Joy Division
Closer
Closer non è solo il disco postumo dei Joy Division, il testamento di Ian Curtis, il canto del cigno di un artista scomparso troppo prematuramente: è un viaggio nei meandri della sofferenza, dove non riluce nessun sole, dove la speranza è sepolta agonizzante sotto metri di terra, lasciata senza respiro. Claustrofobico, allucinante, lacerante: questi i primi tre aggettivi per descriverlo.
Uscito nel 1980, Closer è divenuto uno dei manifesti goth, ma definirlo esclusivamente dark sarebbe eccessivamente limitativo. Quando i Joy si apprestavano a incidere il loro album definitivo, avevano alle spalle l’esperienza di Unknown pleasures, rabbiosa e angosciosa testimonianza del malessere esistenziale di Ian Curtis. UP era ancora avvolto nelle nebbie nichiliste del punk dal punto di vista musicale, lo testimoniano i riff che pur non avendo la linearità estrema del genere, ne portano inconfondibilmente i semi. Naturalmente un punk appesantito da uno spleen grave e insostenibile come un gas mortifero. Closer si distacca ancor di più dagli stilemi del punk, proiettandosi al di fuori dei generi, quasi a crearne uno ex novo.
Il disco si apre con la macabra apertura di “Atrocity exhibition”: percussioni tribali e ossessive che sorreggono tutta la canzone, il basso che le abbraccia macabramente e una chitarra rumorosa, tormentata su tutta l’ampiezza delle sue sei corde: un tappeto di rose nere su cui la voce spettrale di Curtis marcia in pompa magna con le sue liriche meravigliosamente oscure e attraenti: “This is the way step inside” viene ripetuto più volte, e siamo sicuri di non volere più abbandonare l’abisso cui ci conduce questo disco sin dalle prime note.
“Isolation” è un convulso brano di synth-pop, preveggente per quel che sarà il sound dei New Order, ma è un synth-pop malato, depresso: il poeta Curtis invoca la madre, impaurito, solitario, isolato. Note metalliche di tastiera sorreggono la struttura di questo ballabile. “Passover” è un brano apocalittico: “this is the crises I knew had to come destroying the balance I’d kept”. Quante persone possono riconoscersi in questi lucidi versi? Il cantato freddo insieme alla batteria ripetitiva causa una profonda e ipnotica alienazione nell’ascoltatore: la musica dei Joy Division ha il potere di trasmettere dolore anche in chi è soltanto un ascoltatore, materializza spettri e le parti più cupe del nostro animo.
“Colony” è un lacerante brano sulla triste condizione esistenziale di Ian, un ennesimo mattone che va a costituire il muro che egli aveva eretto con il mondo esterno, consolidato dal suo suicidio.
“A means to an end” è caratterizzata da un monocorde cantato e parla di una fiducia tradita: “I put my trust in you”. Il crollo di ciò in cui crediamo di più può avere effetti devastanti, far perdere tutte le nostre certezze qualunque esse siano.
C’è poi la struggente “Heart and Soul” che espande malessere attraverso i diffusori, un vibrante brano dove la simbiosi dei quattro raggiungi vertici di assoluta perfezione. “Heart and Soul” spalanca le porte per quella che è considerata da chi scrive una delle migliori sequenze di brani mai apparse su un cd: “24 hours” e “The eternal”. La prima è un adrenalinico brano, vicino al punk che rimanda alle atmosfere malate del primo disco, una montagna russa infernale, dove si alternano improvvise accelerazioni a parti più tenebrose e oscure, in un saliscendi emozionale devastante. “The eternal” è una lugubre marcia funebre, quasi come se Ian descrivesse senza pathos il dipanarsi di un corteo funebre, del suo corteo funebre. Arriva il termine, “Decades”: quale miglior finale si potrebbe immaginare per un disco? Un lento ballo a base di synth, che offre ancora uno spaccato della sofferenza esistenziale del leader dei JD. Un brano avvolto in un’aurea da limbo eterno, dove l’emozioni appaiono filtrate, distanti e sfumate anche grazie agli effetti applicati alla voce e alla strumentazione. “Closer” è un requiem, il più triste requiem rock che vi possa capitare di ascoltare, una sublime opera d’arte.
A Ian Curtis (1956-1980)
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