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R Recensione

9/10

Thee, Stranded Horse

Churning Strides

I dischi spogli sono come gli inverni dell’infanzia. Sono come domeniche nuvolose in cui non apri neppure le doppiefinestre. “Churning Strides” è un disco di otto canzoni fatte di tre sole cose: voce, chitarra e kora. Il folk anglo-americano, gli chansonnier francesi, i geli nordici, uno strumento africano che suona a metà tra un’arpa e una chitarra: un esotismo crudo, senza orpelli. E uno dei dischi più evocativi dell’anno.

La voce del francese Yann Tambour non è immediata: nasale e asprigna, preferisce la crudezza all’intensità. Ad andare in profondità sono gli arpeggi ossessivi ricamati da kora e chitarra, nudi e iper-ripetitivi. Le variazioni sono affidate a continui cambi di ritmo e a bloccaggi improvvisi, a lunghe pause di silenzio. Nelle poesie fatte di pochi versi, gli spazi bianchi mettono in rilievo le parole. Nelle canzoni di Tambour, i lunghi silenzi amplificano i suoni scarni. “So Goes The Pulse”, il breve pezzo d’apertura, è costituito da tre parti intervallate da vuoti lasciati senza decorazioni, come fossero burroni, abissi cavernosi.

Ogni canzone è affidata a un motivo soltanto: non ci sono modulazioni melodiche, distinzioni tra strofe e ritornelli, né cambi di tonalità. È solo il vento a sconvolgerle: in “Le Sel”, in cui il testo in francese dà un sapore malinconico e sfumato ai suoni, la successione di rallentamenti e spinte è come un vento che procede a buffi, a folate, creando incessanti e quasi impercettibili scosse. Il finale, dopo cinque minuti in trance, è leggermente variato, con l’esplorazione di note bassissime.

Nella splendida “Misty Mist” riemerge un Drake ulteriormente denudato. La title-track si alza su note più alte, con la voce sovrapposta a cori fumosi, come in “Fiend Over Your Knees”, che finisce con contorni noir. “Swaying Eel” avanza stregante per dieci minuti in territori maniacali: il giro si costruisce di pochi tocchi, notturni e limpidi, per poi affollarsi di un’immensità di note che brulicano come lucciole impazzite. Gli ultimi quattro minuti sono un blocco indiviso e ipnotico: il breve giro viene iterato fino al collasso.

“Sharpened Suede” propone un arpeggio country-eggiante, con sfumature folk americane. Il pezzo si blocca anche per dieci secondi, si inceppa in continue fratture, emerge a tratti, si inforra carsicamente, percorre gallerie di buio inquietanti da cui esce enigmatica e frastornata, con la voce di Tambour che riprende a stento il filo del discorso, sempre più rotta. Autentico choc musicale.

I dischi spogli sono un circo dopo lo spettacolo, le strade dopo il passaggio del carnevale. Non sono divertenti, e, quando riesce loro un sorriso, è incrinato e triste. Sono scandagli, servono per andare in profondità, sono le campane del palombaro. E con “Churning Strides” c’è il rischio, poeticissimo e autodistruttivo, di farsi affascinare dal fondo.

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Voto degli utenti: 7,7/10 in media su 10 voti.
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REBBY 8/10
rael 5/10
Mboma 8/10

C Commenti

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Marco_Biasio (ha votato 9 questo disco) alle 12:22 del 21 novembre 2007 ha scritto:

Bel-lis-si-mo

Folk spettrale che non pare andare da nessuna parte e che, forse, ha proprio questo intento. Scheletrico quanto può essere una perestrojka (si scrive così?) russa. Recensione altrettanto bella.

simone coacci (ha votato 8 questo disco) alle 12:03 del 25 novembre 2007 ha scritto:

Ho capito, se due eminenti colleghi ne parlano in questi termini, mi toccherà ascoltarlo. Per forza; come direbbe Sordi, "ecchi so' io, er più fregnone?"

Mboma (ha votato 8 questo disco) alle 13:33 del 26 novembre 2007 ha scritto:

si, davvero un bell'album!

DonJunio alle 23:19 del 26 novembre 2007 ha scritto:

Il targetta che piazza un 9 è da segnare automaticamente!

simone coacci (ha votato 8 questo disco) alle 11:22 del 28 novembre 2007 ha scritto:

No, indubbiamente, l'amico ha fatto le ore piccole sui dischi di John Fahey (per gli spinosi e torrenziali fraseggi di chitarra) e Neil Young (la voce strozzata e, a tratti, acuta). Però le canzoni sono dannatamente buone e l'attitudine complessiva è sicuramente tutta farina del suo sacco. Ho avuto davvero piacere di fare la sua conoscenza.

target, autore, alle 12:36 del 28 novembre 2007 ha scritto:

Errata corrige

Piacere di avertela consigliata! Ignoro dove tu sia di casa, simone, ma stasera Yann è a milano, domani a torino. Merita: lo puoi vedere suonare chitarra e kora contemporaneamente (ohibò!). Al di là di questo virtuosismo, come si suol dire: "cioè, no, insomma, è un'esperienza". Postilla: non è affatto groenlandese, il ragazzo, ma anglo-francese. Dice che la sua groenlandesità è una voce messa in giro nei comunicati stampa italiani per incuriosire l'uomo della strada. In effetti somiglia molto di più a un giocatore di cricket che a un eschimese...

simone coacci (ha votato 8 questo disco) alle 17:03 del 28 novembre 2007 ha scritto:

Emmagari. Sono di Ancona, e domani devo lavorare. Mi piacerebbe. A Milano ci verrei volentieri anche sabato, per ben altri motivi, non avessero vietato le trasferte, i geni dell'antiterrorismo.

Come si dice, Beat the Devil! Un saluto, carissimo, e complimenti, stai facendo un ottimo lavoro.

Filippo Maradei (ha votato 9 questo disco) alle 18:12 del 13 febbraio 2011 ha scritto:

Album capolavoro del 2007: Nick Drake, Mark Kozelek e Michael Brook a spasso in una foresta spoglia, sotto un sole freddo, lontano, frantumato dai profili di rami secchi; veloce-lento-veloce-velocissimo-lento-pausa-lento-velocissimo-lentissimo, un arpeggio infinito, semplice e intricato al tempo stesso, una voce nasale che morde, mastica, sgranocchia parole su parole; quasi una Newsom con gli attributi. Ottima recensione per una vera rivelazione.

Marco_Biasio (ha votato 9 questo disco) alle 1:41 del 5 novembre 2013 ha scritto:

A sei anni di distanza non posso far altro che riconfermare il 9 ed ammettere, in definitiva, che è stato uno dei pochi dischi "contemporanei" in grado di modificare sensibilmente la mia percezione della musica tutta. Tra questo e il successivo Humbling Tides, IMHO, rimane un vero e proprio abisso.