R Recensione

10/10

The Kinks

Golden Hour of the Kinks

Erano i primi anni ’60, gli anni in cui una sorta di ribellione ( e rivoluzione) gorgogliava e ribolliva nelle viscere della musica stessa; l’evo del Mersey Beat era già iniziato quando all’avvento di bands come Who, Small Faces, Animals, faceva capo l’urgenza della creazione di uno stile innovativo e personale. La lezione del rock’n’roll e dell’ R’n’B di fine anni ’50 era stata ampiamente sviscerata e somatizzata e ciò che ne emerse fu un sound grezzo, corrosivo e brillante in contrasto a quello pulito e ben educato del beat.

Fu in questo contesto che dal quartiere londinese di Minswell Hill cominciò l’avventura dei fratelli Ray e Dave Davies: insieme a Peter Quaife (basso), Mick Avory (batteria) crearono una band che si sarebbe imposta, nel grembo dell’austera matrona Inghilterra, come una sorta di istituzione: i Kinks. Impressionato dalla loro proposta estremamente originale (e geniale), furono scritturati dal ben noto produttore americano Shel Talmy ( già scopritore degli Who, dei Creation e dei Fleurs de Lys), e l’agosto del 1964 vide il primo singolo proiettarsi in vetta alle classifiche: “You really got me”. L’arroganza e l’aggressività che impregnava i riffs di chitarra elementari ma determinanti, la voce nasale e graffiante di Ray Davies, combinati e fusi in un organico sonoro ruvido ma limpido ( lontano dalle sonorità sporche e poco lineari dei Rolling Stones ad esempio) , ne fecero uno dei brani precursori dell’hard rock.

Lo stesso incedere nervoso e sferzante si riscontrò anche nella seguente “All day and all of the night”, parimenti abrasiva ma dagli arrangiamenti più curati, entrambe tratte dall’ album d’esordio “ The Kinks”( 1964) a cui parteciparono in qualità di session men Jimmy Page, Jon Lord e l’onnipresente pianista Nicky Hopkins. Fu subito chiaro che i Kinks ed il loro frontman e compositore Ray Davies erano ben lungi dall’incarnare un semplice ed adolescenziale gruppo beat;fuori dal loro tempo pur cavalcandolo appieno, non era lo stucchevole amore beatlesiano che celebravano o le ebeti frustrazioni dei teen-agers, ma una giovinezza ed un sentire impulsivo, rabbioso e verace. E le loro tumultuose apparizioni live parlavano più della musica stessa: la frenetica e travolgente energia delle esibizioni inevitabilmente sfocia in rissa, tanto da procurare al gruppo non solo una fama poco confortante ma anche il divieto di esibirsi negli Stati Uniti per 4 anni. Motivo: erano riusciti a provocare una rissa persino durante una trasmissione televisiva.

Ovviamente non fu una buona operazione commerciale, tuttavia non impedì l’uscita a getto continuo di singoli destinati a divenire hits, come la sfrenata e travolgente “Till the end of the day” che trasudava tutto l’ardore e la violenza dei primordi o “Tired of waiting for you” piazzatasi al primo posto nelle charts: smorzata la caratteristica, virulenta tensione, era una concessione alla melodia che Ray Davies & Co. faceva al pubblico, o alla psichedelia più soft e carezzevole di “See my friends”, scritta durante un tour in India. Intanto fra una profusione di singoli ed Ep, il secondo disco “The kinda Kinks”(1965) fu dato alle stampe.Meno orientato verso il rock ed il blues del primo, un ritorno agli esordi si ebbe invece col terzo “The Kinks Kontroversy”.

Ma il brillante Ray Davies ora non si accontentava più di levigare gli angoli taglienti della sua musica: i Kinks stessi si trasformarono in spigoli e cunei da conficcarsi nel fianco dell’Inghilterra borghese e conservatrice del tempo, prendendo di mira la biogotta ed ipocrita rispettabilità propria della media ed alta borghesia. “A well respected man” ne fu la prima estrinsecazione, satira dai toni vaudeville delle abitudini e aspirazioni di un rispettabilissimo giovanotto borghese “.. doing his best so conservatively” in attesa della morte del padre per mettere le grinfie sul suo patrimonio. O la deliziosa e scanzonata “Dedicated follower of fashion”: è la Swinging London e l’ossessione per i dictat della moda ad essere stavolta nell’occhio del ciclone, rubando le melodie al musichall e alla musica leggera.

