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R Recensione

7,5/10

Genesis

Wind And Wuthering

È un asserto comune, fra gli appassionati, considerare la carriera dei Genesis divisa in due parti, quella progressiva e quella pop, lo spartiacque fra le due essendo rappresentato, per molti, dall’album dal vivo “Seconds Out” del 1977 l’ultimo col chitarrista Steve Hackett, mentre per altri (la maggioranza) la svolta coincide con la dipartita del frontman Peter Gabriel nel 1975, all’indomani dell’album “The Lamb Lies Down On Broadway” e relativa, faticosa e tesa ma trionfale tournée.

Io di fasi ne vedo piuttosto tre: la cosiddetta Gabriel-era, appena definita e progressiva in toto, la poppettara Phil Collins-era che va fatta partire propriamente dall’album “Abacab” del 1981, e in aggiunta un’era di mezzo, quella più in divenire, che va dal 1976 al 1980 e vede i nostri muoversi da un lavoro squisitamente progressivo (“A Trick Of The Tail”), ancora in quartetto con il chitarrista solista, per approdare a “… And Then We Were Three” e “Duke”, due ibridi piuttosto canzonettari ma ancor pieni di strascichi progressivi, realizzati in trio senza più il decisivo contributo, musicale e tematico, del buon Steve. A questa schematizzazione sfugge naturalmente l’ultimo lavoro “Calling All Stations” del 1997, senza più neanche Collins e che quindi fa storia a sé.

Quest’opera di fine 1976 sta quindi in quella piena era di mezzo. È l’ultimo contributo in studio di Hackett e quindi ha prevalenza progressiva, anche se le infiltrazioni canzonettistiche sono notevoli, i caratteristici testi favoleggianti quasi spariti, lo stile di canto del batterista Phil Collins in rapido affrancamento, e “alleggerimento”, rispetto a quello dell’ex-compagno Gabriel.

I brani notevoli sono tre: il primo in cui ci si imbatte è la suite di dieci minuti tondi “One For The Vine”, a ben vedere il secondo episodio più complesso e iper strutturato in assoluto dei Genesis dopo l’irraggiungibile “Supper’s Ready”. Vi impazza il tastierista Tony Banks, con la fortissima impronta romantica che contraddistingue la sua ispirazione: le varie componenti di questa mini sinfonia sono tenute insieme dal lavoro, molto dinamico ed espressivo per l’occasione, del suo pianoforte. Acme del pezzo è la prima parte del furioso intermezzo strumentale centrale, nella quale viene eseguita una sorprendente figura ritmica che prevede anche l’incrocio delle braccia sulla tastiera, per consentire alla mano sinistra di raggiungere note più alte di quelle suonate dalla destra. Il batterista Collins spalleggia le evoluzioni del suo compagno con creativi colpi di rullo, charleston e campanaccio e insomma la resa innovativa ed istrionica del quartetto si dimostra qui in tutta la sua creatività.

Il secondo vertice si intitola “Blood On The Rooftops” ed è una creazione per buona parte di Steve Hackett, suo canto del cigno prima di mettersi definitivamente in proprio. Collins gli dà una mano, appiccicando con efficacia all’ariosa struttura di base del compagno un ritornello facile facile che aveva già pronto, ma la magia del pezzo sta nel lavoro di chitarra classica, pizzicata prima in solitaria in una lunga introduzione e poi ad accompagnare in arpeggio le strofe. Peccato solo per il testo, insulso.

L’ultima cosa notevole è la chiusura “Afterglow”, una ballata lineare ed enfatica, scandita dai rintocchi della dodici corde elettrica di Mike Rutheford e gonfiata sia dalle poderose basse frequenze della sua pedaliera Taurus che dal morbido tappeto di tastiere del collega Banks mentre che Collins, sempre più a suo agio dietro il microfono, gonfia i polmoni e fa sbocciare del tutto il proprio sin lì defilato talento vocale.

