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R Recensione

6/10

Kamaal Williams

The Return

Pur costretti a confrontarsi, tutte in un colpo e tutte assieme, con alcune delle intelligenze più sviluppate e sofisticate del revival contemporaneo jazz-e-dintorniBADBADNOTGOOD, GoGo Penguin, Colin Stetson, Robert Glasper, Craig Taborn, Josef Leimberg, Ches Smith per citare solo i maggiori, evitando poi scrupolosamente di tirare in ballo associazioni mentali di lusso come Kendrick Lamar e i titanici fantasmi del Kamasi di “The Epic” –, giusto un paio di anni fa Kamaal Williams (aka Henry Wu) e Yussef Dayes erano riusciti a ritagliarsi il loro momento di gloria con il funambolico “Black Focus”, il viaggio identitario di due londinesi d’origine araba nell’intersezione sotterranea fra club culture anglosassone e riverniciature post-moderne di certa fusion esibizionista. Nulla di trascendentale, a tratti fin troppo estetico, piacione e ammiccante, ma nel complesso buono. I veri problemi arrivarono in un secondo momento: un litigio furibondo, uno split subitaneo e irrevocabile, proclami di guerra, le rimanenti date del tour di supporto al disco grottescamente suddivise tra due formazioni diverse. Un sophomore, infine, appeso ad un filo, fluttuante in un limbo da cui viene ripescato oggi, a nome del solo Williams: “The Return”, non per niente.

Quasi perfettamente speculari nella forma (attenzione ai richiami: non solo il bianco della vecchia copertina qui virato nero, ma addirittura l’uscita per la nuova label di proprietà di Williams, la, ta dah!, Black Focus), i due dischi sono ancor più vicini fra loro nella sostanza. Dopo l’infornata di amici sessionmen comparsi su “Black Focus”, “The Return” vede il protagonista assoluto Williams circondarsi di una formazione minimale affidata a due professionisti riconosciuti, il bassista Pete Martin e il batterista Joshua McKenzie. È una scelta che permette al leader di operare su due fronti: primo, conservare inalterato il tasso tecnico del gruppo (elemento essenziale, per musica così dinamica e arabescata); secondo, conquistare i riflettori del proscenio senza timore di cederli ad altre primedonne. Dal frenetico groove breakbeat, incorniciato da grattacieli di tastiere gommose e Rhodes stroboscopici, di “Catch The Loop” (immaginate un Makaya McCraven sotto steroidi e con un Brandon Coleman senza freni in lineup), all’Herbie Hancock notturno nascosto tra le sensuali pieghe psych di “Medina”, dal tempestoso funk milleriano di “Broken Theme” al ruzzolare da dancefloor di “LDN Shuffle” sezionato in due dal selvaggio assolo di Mansur Brown (un capolavoro di gusto, che insuffla l’elettricità hendrixiana nelle scale di McLaughlin), dai sornioni melodismi soulish della torrenziale “Salaam” alla fusion cassa dritta e lustrini di “High Roller”, ogni pezzo è costruito per veder troneggiare il tentacolare Williams, padre padrone assoluto di una scrittura che si rivela tuttavia essere didascalica e – invero – piuttosto autoreferenziale, sempre identica a sé stessa e, ahinoi, dotata di scarsissima longevità (con un paio di sporadiche deviazioni, come le fanfare campionate di “Rhythm Commission” o gli acidi synth in dissolvenza di “Aisha”, tutto sommato sullo sfondo).

Si ascolta distrattamente, si consuma in fretta, ma alla fine nulla rimane. Un ritorno che sa di falsa partenza.

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