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R Recensione

7/10

Mazzy Star

Seasons Of Your Day

Won't you let me come inside?/ I've released all of my pride/ And I know you're alone because I've been there/ I know you've been missing me/ Well you know, I've been missing you too (tratto da “Seasons Of Your day”)

Ci sono mancati si, e forse è mancato anche a loro. Quella di David Roback e di Hope Sandoval, nell’ultimo decennio e passa, è stata la storia di una continua presenza/assenza, costellata di fulgide, quanto timide, apparizioni e di fantasmagorici rinvii ad un invisibile altrove sonoro, dovunque sia. Lontani dalle cronache come Mazzy Star eppure mai così presenti e influenti sulla scena alternativa, grazie anche alla portata di internet e alla nuova luce che ha contribuito a gettare su gruppi più o meno validi e sottovalutati, riscoperti da una nuova generazione di ascoltatori, approfonditi dalla critica in tutta la loro genealogia sonica dal Paisley Underground in poi, citati o imitati con una certa insistenza sul versante folk-rock psichedelico fino a limitare del dream pop e dello shoegaze più melodico. E negli ultimi mesi, a suggellare una popolarità che raramente avevano sperimentato in passato, è arrivato anche un album nuovo, il primo dopo ben diciassette anni. Un disco di canzoni inedite più che un album nuovo, a voler essere puntigliosi, dato che raccoglie dieci brani composti durante questo lunghissimo iato e registrati in giro per il mondo in diverse occasioni, ma poco cambia perché la coerenza stilistica e l’essenza poetica che hanno reso i Mazzy Star un grande oggetto di ammirazione e di culto non sembrano minimamente intaccate.

Certo, si può discutere su quanto “Seasons Of Your Day” aggiunga o meno ai suoi illustri predecessori o sulla mancanza di novità di rilievo, sulla prevalenza di un vena acustica, un po’ roots e cantautorale, a tratti forse più vicina alle Warm Inventions della Sandoval che  alla psichedelia chitarristica di Roback, ma sono tutti aspetti che, per quanto importanti e circostanziati, non modificano il giudizio sulla qualità del songwriting e sul fascino di un gruppo che è sempre rimasto per scelta un po’ defilato e fuori dal tempo. “Seasons Of Your Day” è, come dicevamo, il diario di un assenza/lontananza, appunti di viaggio, panorami, acquerelli, cartoline annotati dalla penna leggera e profumata della Sandoval, sulle note da sempre un po’ malinconiche e crepuscolari di Roback, sottilmente nostalgiche e perfette per solcare a ritroso le “route” trasognate dei ricordi e delle stagioni, vere o immaginarie che siano.

Basta ascoltare l’hammond quasi nuziale (come a sancire le seconde nozze artistiche della coppia) che apre “In The Kingdom”, per poi rarefarsi serico e avvolgente e lasciare spazio al jingle jangle sognante e crepuscolare della chitarra, per essere invogliati alla lettura di questo nuovo capitolo e continuare a sfogliarlo, pagina dopo pagina, ipnotizzati dalle parole-note. C’è il country-blues trasfigurato in chiave onirica come in “Flying Low” e “Does Someone Have Your Baby Now?”, una “California” quasi crosbyana e una younghiana “I’Ve Gotta Stop”, lenta cavalcata solitaria lungo una provincia americana arsa e polverosa a cui la voce di Hope reca un sollievo notturno, come di brezza nel deserto. C’è da una parte quello che è forse il loro brano più interessante, “Lay Miself Down”, un blues psichedelico di oltre sette minuti, caratterizzato da un uso perturbante, fra echi e riverberi, di strumenti tradizionali come l’armonica e la steel guitar e dalla voce della Sandoval che si fa via via più ambigua e provocante come il testo, ad adombrare un’insolita sensualità da boudoir, e dall’altra la madrigalesca e british “Sparrow” e in mezzo sonetti acustici di gran pregio come la soffusa e notturna “Common Burn” (ancora l’armonica stavolta abbinata al glockenspiel) e della title-track che citavamo sui titoli di testa e che ben riassume il senso di questo ritorno, sempre gradito, emozionante, a suo modo unico, come lo sono i Mazzy Star e il loro non cospicuo ma invidiabile canzoniere di ieri e di oggi. Anche in virtù questo, forse, Hope Sandoval e David Roback potranno finalmente godersi l’indipendenza (produce la Rhymes Of An Hour, etichetta fondata dal duo) e l’attenzione anche commerciale che meritano (e i risultati nelle classifiche sia europee che americane sono lì a testimoniarlo). 

