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R Recensione

6,5/10

Fuzz Orchestra

Morire Per La Patria

Once upon a time, il rock in opposition. Quello che incideva per le major manifesti di deflagrante destrutturazione linguistica. L’anarchico anticlassista che si recava a lavorare in banca. Il futurista che abitava l’ultima casa dello sperduto villaggio della campagna. C’era una volta, e non ci sarà più. Tuttavia, come un prezioso cimelio, fa piacere rispolverarlo, mai domo, sempre luccicante di uno shining incontenibile. I Fuzz Orchestra guardano nel lago limpido dell’umanesimo feuerbachiano e scorgono tre distinti quarantenni, in giacca e cravatta d’ordinanza, che sono ciò che hanno mangiato: intemperie intellettuale e grandiose architravi musicali. Non vi bastassero le intercettazioni captate di brigatisti e alti funzionari di polizia, o le svisate programmatiche di “Comunicato N°2”, l’ultima campagna militante va a testimoniare che è bello, morire per la patria. Alle spalle dell’avanguardia si agita un blob infernale, ed eppure essenziale, di miasmatico noise-doom senza bassi, di frequenze ipercompresse ed andamento monolitico, di hardcore rinnegato e rivestito di sprezzante patina anticonformista. Nella fanfara angolare, post-apocalittica, marziale di “Viene Il Vento”, si infiltrano rumorose tre presenze. Edoardo Ricci ed Enrico Gabrielli scoperchiano l’andatura politimbrica del nuovo arrivato Paolo Mongardi (Zeus!, Ronin, ex Il Genio, ex Jennifer Gentle, ex tutto) con sassate di piroclastico free jazz ad espansione impro: dal lato opposto, Xabier Iriondo raddoppia i riff devastanti di Luca Ciffo, scorciando freneticamente il brano verso una coda da geenna.

Once upon a time, il cinema politico in Italia. Della definita trilogia della nevrosi del maestro Elio Petri, “La proprietà non è più un furto” (nella versione inglese, “Property is no longer a theft”), 1973, è sempre stato considerato l’anello debole, schiacciato dal peso dei due illustri predecessori (“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, 1970, e “La classe operaia va in paradiso”, dell’anno seguente). In realtà, la grottesca costruzione astratta, l’esasperazione kafkiana del non-ritorno e della non-conclusione, l’arditissimo gioco di metafore e di sottintesi lo proiettano verso vette irraggiungibili, almeno a coraggio ideologico, e difatti mai più raggiunte. Ne “La Proprietà” parla Flavio Bucci, il memorabile ragionier Total coinvolto in uno snervante corpo a corpo sociale col macellaio Tognazzi (il volto della borghesia braccata, accondiscendente e quindi rispettosa, in ultimo, del ruolo imposto dalla piramide gerarchica), in un monologo vertiginoso per contenuti e poco meno che fiondante nella forma, camera obscura teatrale solo temporaneamente prestata alla settima arte. Battono sordi, i colpi: salmodiano dispari, le frasi musicali portanti. I sample sono bestie, pietre, alberi morti, vermi, condotti al macello verso un tentativo di tragica congiunzione sinfonica (violino di Dario Ciffo) che esalta, ancor più se necessario, la lucida follia esistenziale del narratore. La fine, l’egoismo come sentimento fondamentale della religione della proprietà, a 2:37.

Once upon a time, l’autoproduzione. A dispetto dell’hype sollevato all’estero, e dell’azzeccato parco ospiti di valore – pensato appositamente per esaltare la prospettiva di composizioni altrimenti tendenti alla monocromia – “Morire Per La Patria”, terzo disco dei Fuzz Orchestra, esce per una cordata di quindici etichette. Roba d’altri tempi per un lavoro d’altri tempi, un giglio nero che sboccia nel petto di un sentire politico piuttosto oscuro, sineddotico e finanche inquietante (la copertina, tra misticismo e massoneria, si supera). Le capacità del trio – strumentale – sono interamente devote al messaggio o, latamente, alla sua trasmissione. Voci altrui scandiscono lo scivolare dei brani, dalle furibonde invettive del Giovan Battista pasoliniano in un’estenuante “In Verità Vi Dico”, al Giordano Bruno di Montaldo nei break sabbathiani di “Sangue”, con un andamento classico su power chord fratturato a livelli di volume ed intensità. Molto meglio, a dire il vero, quando la tavolozza dei colori si amplia. Se ne vedono delle belle nella psichedelia, acida e pesante, de “Il Paese Incantato”, landscape jodorowskiano distrutto da impressionanti tiranti doom e tirato a lucido dallo scoppiettante arrangiamento ethio-jazz del solito, immaginifico Gabrielli. Regala sprazzi di intenso coinvolgimento anche “Svegliati E Uccidi”, intontito proto-metal che va in cortocircuito armonico sulle melodie popolari estratte dalla pellicola di Lizzani (canonica impostazione fulciana “del contrasto”), mentre l’assalto all’arma bianca della title-track – struttura scaglionata a stop&go, realizzazione tangente sludge – conclude il platter in medias res.

Once upon a time, il fuoco a volontà. Dulce et decorum est pro patria mori.

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