L’apertura “Eleventh Earl Of Mar” è senza infamia e senza lode, anch’essa un lungo pezzo al 100% progressivo, senza che però succeda niente di epocale. Le varie sezioni si susseguono senza molto genio, la melodia del canto è un poco stridula e modestamente ispirata, il gruppo se la cava con mestiere ma i sette ed oltre minuti sfumano lasciando una sensazione di insoddisfazione.

Il resto del lavoro vale sinceramente ancor meno: vi sono ben tre strumentali “Unquiet Slumbers For The Sleepers…”, “…In That Quiet Heart” e “Wot Gorilla?” che tirano avanti senza incidere più di tanto, parametrati ovviamente con quanto la formazione aveva saputo imbastire lungo tutto il lustro precedente. Fa specie che per far posto a questi riempitivi sia stata sacrificata una grande canzone qual è “Inside And Out”, dotata di una melodia meravigliosa avviluppata nel gioco argentino delle chitarre a dodici corde, a proseguimento ed affinamento di tanti altri simili capolavori dei Genesis, e con un ritornello paradisiaco… Pare che l’unica ragione della sua esclusione sia stata il già notevole ed insolito spazio concesso ad idee e composizioni di Hackett nella scaletta dell’album, ragion per cui i due boss e membri originari Banks e Rutheford intesero di optare per loro cose di seconda scelta, decisamente meno degne. Questo bellissimo pezzo finì poco gloriosamente dentro un EP insieme ad altri tre scarti delle registrazioni di quest’album… fatto decisamente insostenibile per il chitarrista e sicuramente uno degli episodi più eclatanti a fondamento della sua dipartita.

L’ultimo episodio ancora non citato “Your Own Special Way” è da iscrivere nel novero delle cose insopportabili: un’uscita a livello… sanremese del bassista e chitarrista ritmico Rutheford, in ragione di una melodia telefonata e stucchevole ed di un testo sciocchino cantato di testa, e da cani, da Collins, compreso un vacuo falsetto degno di una Romina Power.

Senza il passo falso di quest’ultimo brano e con “Inside And Out” inserita al posto di un paio degli strumentali, questo disco sarebbe stato al livello del precedente “A Trick Of The Tail” e quindi del tutto consistente ed appagante. Invece è solamente un disco molto buono, inferiore a tutti i precedenti (salvo l’acerbo esordio del 1969) ma l’ultimo dei Genesis, in ogni caso, a meritarsi una percentuale maggioritaria di lodi.

V Voti

Voto degli utenti: 7,9/10 in media su 7 voti.
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B-B-B 8,5/10
Lelling 8,5/10
brogior 6,5/10

C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Giuseppe Ienopoli (ha votato 7 questo disco) alle 11:56 del 2 febbraio 2014 ha scritto:

… in tutto l’album si respira l’atmosfera del presagio di qualcosa che stava “progressivamente” ma inesorabilmente per finire … le melodie che si susseguono sembrano voltarsi tristemente all’ indietro per guardare ciò che è stato … la malinconia pervade completamente l’ascoltatore “gabrielliano” che rimane per tutta la durata con la copertina in mano quasi a contare le cinquanta sfumature di grigio di Colin Elgie e gli uccelli neri come esuli pensieri nel gelido migrar … e con Afterglow siamo ai titoli di coda del genesis progressive!

… a quel punto anche Hackett diventò superfluo o sprecato … ed io odiai per sempre il gatto Collins che continuò a mugolare sguaiatamente alla luna!

Utente non più registrato alle 16:16 del 2 febbraio 2014 ha scritto:

Pur non essendo al livello dei precedenti capolavori, l'era immediatamente successiva alla fuoriuscita di Gabriel è senz'altro lodevole e merita la dovuta attenzione...e sicuramente hanno insegnato molto alle future generazioni...

Con Seconds Out, si sa ormai, il "meraviglioso mondo dei Genesis" ebbe fine, ma nel cervello, nel cuore, continueranno per sempre a riecheggiare le loro note...