V Voti

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motek 5/10
REBBY 6,5/10

C Commenti

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unknown (ha votato 8 questo disco) alle 23:15 del 28 novembre 2013 ha scritto:

forse sono troppo innamorato di loro per dargli un voto più basso......probabilmente non è il loro miglior disco

ma comunque è un gran bel disco...sono sempre loro non sono cambiati..e questo è già di per se una buona cosa

ho contato i giorni da quando ho saputo del loro ritorno e son stato ripagato

unknown (ha votato 8 questo disco) alle 23:23 del 28 novembre 2013 ha scritto:

in the kingdom è fenomenale

Marco_Biasio (ha votato 6 questo disco) alle 19:02 del 29 novembre 2013 ha scritto:

Molto bella la tua recensione Simone, anche se per me il ritorno non è così esaltante. In definitiva condivido molto di quanto ha scritto Eddy Cilìa: In The Kingdom e Flying Low gran pezzi, in mezzo poco da registrare e troppi tempi morti - io ci aggiungo anche Common Burn ma, insomma, siamo lì. Il problema di molti brani è l'eccessiva durata e il troppo affidamento che si fa sulla pur magnifica voce di Hope: le chitarre di Roback sono ovunque, discrete e riempitive as usual, ma non così incisive come in passato. Quando non la buttano su toni un po' più scuri ed intontiti, psichedelici in senso lato, non mi convincono granché, li sento troppo statici: questo è l'aspetto principale per cui preferisco di gran lunga, ancor oggi, dischi come So Tonight That I Might See, vere mosche bianche della loro epoca. Onore al merito, comunque, per l'ottimo riscontro commerciale.

REBBY (ha votato 6,5 questo disco) alle 14:28 del 15 febbraio 2014 ha scritto:

Il venerato maestro Eddi Cilia, però, intendeva dire Lay myself down e non Flying low (evidentemente un refuso, se si legge con attenzione) e soprattutto era in giornata "snob" quando ha scritto la sua rece. Per carità è un'opinione rispettabile, ma dire che con She hangs brightly i Mazzy star avessero già detto tutto (sottovalutando assai quindi, al contrario tuo, quella meraviglia di So tonight that I might see) è abbastanza singolare. A me sembra molto più centrata la rece di Simone, dai. Anche lui dice chiaramente che in questo album non ci sono novità di rilievo ecc ecc, ma dimostra un maggiore amore per quello che è il contributo di questa coppia (sicuramente non prolissa al tirar delle somme) alla storia della musica (e senza dedicare un lungo capoverso a quanto è una bella gnocca Hope eheh).

simone coacci, autore, alle 17:54 del 15 febbraio 2014 ha scritto:

"(e senza dedicare un lungo capoverso a quanto è una bella gnocca Hope eheh)."

Ghghgh...beh quello mette d'accordo tutti, credo.

REBBY (ha votato 6,5 questo disco) alle 18:09 del 15 febbraio 2014 ha scritto:

Sisi, un quarto d'ora prima di morire era ancora in vita...ghgh

Ma nella tua rece, senza bisogno di sottolineare l'ovvietà (anche per chi ha legittimamente altri orientamenti) si percepisce più amore (anche per il maschio eh) eheh