R Recensione

7/10

Van Halen

Van Halen

Pietra miliare di un certo modo di approcciare il rock duro in maniera epidermica e insieme spumeggiante e attraente, specialmente per le teste ancora in formazione ideologica accompagnata al pieno subbuglio ormonico dei musicofili più giovani, questo lavoro che si sta avvicinando ai quarant’anni mostra decisamente la corda, soprattutto nella copertina: al momento i fuseaux attillati col pacco ben in rilievo, le camicie sbottonate a ostentare il petto villoso e il microfono messo oscenamente sul cavallo sono quanto di più buzzurro si possa considerare.

Quando uscì il disco, in Europa specialmente, se lo filarono in pochi ma questo è il destino dei pionieri: insieme ai primi due album dei Boston, dei Foreigner, dei Toto e dei Journey (Steve Perry-era) l’inizio di carriera discografica dei Van Halen diede la stura a un primo, notevole modo di coniugare il rock pesante con il pop, le chitarre lancinanti con i ritornelli anthemici e ruffiani. Tempo qualche anno, con l’avvento degli anni ottanta, e l’invasione di questo tipo di musica e concezione di spettacolo divenne totale, straordinaria, eccessiva ed i Van Halen erano divenuti uno dei primi nomi a livello mondiale, e tutto questo con ben poche frecce al loro anco, ancorché dominanti e decisive.

In ordine di importanza: in primis la visione chitarristica del solista Eddie, rilevante sia dal punto di vista tecnico che sonoro che addirittura liuteristico, sia per quanto riguarda i mirabolanti assoli (per i quali è soprattutto famoso) che per le ritmiche (per le quali, a torto, è assai meno preso in considerazione); di seguito, l’indubbia e notevole carica energetica e motivativa del quartetto, sanamente determinato a far casino e sfondare ed  infine l’impagabile sessismo festaiolo, tamarro quanto innocuo, ottuso quanto indispensabile alla bisogna di fare spettacolo e non soltanto musica per divenire universali ed accettabili a banda larga, del frontman David Lee Roth, assai modesto cantore ma provvisto di quell’infinita pienezza di sé atta ad irrorare di comunicativa la proposta musicale.

Tutto questo riusciva in maniera più che egregia ad ovviare alle pochezze del quartetto, ovvero al repertorio inevitabilmente abbarbicato al penetrante e bombastico riff di turno del chitarrista (talvolta geniale, beninteso) e poi al suo guizzo agilissimo e sfrenato a metà canzone, nell’attesissimo break per il solo. Le linee melodiche del canto erano poi sempre di modesto respiro e inventiva, mentre nulla si poteva dire di male della sezione ritmica, sicuramente più che solida e compatta anche se priva di vera genialità, dote questa esclusiva del chitarrista da loro servito il caposcuola Eddie Van Halen.

Di quest’album gli episodi più noti sono uno strumentale (la breve e ultra seminale “Eruption”, palestra di allenamento per una generazione e mezza di aspiranti chitarristi) e una ben vitaminizzata cover, ossia la Kinksiana “You Really Got Me”, ma gli appassionati stravedono anche per l’iniziale “Running With The Devil”, l’apripista che a suo tempo sturò le orecchie a chi di dovere in direzione del cosiddetto brown sound di Eddie, una faccenda di trasformatori sovralimentati e di magneti super avvolti che gli consentiva un suono gigantesco e ricco, pur adottando un tocco leggero e pulito su corde oltretutto molto sottili montate in tutte le sue chitarre; altra canzone fortunata è “Ain’t Talkin’ ‘Bout Love”, dal tonitruante riff a fatica dominato dalla voce limitata ma sorniona, da gattone di Roth.

Col rispetto e la considerazione dovuto alle opere musicali rappresentanti una svolta, un simbolo, un punto di riferimento, ma anche con la consapevolezza circa la presenza di precise limitatezze e pochezze melodiche, giudico quest’opera attraente ma tutt’altro che un capolavoro. Il rock ha dato album assai migliori di questo… a decine, anzi a centinaia, ma questa è solo la mia opinione… da queste considerazioni il mio voto positivo, ma non eccelso.

V Voti

Voto degli utenti: 6,7/10 in media su 13 voti.
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B-B-B 9,5/10
Lelling 9,5/10
Me3cury 6,5/10

C Commenti

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PetoMan 2.0 evolution (ha votato 8,5 questo disco) alle 9:24 del 20 agosto 2015 ha scritto:

Pirotecnico esordio di quella che di lì in poi sarà una delle band di punta dell'hard&heavy, grazie soprattutto a uno dei chitarristi più rivoluzionari e talentuosi dai tempi di Jimi. L'intro di Ain't Talkin' Bout Love scolpito nella storia. Ma anche David Lee Roth era un frontman notevole, nonché una rockstar fatta e finita. Il loro album migliore.

