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R Recensione

10/10

The Cure

Faith

Una vita intera, come diciassette secondi, risucchiati dentro una foresta nella mente…

Pochi eterni velocissimi attimi vissuti sospesi in aria, in apnea, nella penombra dell’indifferenza degli eventi.

Non rimane che la fede, una consapevolezza sfocata, una confessione di fronte allo specchio, un’abbazia fantasma nella quale rifugiarsi…e pregare, mentre si cade giù, rimanendo immobili. Infine si annega, sprofondando nel dubbio più atroce. Eppure questo cupio dissolvi sembra quasi una consolazione.

Se Seventeen Seconds era l’aria, e Pornography sarà terra infuocata, Faith è l’acqua. Un disco di una stasi realmente annichilente, che suona come impercettibili sussurri biascicati all’albeggiare. È il vuoto, è la stanchezza, tra la rinuncia e il lamento, è una profondità misteriosa come un anonimo utero senza fondo.

Robert Smith compone la sua opera più misantropica e buia, in un momento di estremo distaccamento dalla realtà.

Faith è un’illusione dentro un’illusione, una vita incastrata in un sogno, o forse in un’altra vita.

Faith è il vuoto prima dell’infinito. Morbosa fascinazione per l’immobilità.

Il basso tenebroso di Gallup, ormai consacrato ad un chorus impietoso, si incarica di trascinare la musica, con il vano tentativo di riportarla all’umano. Il narcolettico Tolhurst, con i suoi pattern ritmici testardamente elementari, è ormai un androide.

Due soli accordi minori della chitarra di Smith e il gioco è fatto: Holy Hour viene scossa da lontano dai rintocchi di una campana mentre la tastiera disegna la sagoma incerta di paesaggi sognati da un’anima sepolta e il corpo continua a ciondolare sulla Terra, senza pace ma senza neanche voglia di lottare. Le liriche esprimono desolazione e avvilimento, ma anche un certo distacco:

Mi inginocchio

Ed aspetto in silenzio

Mentre le persone ad una ad una scivolano via

Nella notte

I corpi calmi e vuoti

Baciano il pavimento prima di pregare

Baciano il pavimento

E scivolano via....

(…)

Mi alzo

E mi sento urlare

Un urlo inarticolato di potere ancestrale

Si spezza contro la roccia

Dolcemente ti lascio piangere...

Non riesco a trattenere ciò che divori

Il sacrificio della penitenza

Nell'ora santa

Nulla lasciava presagire un pezzo come Primary a seguito: stavolta le ritmiche si fanno serrate e gagliarde e il chitarrismo di Smith è molto più nervoso del solito. Un po’ quello che succede nell’acre Doubt, che però vira quel post-punk abbastanza primitivo verso un sentiero più periglioso. Siamo nel solco di un minimalismo new wave oscuro ed enigmatico, come continua a dimostrare la diafana Other Voices, che torna a quella musicalità umbratile e suggestiva, piena di spazi apparentemente vuoti riempiti da un qualcosa che sembra mancare ma in realtà costituisce una presenza inquietante. Other Voices pare quasi una colonna sonora adatta ad una danse macabre che però manca volutamente di mordente gotico, soffocando i sinistri accordi di chitarra sotto un basso pungente che segue il ritmo di un tango della catastrofe, mentre il testo tratta di paranoia e nostalgia.

Si scende nelle profondità acquatiche di Faith, con All Cats Are Grey e The Funeral Party, tra le canzoni più eteree mai composte dai Cure, i cui versi continuano a dirigersi verso il delirio, la tristezza e la dolcezza insieme. Nella prima i tamburi che battono un tempo tribale al rallentatore ci spingono verso una dolce stato catatonico e di nuovo le tastiere ricoperte da spessi strati di ovatta e malinconia si muovono sensuali accompagnando come vestali Smith. Poi sopraggiunge la catalessi più profonda, a causa dei tappeti tastieristici soporiferi de La Festa Funebre. Il cuore rallenta inesorabilmente il suo battito, la musica si blocca in questo stato comatoso, tuttavia compiaciuta del suo procedere flemmatico attraverso i silenziosi cieli liquidi di un grottesco incubo.

