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7,5/10

Blind Faith

Blind Faith

La maliziosa copertina, con la ragazzina svestita intenta a mostrare il modellino di un… razzo, a suo tempo fece sensazione, tanto che nei particolarmente ipocriti Stati Uniti fu prontamente sostituita da una banale fotografia dei Blind Faith in studio di registrazione. Erano tempi ancora semplici… sul muso del velivolo si vede chiaramente il riflesso della macchina fotografica e del banco di illuminazione, lo sfondo bucolico è aggiunto con un primitivo, posticcio collage. Il fotografo battezzò questa sua composizione tra l’innocente e il morboso “Fede ceca”(?) e l’idea a quel punto venne buona anche per dare il nome a questo super gruppo.

 

Super perché metteva insieme i cocci dei Cream (Eric Clapton chitarra, Ginger Baker batteria) con quelli dei Traffic (Steve Winwood voce, organo, piano elettrico e chitarra), completati con la deportazione dell’ottimo Rich Grech (basso e violino) dai rassegnati Family. La figura centrale del progetto è comunque Winwood: sue tre composizioni su sei, con il resto diviso fra una cover di Buddy Holly, un numero firmato da Baker che è in sostanza un lungo assolo di batteria ed infine l’unico contributo di Clapton (cantato da Winwood).

 

Lì per lì, tanto per cambiare, fu proprio la ballata blues di ClaptonPresence Of The Lord” a guadagnarsi le lodi più alte… la fama del chitarrista era d’altronde allo zenit in quel periodo, ma il tempo è galantuomo e i tanti, successivi anni di citazioni, riconoscimenti, coverizzazioni eccetera hanno stabilito che la gerarchia è un’altra: prima della canzone di Clapton vengono senz’altro le due perle di WinwoodSea Of Joy” e “Can’t Find My Way Home”.

 

Quest’ultima, una semplice ma toccante discesa di accordi in arpeggio sulla chitarra acustica, sulla quale si innesta un’emozionante melodia blues resa al meglio dal timbro negroide di Steve, può essere considerata ancor oggi uno dei modi migliori di fare bella figura alle feste imbracciando una chitarra: l’effetto è per certo irresistibile e fascinoso. In tanti, nel corso degli anni, l’hanno ripresa per irrobustire le scalette dei loro dischi, fra di essi Yvonne Elliman, Gilberto Gil, Joe Cocker…  ma anche Styx, House Of Lords e recentemente  Black Label Society, a testimoniare che la speciale tensione comunicata si adatta magnificamente anche a generi musicali parecchio tosti e rumorosi. La sua resa originale resta però deliziosamente folk, con Eric e Steve entrambi all’ acustica e Ginger che fatica a contenere la sua tracotanza, pur usando le spazzole.

 

L’altro vertice del lavoro “Sea Of Joy”, molto in stile Traffic con Winwood che dispiega tutta la sua notevolissima estensione vocale, deve la sua fama essenzialmente ad un sorprendente finale strumentale con al proscenio il violino di Grech, il quale sovraincide più volte il suo strumento elettrico avviluppando l’armonia della strofa di una placida sensazione di ricovero, davvero memorabile.

 

L’iniziale “Had To Cry Today” è un esteso episodio di ortodosso british blues, molto Cream, con i due mattatori Clapton e Winwood entrambi alla chitarra elettrica. L’impianto del pezzo è definito da un riff abbastanza farraginoso, proprio per questo affascinante. Stessa sensazione per l’idiosincratico passaggio armonico tra strofa e ritornello, invero assai ardito. Winwood al solito non si risparmia, ma la produzione della sua performance andava resa più accurata… ogni tanto affiorano evidenti pecche di intonazione. La musica si trascina fino a quasi nove minuti, grazie al lungo assolo di Clapton e alla jam session finale nel quale entrambi i chitarristi svisano contemporaneamente, con evidente gusto reciproco.

 

La già nominata “Presence Of The Lord” è una semplice e reiterata preghiera del rinfrancato Clapton, all’indomani della tumultuosa stagione dei Cream, piena di speranza per la nuova avventura musicale appena intrapresa. La ballata ha un andamento molto lirico, rudemente spezzato da un celebre e robusto break chitarristico, ornato di pedale wah wah.

 

La cover di Buddy Holly (di cui il bassista Grech era stato collaboratore, quindi con probabilità una sua proposta) si intitola “Well All Right” e vede Winwood al piano elettrico, in piena evidenza nell’assolo conclusivo. La finale “Do What You Like” è un blues in cinque quarti messo insieme da Ginger Baker, il quale serve da canovaccio per l’interminabile assolo di batteria dell’esuberante musicista, inevitabilmente noioso ma teneramente capace di provocare rimpianto per quegli anni gloriosi della musica rock, quando era ancora consentito di strafare ai musicisti, essendoci un vasto mercato di appassionati in grado di accettare e godersi queste autoindulgenze.

 

Bel disco, ma purtroppo l’unico lascito di questa formazione. Successe che nei concerti tenuti a valle della sua pubblicazione, i Blind Faith fossero costretti a riesumare le cose dei Cream e dei Traffic, per integrare i quaranta minuti scarsi di repertorio originale, col risultato che il pubblico osannava istericamente il vecchio repertorio Cream e restava indifferente alle nuove cose. I fantasmi che allora possedevano la mente del lunatico Clapton gli rendevano insopportabili questi eccessi d’isteria, facendolo persuaso che il suo nuovo quartetto stesse suonando male, senza coesione… Tutto andò a ramengo dopo meno di un anno ed i quattro musicisti passarono ad altro: Winwood rifondando i Traffic insieme a Grech, Baker mettendo insieme i Royal Air Force, Clapton iniziando la sua carriera solista.         

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zagor 7/10
Robio 8/10

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zagor (ha votato 7 questo disco) alle 1:26 del 23 settembre 2013 ha scritto:

copertina storica, disco invecchiato decisamente, a differenza dei capolavori dei traffic!