Marco_Biasio (ha votato 3,5 questo disco) alle 12:14 del 20 agosto 2015 ha scritto:

Spazzatura hard&heavy (pop) tutta esibizionismo esteriore e senza reale contenuto. Lieto di vedere che, almeno per una volta, la storia sta facendo il suo corso. Il miglior lascito di Eddie Van Halen rimane l'impianto chitarristico in Beat It di Michael Jackson.

fabfabfab alle 13:31 del 20 agosto 2015 ha scritto:

In realtà pare che il buon Eddie sia arrivato in studio e abbia suonato il solo di "Beat It", e che subito dopo Quincy Jones gli abbia detto: "Ok, ciao, li ci sono i tuoi soldi". E che Van Halen ci restò malissimo perchè pensava di dover suonare tutto il disco.

Marco_Biasio (ha votato 3,5 questo disco) alle 13:58 del 20 agosto 2015 ha scritto:

Meno male va... Anche se Beat It è un pezzone!

PierPaolo, autore, alle 18:29 del 20 agosto 2015 ha scritto:

L'impianto chitarristico di "Beat It" è di tal Steve Lukather dei Toto, altra gente abitualmente considerata soprassedibile da un certo tipo di gusto musicale che il pop lo preferisce privo di qualsivoglia capacità virtuosistica.

fabfabfab alle 18:50 del 20 agosto 2015 ha scritto:

Eh infatti è quello che ho detto. Van Halen ha suonato il solo. I Toto erano e sono musicisti straordinari, ma io non ho mai apprezzato la loro musica. Stessa cosa vale anche per i Van Halen, che non mi sono mai piaciuti neanche nel periodo in cui la chitarra elettrica era l'unica cosa che cercavo nella musica.

FrancescoB (ha votato 6,5 questo disco) alle 15:53 del 20 agosto 2015 ha scritto:

Mai amato questo sonorità, il mood, direi anche l'impianto ideologico sottostante a tutta la scena. Ma questo disco non mi dispiace, anzi, perciò sono meno drastico di Marco.

FrancescoB (ha votato 6,5 questo disco) alle 19:43 del 20 agosto 2015 ha scritto:

Paolo io apprezzo le doti strumentali, seriamente: non sono quello che cerco nella musica, ma ovviamente bollarle a prescindere come un male sarebbe assurdo. Più che i brani o le doti in sé, a non allettarmi più di tanto è l'atmosfera, quello che ho definito l'impianto ideologico sottostante a un certo tipo di musica, che si riflette sulla musica stessa, sulla produzione, sulla forma dei brani, sul loro modo di essere. Per questo riconosco il valore dei musicisti - in quel contesto esecutivo, da navigati session men, o anche da virtuosi di superiore caratura - ma proprio fatico a entrare in sintonia con il loro modo di vivere e quindi di condividere la musica.

Paul giustamente ti lamenti delle inclinazioni di certa critica indie, che diventa a volte più miope delle realtà che vorrebbe dissacrare. Però ecco nel mondo "reale" la musica viene spesso celebrata in quanto forma di virtuosismo strumentale, quindi direi che il proprio pubblico Toto Van Halen & C. ce l'hanno e se lo sono guadagnato proprio con le armi di cui dispongono.

PetoMan 2.0 evolution (ha votato 8,5 questo disco) alle 21:08 del 20 agosto 2015 ha scritto:

Beh però, se posso intromettermi, questo è un album molto essenziale alla fine, aldilà delle acrobazie di Eddie, i brani sono grezzi, compatti, senza troppi fronzoli. Un disco registrato in fretta, fresco, spontaneo. Nonostante si possa considerare fra i precursori del nascente pop-metal o hair metal, è di ben altra pasta rispetto alla stragrande maggioranza dei dischi plasticosi che arriveranno successivamente negli anni 80. Così come non siamo di fronte solo a sterili esibizioni di tecnica, che invece caratterizzeranno alcuni degli epigoni di Eddie. Tutto sommato questo è ancora divertente rock’n’roll, suonato con una tecnica chitarristica per i tempi impressionante e rivoluzionaria, ma alla fine lo spirito genuino del rock’n’roll io qui ce lo sento ancora tutto.