Un geometrismo estremamente scarno ed essenziale caratterizza costantemente le canzoni di Faith: ci sono pochi gesti eclatanti e ritmi di una monotonia clamorosa. Eppure il risultato è magico.

L’apatia che soffoca i brani dell’album e la loro freddezza emotiva spinge l’ascoltatore oltre la tristezza e oltre la paranoia, alla ricerca di una terra vergine dove cercare un volontario e probabilmente catartico intorpidimento.

Gli ultimi due pezzi sono i più mesti in assoluto dell’album e tra i più deprimenti della produzione curesca. The Drowning Man è una lenta implosione, un progressivo e irrisolto torcersi all’interno del proprio buio mentale ricreato attraverso irreali pulsazioni ritmiche effettate e monotone frasi di chitarra perse in un oblio drogato, verso il centro di una spirale mortale.

L’altro, ultimo brano è la title track, tediata da corde svogliate e stanche che blaterano di linee musicali pigre e sommesse. Rimane solo la noia del vivere, e intanto Smith si sdoppia e leva lamenti rassegnati di fronte al suo stesso spettro.

Me ne sono andato via solo

Con nient'altro

Che la fede

Con nient'altro

Che la fede

V Voti

Voto degli utenti: 8,4/10 in media su 32 voti.
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Cas 8/10
Vikk 9/10
Khaio 10/10
giank 8/10
tecla 8/10
REBBY 9/10
layne74 9,5/10
ThirdEye 10/10
gramsci 7,5/10
Lepo 10/10
loson 6,5/10
Vatar 9,5/10
Luca_87 6,5/10

C Commenti

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Cas (ha votato 8 questo disco) alle 9:02 del 9 ottobre 2007 ha scritto:

il primo grande passo verso quel capolavoro assoluto che è Pornography...Faith bello ma non eccelso, comunque bravo Luca!

DonJunio (ha votato 8 questo disco) alle 13:39 del 9 ottobre 2007 ha scritto:

Sleeping children in their blue soft rooms....

Album spesso ingiustamente oscurato dalla freschezza del debutto, dai singoli del precedente "Seventeen seconds" e dalla magnificenza del successivo "Pornography"....eppure "Faith" è l'album che mi permise di innamorarmi dei Cure, il primo che mi procuarai. "Doubt" e "Drowning man" credo siano due delle più belle e influenti canzoni d'amore mai scritte, benché siano in ottica goth. Lo stesso Nick Cave gli deve molto.

Vikk (ha votato 9 questo disco) alle 15:28 del 11 ottobre 2007 ha scritto:

gran disco... minimale... intimista... come gia' detto bello, ma non eccelso a causa della lavorazione forzatamente frettolosa, "Primary" (pezzo stumendo) e' fuori contesto (calzava meglio la prima versione molto rallentata), come lo scarto post-punk "Doubt" che andava cestinato; capolavori assoluti la title track, "The Downing Man", "All The Cats Are Grey" e "The Funerl Party"

Liuk Pottis alle 12:22 del 16 novembre 2010 ha scritto:

Concordo

Concordo sul "Faith bello ma non eccelso"...Ma quante lacrime ho versato su questo disco...Intensissimo, tranne in alcuni episodi meno azzeccati ("Doubt") o fuori luogo (la comunque bella "Primary").

Alfredo Cota (ha votato 9 questo disco) alle 13:53 del 10 gennaio 2012 ha scritto:

A mio avviso il vero capolavoro dei Cure: intimista, scheletrico, con un Robert Smith in grande spolvero (The Holy Hour, The Drowning Man, Doubt e la title track sono da brividi)

tramblogy (ha votato 10 questo disco) alle 18:34 del 10 gennaio 2012 ha scritto:

Certo, altroché Pink floyd