Smashing Pumpkins
Oceania
È opinione condivisa, in specie fra coloro che si sono formati musicalmente in quel decennio, che Billy Corgan, il vero Billy che equivale a dire il migliore, non sia mai uscito vivo dagli anni 90.
Per alcuni è venuto a mancare subito dopo l’uscita di Adore, per altri, i meno affezionati o i più esigenti, il trapasso potrebbe addirittura risalire al secondo lato di Mellon Collie & The Infinite Sadness, stroncato nel fiore degli anni dalle sette fatiche del suo stesso capolavoro. Una dipartita solo metaforica, naturalmente, quella del glabro e stizzoso genietto di Chicago, se si considera che nell’ultimo decennio, fra collaborazioni, colonne sonore, dischi solisti, Zwan, recidivi e redivivi Smashing Pumpkins, non s’è fatto mancare praticamente nulla. Almeno sul piano della quantità, perché la qualità, quella è un altro discorso. Né la reunion della sua creatura prediletta, che di questi tempi puzza sempre un po’ di ultima spiaggia, né l’uscita dell’ep American Gothic e degli album Zeitgeist e Teargarden By Kaleidyscope, quest’ultimo pubblicato solo sulla rete, un brano alla volta, perché Corgan all’epoca sosteneva di non credere più nel tradizionale formato album, hanno saputo dissipare queste ombre. Hanno avuto, semmai, come unico risultato quello di acuire la nostalgia e il rimpianto per quel periodo aureo (tutto diventa d’oro quando tutto è finito e a distanza di anni ci si guarda indietro). Siccome la coerenza non è mai stata il suo punto forte ma la grande capacità e facilità nello scrivere canzoni quella si, eccolo ripresentarsi puntualmente - un Charlie Brown ormai adulto ma pur sempre alle prese con la venuta della sua mitologica Big Pumpkin - con un nuovo album (in formato album, of course): Oceania. Per farlo ha scelto una formazione che è una versione perfettamente speculare e aggiornata dei Pumpkins originali: lui stesso nella parte del fu sé stesso, una bassista sexy dal look (e dal suono) piuttosto aggressivo, la bella Nicole Fiorentino, un secondo chitarrista colto (è laureato in letteratura all’UCLA) e dai tratti orientali, il coreano/americano Jeff Schroeder e un batterista giovanissimo, Mike Byrne (classe 1990), che è un imitatore spudorato (e piuttosto dotato) del grandissimo Jimmy Chamberlin. La buona notizia, rispetto al passato recente, è che la Grande Zucca, una volta tanto, sorride benevola al suo agricoltore/intagliatore, anziché trasformarsi in un incubo degno di “Halloween”. Oceania, infatti, pur lontano dai fasti della prima metà degli anni 90 è tutto sommato un buon disco, senza dubbio uno delle cose migliori uscite dalle corde dell’ultimo Corgan.
Fra rimandi più o meno accentuati al loro sound più classico e riconoscibile, la componente chitarristica e post grunge dei Pumpkins si compenetra ad un uso barocco ed estensivo delle tastiere (synth, moog, mellotron dal sapore vintage) conferendo agli arrangiamenti un respiro epico ed orchestrale, alcuni brani tirati e potenti si alternano a composizioni più aperte ed atmosferiche (su tutte la title-track), la propensione alla grandeur non è fine a se stessa ma si sposa, fortunatamente, con una certa sostanza melodica e di scrittura. Schegge sfolgoranti dei vecchi Pumpkins conferiscono forza ritmica e abrasiva (eccellente il lavoro del giovane batterista) a brani come “Quasar”, ribassata, angolare e avvolta in spire di distorsioni wah, “Panopticon”, che lascia traspirare, al di sotto dell’aggressività e della scorza chitarristica, una melodia agrodolce tipicamente corganiana, fin quasi all’autocitazione del riff “Inkless”, con le chitarre più sature e limate. Ma è forse nei brani più lenti e melodici che i nuovi Pumpkins mostrano di avere ancora diverse frecce al loro arco: a partire dalla nostalgia per archi sintetici e chitarra acustica, poi doppiata dall’elettrica, di “The Celestials”, il mid-tempo dolente, sferzato dalle chitarre pungenti e dai vorticosi giri di tamburi à la Chamberlin di “Violet Rays” (e quando Corgan mormora “Tonight, tonight…” con quel suo tono suadente è facile lasciarsi andare sull’onda dei ricordi), il classicismo elettroacustico sfarzoso, a tratti un po’ eccessivo, di “Wildflower”, “Glissandra” e “My Love Is Winter”. Tuttavia le sorprese più liete, oltre all’iniziale “Quasar”, ce le riserva il trittico composto dalla title track, 9 minuti circa di eleganti cambi d’armonia, generi musicali che si stemperano l’uno nell’altro, partendo come un pop-rock barocco, librandosi a 3 minuti e qualcosa in un giro acustico e soulful quasi west-coast per poi debordare in una lunga corda digressiva e strumentale, da “Pinwheels”, che dopo una solenne ouverture elettronica si dipana anch’essa in una dolce melodia acustica da soft-rock californiano anni 70, e dall’ottima “Pale Horse”, con quell’inciso di tastiere (doppiato dalla chitarra) così soffice, dreamy, quasi anni 80. Il voto finale oscilla piacevolmente fra il 6 e il 7. Provaci ancora, Charlie Brown…ehm…Billy Corgan.
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