PierPaolo, autore, alle 18:03 del 21 agosto 2015 ha scritto:

La metà della mia collezione di dischi è intensa, visionaria, schietta, sperimentale, viscerale, concettuale... L'altra metà è epidermica, citazionale, ragionata, furba, estetizzante, rimasticata... Sono capace di divertirmi in entrambe le situazioni ed apprezzarne il rispettivi lati buoni e così, per fare un esempio pratico delle due "categorie", ieri mattina sono andato a lavorare portandomi in auto un cd dei Groundhogs, stamattina invece uno degli America. Me li sono goduti entrambi anche se, tanto per schematizzare, darei loro voti ben differenti tanto per schematizzare se decidessi di recensirli. Ma facendolo non darei certo una sola stelletta o due agli America (come non ne darei nove o dieci ai Groudhogs). Perciò avete ragione entrambi... quello che non tollero sono le estremizzazioni: ai Van Halen manca l'"intensità artistica", chiamiamola così, ma in termini di energia, spettacolarità, intrattenimento epidermico, casino (il pop ed il rock'n'roll, insomma) hanno avuto un ruolo giustamente di rilievo. Mi viene da pensare la solita cosa e cioè che rocchettari si nasce: o lo sei, come me e Peto, oppure no (e non c'è niente di male) e allora le cose che sono solo rock'n'roll, anche le migliori come gli AcDc e tanti altri ed anche i Van Halen, non ti "arrivano" e ne vedi solo il lato rozzo e pacchiano.

FrancescoB (ha votato 6,5 questo disco) alle 18:23 del 21 agosto 2015 ha scritto:

Ti appoggio Paolo: nessuno ci obbliga a categorizzare ed a schierarci come se fossimo in guerra. Giusto oggi mi sono gustato "Rosanna" dei Toto, un capolavoro di meravigliosa e sofisticata pacchianeria adult-pop, e mi va benissimo così. L'intensità artistica, l'"esigenza di" manca a questi gruppi, così come peraltro a moltissimi altri anche meno dotati in termini di strutture musicali e capacità esecutive. E per fortuna che funziona in questo modo: la forza della musica sta anche nel suo essere estremamente malleabile.

FrancescoB (ha votato 6,5 questo disco) alle 18:28 del 21 agosto 2015 ha scritto:

Peraltro dovremmo anche intenderci sul benedetto concetto di intensità, di comunicazione: perché se parliamo di Husker Du, National, Nick Drake o Charles Mingus sono pienamente d'accordo, trovo che questi siano artisti dal respiro molto più ampio, capaci di porsi in una dimensione diversa. Però se l'intensità sono i cantanti pop da reality show/ supermercato - che a loro dire non fanno che regalare autentiche "emozioni" - mi tengo tutta la vita il pacchiano virtuosismo dei Van Halen, che non avevano pretese diverse dal suonare hard-rock fatto "bene", e così fare soldi (l'hanno fatto, meglio per loro). Insomma, intendo dire che non è così facile scovare questa "intensità", e che spesso la cosa dipende molto dall'indole, dalla preparazione, da ciò che si è e che si cerca nella musica.

unknown (ha votato 7 questo disco) alle 22:21 del 21 agosto 2015 ha scritto:

d'accordo con pier paolo....riesco ad identificarmi in cose più tecniche a cose che hanno un respiro più ampio..a cose astruse

aggiungerei a diversi generi ( tanto per dire due cose estreme punk e progressive)

quindi mi godo anche i van halen..non sono dei fenomeni ( anche se il chitarrista,,) ..ma è sano buon hard rock

giusto il voto

PierPaolo, autore, alle 10:28 del 22 agosto 2015 ha scritto:

E' come Caravaggio e Raffaello: l'istinto primordiale, la vulcanica energia vitale del primo (abbinate all'incapacità di darsi una regolata, di avere cura di se stesso) confrontata con il tocco sopraffino, la profonda consapevolezza tecnica (abbinati col paraculo appoggiarsi ai potenti del tempo e della propria nazione e cioè i preti, disegnando solo e solamente santi e aureole e madonne o quasi) del secondo. Una goduria ammirarli entrambi.

Utente non più registrato alle 13:25 del 30 agosto 2015 ha scritto:

Tutti i pittori del tempo dipingevano santi e madonne ...(Caravaggio anche nature morte) ognuno con il proprio stile...

FrancescoB (ha votato 6,5 questo disco) alle 11:01 del 22 agosto 2015 ha scritto:

Caravaggio però è pulito per i parametri odierni...Non so è come mettere lui e Picasso: per me rimproverare a Raffaello di essere troppo "pulito" (perdonate la piccolezza della considerazione) sarebbe assurdo quanto rimproverare e Picasso di non disegnare "correttamente le figure". Entrambe le visioni risultano mutilanti: un critico jazz, nei primi anni '60, formulò considerazioni simili nei confronti di chi rimproverava a un Coleman non di seguire la corretta successione degli accordi.