Tuttavia sarà sempre il perbenismo britannico a costituire l’oggetto della polemica dei Kinks e che diverrà il perno di gran parte della loro produzione futura. La decadente “Sunday afternoon”, con arrangiamenti presi in prestito dalla canzone esistenzialista francese e dal blues delle radici, attaccherà il cinismo della borghesia più agiata. Ed il gruppo imboccò, di 45” in 45”, di Lp in Lp ( Face to Face-1966), (Something else- 1967), la strada della maturità musicale e formale, pur non prendendosi mi troppo sul serio. Non erano difatti proprio loro, i primi ad ironizzare su vizi e virtù nascoste della seriosa Gran Bretagna? Gli ottoni e il piano boogie di “Dead end street” canteranno sardonicamnete la misera fine dei teppisti di strada mentre la melodica e luminosa ballata di “Waterloo Sunset” celebrerà con beatlesiano trasporto emotivo, l’amore di due giovani capaci di essere felici anche nello squallore dei sobborghi.

Originale la circense e tragicomica “Death of a clown” interpretata come potrebbe farlo un vagabondo alcolizzato che incespica nelle vie. Ma ormai i Kinks aspiravano a più ambiziosi progetti: il concept-album, l’opera rock.”The Village Green Preservation Society( ’68), “Arthur”(’69),” Lola”(’70), “Kronicles”(72), erano vere e proprie vignette dell’ Inghilterra e i suoi costumi, la corruzione della borghesia, le vicende della gente comune e degli infimi. Lola”ad esempio, glammeggiante disavventura di un travestito, opera bandita negli States nontanto per il contenuto a sfondo sessuale, quanto per un riferimento diretto alla Coca-Cola che disturbò molto la multinazionale americana. O il beffardo calypso di “Apeman” in purissimo stile Marc Bolan che sottolineava ulteriormente l’eclettismo del suo compositore, indifferente alle mode e alle vendite che la band avrebbe potuto o meno realizzare.

Artigiani di melodie uniche e sagaci ,noncuranti degli amori o degli odi che si attiravano, i Kinks e singolarmente i suoi membri, continuarono a produrre opere di diverso valore fino agli anni ’90, sebbene, chiaramente, la vena artistica e geniale si esaurì nei primi anni ’70. In virtù del loro talento quasi pittorico di ricostruire attraverso combinazioni di stili differenti veri e propri affreschi, caricature, spaccati della società inglese, i Kinks erano assurti, in campo musicale, al ruolo che Charles Dickens aveva rivestito in letteratura più di duecento anni prima.

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Voto degli utenti: 8,2/10 in media su 3 voti.
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tecla 8,5/10
alvin 8,5/10

C Commenti

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loson alle 11:15 del 24 giugno 2008 ha scritto:

storia

Succinto ma interessante ripassino sulla storia del gruppo pop più importante degli anni '60. Però (eh sì, c'è un però) la sostanza è tanta che ogni loro disco da "Face To Face" ad "Arthur" si meriterebbe una disamina autonoma. Buon lavoro, comunque. Speriamo riesca ad avvicinare più persone ad un gruppo ancora oggi tremendamente sottovalutato.

nebraska82 alle 20:32 del 19 settembre 2012 ha scritto:

band immensa, una carriera costellata da una serie di capolavori in fila con pochissimi eguali nella storia del pop rock.

alvin (ha votato 8,5 questo disco) alle 20:16 del 31 ottobre 2012 ha scritto:

la storia del rock, una band fin troppo sottovalutata

glamorgan alle 8:40 del 20 marzo 2014 ha scritto:

grandi i kinks,sono il mio gruppo preferito,ho 15 loro CD,mi piacerebbe anche prendermi qualche vinile tipo village green,arthur e muswell hillbillies