R Recensione

8/10

Johnny Winter

Still Alive And Well

Johnny Winter è un gigante, senza mezzi termini: spara fuori blues di brutto e canta come una iena”. Sono le concise ed efficaci parole di Franz Di Cioccio, in un’intervista sui suoi personali ricordi delle tournée americane con la sua Premiata Forneria Marconi, negli anni settanta.

Un gigante alto un soldo di cacio e quasi scheletrico: non si sa per quale miracolo di natura da quel corpo minuto ed abusato, pittorescamente ricoperto di tatuaggi, da quell’evidente insufficienza toracica possa venir fuori una voce forte e cattiva come l’aceto. E le dita delle sue mani… lunghissime ed affusolate, due squisite mani da pianista classico a servigio della Musica del Diavolo, due farfalle sulle sei corde del suo strumento.

Guardarlo e sentirlo suonare è un’esperienza mistica: lì per lì ti sembra che faccia sempre le stesse cose, perché l’accordo che sta per venire già ti risuona in testa, perchè lo schema blues non prevede quasi mai variazioni. Invece vieni velocemente risucchiato dentro al suo miracolo, quello di chi è profondamente dentro la sua musica, ed è lì davanti sul palco che te la suona senza sforzo apparente, senza calcolo, senza ostentazione, perché appartiene ad essa. Winter è uno dei miracoli del blues, una musica facile da suonare ma difficile, molto difficile da suonare bene, come a lui riesce.

L’incessante e quasi monoteistica fede per un genere così canonico e strutturato non ha impedito al chitarrista texano di sviluppare il suo stile, il suo suono, croce e delizia di qualsiasi esecutore al mondo. E il suono di Johnny Winter spacca, furioso e intenso ma preciso e lucido, pulitissimo, senza errori, dono di un talento e di un’abnegazione fuori dal normale. Impossibile avvicinarglisi tecnicamente, ed infatti egli non ha epigoni e cloni, a meno che non venga superficialmente considerato tale un qualsiasi altro bravo esecutore di blues. Winter è un grandissimo e la sua relativamente circoscritta fama è dovuta unicamente al genere nel quale ha scelto di operare, meno popolare di altri.

L’ancor giovane Winter in ogni caso accettava qualche contaminazione nella sua musica, Rolling Stones e Jimi Hendrix in primis, ma anche Dylan e Beatles, nonché certo country delle sue parti. In quest’album del 1973, fra i suoi più riusciti, egli infatti omaggia Jagger e Richards coverizzando la mitica “Let It Bleed” e la meno conosciuta “Silver Train”, cimentandosi poi in un paio di rauche ballate acustiche a titolo “Cheap Tequila” (con un inaudito cameo di Todd Rundgren al mellotron!) e “Too Much Seconal”.

Il resto è blues rock’n’roll bello spinto e diretto, suonato dal vivo in studio, assoli compresi, sostanzialmente in trio con basso e batteria. Devastante la sua esibizione alla slide in “Rock’n’Roll”, titolo vieppiù generico per un brano percorso invece da particolarissima abilità, demoniaca grinta e squillante bravura nel far strisciare quel ditale d’acciaio lungo le corde. Perfetta la coppiola rockblues iniziale con la feroce “Rock Me Baby” e la più saltellante “Can’t You Feel It”, dei veri trattati su come si possa suonare musica trascinante e potente senza quasi usare la distorsione del proprio amplificatore.

Il Johnny Winter dell’attuale decennio è un uomo che, serenamente e con grande forza d’animo, va avanti nella sua strada verso il blues, pur se gli abusi a cui ha sottoposto il suo corpo hanno cominciato a presentargli il loro salato conto: da qualche tempo è costretto infatti ad esibirsi seduto. Ma se i sessantaquattro anni pieni di eccessi si fanno pesantemente sentire sulle sue capacità deambulatorie, le sue magiche dita conservano tuttora l’incredibile agilità e calore di sempre. Solamente, ha ormai rinunciato a suonare rock’n’roll, un genere per il quale non si può umanamente costringersi fermi su di una sedia. Anche i pezzi di sua composizione sono stati piuttosto accantonati nelle scalette live, l’uomo sta dedicando l’ultima parte della carriera alla riproposizione di ciò che gli sta più a cuore, i vecchi standard blues che l’hanno formato, nutrito mentalmente e fatto felice.

Per questo disco, che invece lo coglie ancor giovane e piuttosto rocchettaro, mi sento di proporre un otto, anche perché senz’altro da dieci sono da valutare le esibizioni su di un palco di questo artista, per certo uno di quelli assolutamente più godibili in concerto piuttosto che su disco.

V Voti

Voto degli utenti: 8/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

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PetoMan 2.0 evolution alle 14:43 del 18 febbraio 2011 ha scritto:

Grandissimo musicista. Questo album non lo conosco, ho il live Johnny Winter And ed è ottimo, con molte cover in versione rockerroll\blues. Direi che la definizione data da Di Cioccio è ineccepibile. Grande scheda, bravo, bravo e ancora bravo bravo.