V Video

R Recensione

9/10

Editors

The Back Room

Accade a volte che il primo disco di un gruppo vada a spaccare classifiche e critici, facendoli inneggiare al miracolo, in particolare quando si tratta di giornalisti e pubblicazioni di matrice britannica, pronti a gettarsi come piranha sulla next big thing. Spesso un lavoro primo nasce da anni di sperimentazione e allenamento, suonando inevitabilmente come qualcosa di maturo e già "pronto", causando aspettative enormi per un seguito che non può, in alcuni casi, essere all'altezza dell'esordio.

C'era una volta un gruppo di quattro universitari che studiavano Tecnologia Musicale alla Staffordshire University. Un bel giorno del 2002 decisero che gli sbocchi che gli offriva questo corso di studi non erano veramente ciò che volevano fare nella vita, quindi pensarono bene di formare una band. Dimostrando una certa capacità per il marketing si battezzarono inizialmente Pilot, tappezzando le mura dell'università con la semplice domanda "Who's the Pilot?". Quando si resero conto che il nome era già stato sfruttato da una pop band scozzese negli anni '70, si ribattezzarono The Pride. con questo nome iniziarono a farsi conoscere nel giro underground, mettendo brani online per poi farli sparire, creando aspettative e costringendo i responsabili di diverse case discografiche a vederli suonare dal vivo per valutare il loro potenziale.Intanto, cambiando batterista, mutarono anche il nome, ribattezzandosi Snowfields e pubblicando un demo nel 2003, che iniziò a farli conoscere come una delle band più interessanti del circuito: tale demo probabilmente lo troverete ancora disponibile nel vostro sito Torrent preferito, così come lo pescai io quando fui fulminato dall'album d'esordio.

Nell'estate 2004 ecco l'uscita del singolo Bullets, che attirò come mosche al miele al loro concerto di Birmingham qualcosa come trenta cacciatori di teste di diverse etichette con il contratto pronto e la penna in mano. Eventualmente i ragazzi si decisero a firmare per la Kitchenware Records, mitica label che durante passati tempi gloriosi aveva pubblicato i lavori dei Prefab Sprout. Non si sa se sia dietro pressione della label ("Campi di Neve? Vogliamo forse attirare tutto il mercato gay di Birmingham e dintorni?") o per loro scelta, comunque decisero di cambiare nuovamente nome alla band, ribattezzandosi Editors, affinando i loro suono verso una tendenza meno puramente rock e maggiormente indirizzata verso uno specifico canale prettamente new wave.

Dopo aver girato in tour supportando band del calibro di Puressence e Oceansize (e non chiedetemi di quest'ultimi altrimenti brucio centinaia di pagine senza arrivare al punto), ripubblicarono il singolo Bullets, seguito da Munich. Il successo fu tale che la Kitchenware si accordò per un contratto di distribuzione con la Sony BMG, risultato impressionante per una band che fino a quel momento aveva pubblicato un paio di singoli e un EP sotto un altro nome...

Nel luglio 2005 ecco la pubblicazione del loro album d'esordio, e con questo un enorme successo di critica e di pubblico, cavalcando la nuova onda della nuova onda...A questo punto entro in scena io, che sto gironzolando in un negozio di musica di Genova a spulciare i nuovi arrivi e rimango fulminato dal dischetto "now playing" deciso dallo staff. Premesso che il debutto degli Interpol mi aveva lasciato moderatamente colpito, e che il mio passato new wave si era limitato agli Psychedelic Furs, queste sonorità mi prendono per il collo scuotendomi con vigore, fino ad una conversione alla San Paolo che pochi altri gruppi sono stati in grado di operare sul sottoscritto.

Le sonorità di The Back Room si rifanno ad un numero di band che a modo loro hanno partecipato alla storia della musica, gente come Joy Division, Echo and the Bunnymen, gli U2 nel loro periodo seminale, gli stessi Interpol, ai quali i nostri verranno accostati spesso e volentieri come la loro versione britannica. In effetti alcuni passaggi possono essere facilmente accomunati ai loro fratelli statunitensi, ma la differenza in questo caso sta nella valenza commerciale del risultato finale: The Back Room ha qualcosa come 7/8 potenziali singoli che possono spaccare le classifiche, senza considerare quello che verrà pubblicato come bonus disc, contenente B sides e brani risalenti al periodo Snowfields riarrangiati seguendo lo stile corrente, altrettanto meritevoli di considerazione, se non a tratti migliori dei pezzi scelti per l'album.

