The Hidden Cameras
Origin: Orphan
‘Gay Church Folk Music’ l’hanno definita loro stessi, e l’auto-etichetta dà l’idea di molte tipicità che contraddistinguono da quasi un decennio la proposta degli Hidden Cameras, tanto più in questo quinto disco umorale, sempre in bilico tra gaiezza e introversione. Appariscente, indomabile, caciarone, prepotentemente camp, il collettivo di base canadese (toh: collettivo e canadese nella stessa frase!) che ruota attorno a Joel Gibb prosegue sulla strada del suo indie pop sfavillante e svirgolato, aggiungendo però un’inedita corda ipocondriaca ben amplificata dal ricorso massiccio ad arrangiamenti orchestrali.
Il risultato è un album instabile, incerto nel suo pendolarismo tra ambizioni sinfoniche (la ‘bella canzone’ sostenuta dagli archi) e boicottaggi ironici (la canzone divertente piena di pernacchie). Non tutto, peraltro, è ben rifinito. Se piace il trittico centrale che raccoglie senz’altro gli Hidden Cameras più oscuri, tra il melò bacharachiano di “Walk On”, l’indie-pop sommesso di “Kingdom Come” (Jens Lekman pre-Kortedala) e i Notwist ritorti allo psych-pop di “Origin: Orphan”, appare quasi fastidiosa la doppietta successiva “Underage”/“The Little Bit”, che fa scendere il disco rispettivamente alle latitudini di un pop-trash hawaiano da parodia e di una versione macchiettistica in stile bubblegum degli Architecture In Helsinki.
Non che gli Hidden Cameras non sappiano più declinare il twee pop in chiave farsesca, tanto che “In The NA” sfoggia un livello di arguzia notevole, nella sua rotazione di strofa electro-camp e ritornello jangle-pop (Ra Ra Riot, The High Strung), ma è certo indubbio che la stretta convivenza con un controcanto più elegante ritorca certe uscite art-freak contro se stesse. E così l’attacco di “Do I Belong”, nel suo rimando a “I Want To Break Free” dei Queen, odora di kitsch.
Da leggere, piuttosto, i testi di Gibb, mai reticenti, tanto nella satira quanto nell’elegia. E se dopo “Mississauga Goddam” (Mississauga è la città dove Gibb, che ora abita a Berlino, è nato) questo “Origin: Orphan” sembra prolungare l’acida filippica contro le proprie radici nordamericane, de facto rinnegate, ciò non pregiudica momenti di debordante sentimentalismo: esemplari “Colour Of A Man”, love-song direzione chamber pop che gli archi e i cori sfumano di un’incorporeità angelica, e “Silence Can Be A Headline”, ballatona old-fashioned costellata di accordi in minore e pronta a diventare lento ideale per il ballo di fine anno scolastico sotto la palla stroboscopica.
Alla fine della fiera i buoni momenti, non rari (anche il mediorentalismo teatrale che i violini conferiscono a “Ratify The New” e la nenia folk-pop di “He Falls To Me”), non redimono il disco intero, facendo anzi intuire come la sua natura interlocutoria potesse essere facilmente evitata.
Sito ufficiale: thehiddencameras.com/html/home.html
Myspace: www.myspace.com/hiddencameras
VIDEO
"In The NA": www.youtube.com/watch
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