle 10:08 del 24 luglio 2008 ha scritto:

Bah, io non l'ho mai trovato tutto 'sto capolavoro.

NDP (ha votato 10 questo disco) alle 16:53 del 13 gennaio 2014 ha scritto:

Impenitente e impertinente..

SamJack (ha votato 10 questo disco) alle 13:07 del 31 dicembre 2008 ha scritto:

..un disco dalle mille sfaccettature, e, per me, un assoluto capolavoro, toccante e artisticamente ottimo..

bart (ha votato 9 questo disco) alle 16:24 del 19 aprile 2010 ha scritto:

Sublime

Disco appassionato, sofferto, intenso, magnifico!

benoitbrisefer (ha votato 9 questo disco) alle 23:18 del 26 maggio 2010 ha scritto:

Il vertice assoluto di Cave, tormento ed estasi, romanticismo e dannazione....

4AS (ha votato 10 questo disco) alle 15:41 del 28 maggio 2010 ha scritto:

Nick Cave in stato di grazia. "The weeping song" è una di quelle canzoni che potrei ascoltare all'infinito senza capire come possa essere nella sua semplicità così immensa.

folktronic (ha votato 8 questo disco) alle 1:22 del 15 novembre 2010 ha scritto:

Non il mio preferito di Cave (No more shall we part)....ma sicuramente tra i suoi piu' belli.

dalvans (ha votato 8 questo disco) alle 16:07 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Buono

Buon disco

Alfredo Cota (ha votato 7 questo disco) alle 11:26 del 25 novembre 2011 ha scritto:

Ne riconosco la poliedricità ed il fascino, ma non riesce a piacermi davvero.

FrancescoB (ha votato 9,5 questo disco) alle 9:56 del 18 maggio 2013 ha scritto:

Il miglior Cave di sempre, il che significa qualcosa di alieno perché Cave per un decennio buono è stato veramente un alieno. Ballate sontuose e rigogliose come non se ne sentivano dai tempi del miglior Leonardo Cohen, con un tocco vampiresco in più.

Giorgio_Gennari (ha votato 9 questo disco) alle 17:50 del 19 ottobre ha scritto:

Al primo ascolto lo trovai noiosetto, ma Lucy mi fece comunque un po' commuovere. Dal secondo lo considero uno dei più grandi capolavori dei 90', sicuramente il migliore di cantautorato del periodo. Sicuramente il vertice melodico di Nick Cave, forse forse il suo capolavoro definitivo. Anche se non basta certo un album per riassumere il periodo d'oro di Cave