Qui ci troviamo di fronte ad un debutto già adulto, nato e gestito negli anni, maturato come un buon vino ed infine dato in pasto al pubblico con la consapevolezza di avere tra le mani un disco destinato al successo globale, perfettamente in linea con la tendenza del momento, prodotto benissimo, suonato meravigliosamente, con episodi di eccellenza assoluta (Munich, Bullets, Open Your Arms) che gli regalano un'aura di classico. Le chitarre girano in riff inattaccabili, la voce di Tom Smith svetta e scava negli angoli rimandando a melodie già adorate quando si parlava di semplice new wave, il ritmo è teso e costante e lascia poco spazio al respiro, e quando lo fa non permette troppe distrazioni, colpendo nel segno senza prigionieri.

Non c'è da stupirsi che questo disco abbia colpito nel cuore sia critici che pubblico, piallando con il tempo il luogo comune che accomunava la band ad altri gruppi con simile ispirazione, rendendo gli Editors una band di riferimento della New wave of the New wave. Un consiglio appassionato che posso dare per i neofiti è di procurarsi il bonus cd allegato ad alcune edizioni dell'album, che include tutti i B-sides dei singoli: pezzi come Crawl Down the Wall o The Diplomat meritano più di un dischetto a margine del lavoro principe, e danno un'idea più completa del cammino che questi ragazzi hanno percorso prima di raggiungere un successo planetario. Sarebbe stato difficile per chiunque ripetersi a tali livelli, come dimostra l'album che ha seguito tale incredibile successo, bello ma non spettacolare, ma in questo contesto poco importa: The Back Room è il capolavoro di un periodo in cui molti guardarono a certe sonorità ma pochi riuscirono a farle proprie.

A qualche anno di distanza saltano ancora fuori gruppi ispirati da tale movimento, con risultati discutibili; se si desidera una Polaroid del movimento New Wave nel ventunesimo secolo, questa è una tappa irrinunciabile. Scavato il solco, preparatevi a saltare.

V Voti

Voto degli utenti: 7,1/10 in media su 20 voti.
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target 8/10
rael 7/10
motek 7,5/10
mintaka 8,5/10
lizarking 7,5/10

C Commenti

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Mr. Wave (ha votato 7 questo disco) alle 1:19 del 30 marzo 2009 ha scritto:

Riascoltato con piacere, dopo tre anni. Beh, che dire, io personalmente, lo considero uno dei lavori più significativi della cosiddetta scena; "revival new wave", contenente brani validi ed efficaci come:'Munich', 'Bullets', 'All Sparks', 'Fingers In The Factories' e 'Blood'. [voto: 7.5] Recensione convincente, ma dai 9/10 è troppo

andy petretti, autore, alle 11:47 del 30 marzo 2009 ha scritto:

RE:

Guardate, è chiaro che la votazione è una faccenda soggettiva, ma personalmente ho trovato questo disco come la più valida sintesi di un movimento di richiamo a certe sonorità sposate alla direzione della musica nel ventunesimo secolo. A farla breve, è un album che ho ascoltato e apprezzato tantissimo, per me è uno dei migliori in assoluto tra le uscite di quell'anno, e ancora oggi mi capita di riascoltarlo e trovarci le stesse emozioni che trasmetteva allora. Ma è sempre un giudizio personale, come dico spesso è tutta una questione di gusti, c'è chi passa le giornate con i neomelodici nelle orecchie, che ci possiamo fare? Per quanto riguarda il commento su alcuni brani che non sono messi bene a fuoco, personalmente trovo invece che il tutto sia estremamente "sharp", netto, tagliente, una lama in linea retta. Del resto non sono stato altrettanto buono con il loro secondo disco, lì sì che ho trovato tracce che risultavano un pò raffazzonate, come se fosse stato finito di corsa.

rael (ha votato 7 questo disco) alle 11:36 del 30 marzo 2009 ha scritto:

9 un voto spropositato, non tutte le tracce sono ben messe a fuoco, ad essere buoni un 7.