Ampio ulteriormente e inutilmente: rimproverare a un gruppo progressive di essere "troppo" virtuoso è sciocco quanto rimproverare a un gruppo hardcore-punk di non esserlo a sufficienza. Più che sciocco, vero ma molto limitante, quasi ottuso: la valutazione estetica ed espressiva dovrebbe considerare questi aspetti, ma saperli anche trascendere, in parte.

Dr.Paul (ha votato 4 questo disco) alle 13:05 del 30 agosto 2015 ha scritto:

quindi il finale di questa discussione è che tutto è bello, o può essere bello.

Utente non più registrato alle 13:26 del 30 agosto 2015 ha scritto:

Picasso però aveva dimostrato di saper disegnare "correttamente" le figure...

FrancescoB (ha votato 6,5 questo disco) alle 16:09 del 30 agosto 2015 ha scritto:

Ok VDGG ma la considerazione secondo me è sbagliata di principio: Picasso non doveva dimostrare di saper disegnare "correttamente" le figure (il mondo è pieno di bravi disegnatori in tal senso), il suo valore immane sta soprattutto nel resto.

Non fraintendermi, non sono fra i garpeziani ("E' un garpez, il mio falegname con trentamila lire la fa meglio"), non è che se domani mattina mi metto al pianoforte - nella mia totale incapacità - posso dirmi grande musicista. Però non credo neppure che esistano criteri tecnici oggettivi puri con cui misurare il "valore" della musica (e a maggior ragione di altre forme artistiche): una conoscenza di base degli strumenti di cui disponi (in senso lato) è indispensabile, ma è solo la piccola base di partenza. E di certo non è IL criterio di giudizio: purtroppo l'accademia ha meriti enormi ma anche questo difetto che pesa come un macigno. Gli accademici rimproverano a Jarrett di non osservare regole che lo stesso decide deliberatamente di ignorare, e lo stesso fanno con Ornette Coleman, con i Velvet Underground etc.. Insomma, la scuola è fondamentale ma purtroppo spesso di trasforma in un limite.

Utente non più registrato alle 17:10 del 30 agosto 2015 ha scritto:

Non fraintendermi...Picasso o chi per lui sapeva dipingere "correttamente", lo ha fatto, ma non perchè dovesse dimostrare al mondo quanto era bravo...

Ho l'impressione che si finisca per "demonizzare" chi possiede la "tecnica"...

Non è assolutamente il fattore principale ma, anche se non sono un musicista, credo che ci siano dei principi base,

delle "regole" imprescindibili.

Naturalmente certe regole sono state infrante e ciò ha contribuito ad espandere i linguaggi nelle varie espressioni artistiche e gli "accademici" che storceranno il naso ci saranno sempre...

FrancescoB (ha votato 6,5 questo disco) alle 18:06 del 30 agosto 2015 ha scritto:

Eh no, non fraintendermi tu adesso: io che impazzisco per Coltrane o Shorter posso essere tutto fuorché uno che demonizza la tecnica. E del resto ho scritto di non riuscire ad annoverarmi fra i garpeziani. Dico solo che a mio modo di vedere è una visione un po' distorta quella per cui Picasso è bravo perché tutto sommato prima ha dimostrato di essere bravo anche a dipingere in modo tradizionale, quasi che il suo valore fosse questo! E ti assicuro che è una teoria che ho sentito ripetere spesso. Forse il formalismo, l'accademismo esasperato sono una peculiarità fortissima della nostra cultura: come ho scritto, una persona a me molto vicina che studia jazz è stata rimproverata perché non "improvvisa in modo corretto". A me pare un controsenso, semmai puoi rimproverare una tecnica inadeguata, o che l'improvvisazione sta male con il tema di base, o che non comunica nulla, o quello che vuoi. Ma il fatto di non seguire alla lettera le regole dell'improvvisazione codificate ex post non può essere un severo limite. Eppure per "noi" spesso lo diventa.

Utente non più registrato alle 18:32 del 30 agosto 2015 ha scritto:

Mah guarda, su Picasso io volevo semplicemente dire che nessuno può "rimproverargli" di non saper disegnare correttamente le figure dal momento che lo ha fatto e lo sapeva fare, tutto qui.

FrancescoB (ha votato 6,5 questo disco) alle 18:37 del 30 agosto 2015 ha scritto:

Ok se il senso era quello sono perfettamente d'accordo. Del resto è anche molto difficile che uno come lui non sapesse disegnare in modo tradizionale, io disegno come i bambini di cinque anni e infatti temo che non darò alcun apporto a questa forma di arte )