Gengis il Kan (ha votato 4 questo disco) alle 11:49 del 30 marzo 2009 ha scritto:

culmine dell'inutilita'

rael (ha votato 7 questo disco) alle 11:56 del 30 marzo 2009 ha scritto:

ma se deve essere solo giudizio personale allora le recensioni non avrebbero senso, ci vorrebbe una capacità critica che esula dal discorso del fan che si emoziona. allora se a me piace beyonce faccio la recensione e le assegno un 9/10.

simone coacci alle 12:34 del 30 marzo 2009 ha scritto:

Si bisognerebbe bilanciare in modo responsabile le sensazione personali con i parametri più oggettivi che abbiamo a disposizione. Dopodichè, e tenuto presente che la nostra scala di valutazione dice che 9 è un disco "eccezzionale", se per lui "The Back Room" vale sempre 9, allora 9 sia. Chi vuole può dissentire nei commenti. è inportante il voto ma è ancora più importante il modo in cui si arriva a formularlo.

Lobo alle 14:35 del 30 marzo 2009 ha scritto:

La recensione è anche ben scritta, ma il disco è di una noia, ma di una noia ... roba per ragazzini, non fa per me...

Dr.Paul (ha votato 6 questo disco) alle 14:44 del 30 marzo 2009 ha scritto:

è carino ma preferisco di molto gli Interpol, tutt'altro potere evocativo, il primo album poi vetta assoluta degli anni '00.

target (ha votato 8 questo disco) alle 14:48 del 30 marzo 2009 ha scritto:

Eh, su soggettività e oggettività della critica ci si ammazza da decenni (penso anche alla critica letteraria a cui sono più vicino) senza uscirne, o uscendone ognuno con la propria opinione originaria (distante, spesso, dalle rispettive applicazioni: si predica bene, insomma, e si razzola male), sicché passo. Piuttosto, sul disco, stavolta sto con Andy. Questo è uno dei pochissimi spicchi dell'inghilterra revival wave che rimarrà: ha canzoni intense, scure, taglienti, e chissene se è stato fatto proprio dagli indie kids più modaioli. Il disco ha il sangue sotto la superficie, e tanto basti. E neppure "An end has a start" non è male.

otherdaysothereyes (ha votato 8 questo disco) alle 17:51 del 30 marzo 2009 ha scritto:

Un esordio sicuramente convincente. Forse il miglior disco (insieme a turn on the bright light) del revival new wave.

REBBY alle 18:07 del 30 marzo 2009 ha scritto:

Concordo sostanzialmente con Target. L'oggettività

della critica musicale rock (ed in particolare sugli album più recenti) è una chimera od una convenzione. La mia soggettività mi dice 7,77 per

questo, 6,66 per il secondo e (tanto che ci sono)

8,88 per l'altro "dischello" citato da Paul e otherdays... (ma che du maron che c'ho). Complimenti ad Andy per la rece (e per il pupo).

ozzy(d) (ha votato 4 questo disco) alle 12:24 del 31 marzo 2009 ha scritto:

questi fanno cagare giavellotti......

andy petretti, autore, alle 15:15 del primo aprile 2009 ha scritto:

Quante volte, leggendo le recensioni sulle riviste specializzate, ho voluto scrivere all'autore per dirgli che secondo me aveva la testa piena di cazzate... il bello di SdM è l'opportunità di mettere in croce il recensore quando le opinioni divergono, e dirgli bravo quando si è d'accordo con il pezzo scritto.

In Italia ci sono 50 milioni di allenatori della nazionale, ognuno con le sue preferenze e la sua squadra ideale. Allo stesso modo ci sono parecchie migliaia di persone che ascoltano musica con orecchio critico e hanno il tempo e le parole necessarie per commentarla. Non voglio aggiungere altro a riguardo di giudizi personali, soggettività della votazione e così via, ci sono stati altri lettori che hanno sostenuto e illustrato le mie idee meglio di quanto possa fare il sottoscritto. Posso solo dire che se penso che un disco sia ben fatto, che abbia le sue qualità, è naturale che mi piaccia, anche senza diventare un seguace dell'artista in questione. Penso di aver argomentato le motivazioni del mio voto: alcuni sono stati d'accordo, alcuni hanno preferito proporre dei giudizi diversi, indizio dell'esistenza di un gruppo di lettori eterogeneo e indipendente. Per quanto riguarda gli Interpol, concordo con chi ha esaltato Turn on The Bright Lights: la potenza e l'atmosfera di Untitled mi ha fatto andare a sbattere contro un muro mentre guidavo da tanto ero distratto, convincendomi a passare alle due ruote. PS il pupo è una pupa, ha già un anno e mezzo, di professione fa la dittatrice, guarda la tv solo quando passa la pubblicità e balla quando sente la musica classica...