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R Recensione

9/10

Picchio Dal Pozzo

Picchio Dal Pozzo

“Dunque, Rusf è una donna

ovunque Madonna, Madonna

allora guarda la palla

finora cavalla, cavalla

mango trita carota

fandango Toyota Toyota

Silvan laggiù nella belva

salva selva selva

picchio dal pozzo

boh boh boh” *

 

(da “Seppia”)

 

O Canterbury, perché sei tu Canterbury? Ma soprattutto: cosa ci fai in trasferta in Liguria? Mare, salsedine, sabbia ghiaiosa, piante di limoni, mura cotte dal sole… e che è? La pioggia non ti manca? Persino il tuo sindaco ad honorem Robert Wyatt se ne doleva, in pieno tour americano con i Soft Machine: “Ah, but I miss the rain - ticky tacka ticky…”. Già, bei ricordi. Aspè, ho un sospetto… Sarà mica tutta una bufala? Fa un po’ vedere l’anno… 1976!? Naa, allora c’erano già i punk! Eppure i mille e passa gnometti di ‘sta copertina parlano chiaro, e così il suo tenerissimo cielo quadrettato. Vuoi vedere che la storia dei progsters spazzati via da una bomba H sul finire del 1975 è una mezza balla? Mi sa di sì: basta dare uno sguardo a cosa accadeva in Argentina, per non dire in Canada o in Francia. Vabbè, qui da noi lo stallo era pressochè totale, ma altrove…

Altrove continuavano a scriversi pagine di grande musica, a volte persino superiori a quelle partorite nella prima metà dei ‘70s progressivi. Voli pindarici a parte, vorrei fosse chiaro un concetto: qui si sta recensendo (fantasticando, immaginando) un disco di sogno; la scusa del “fuori tempo massimo” va bene per chi ha della storia del rock una concezione talmente poco elastica da immaginarsi fratture nette (e scomposte), capaci di portare all’immediata estinzione del “potenziale artistico/comunicativo” (concettone…) di correnti pre-esistenti.

“Picchio Dal Pozzo” non è pedissequa enunciazione di teoremi canterburiani in terra italica. E se anche fosse, resterebbe uno dei pochi esempi in tal senso, per non dire l’unico. “Picchio Dal Pozzo” è molto, molto di più. Intersezione pulsante di jazz-rock, spunti favolistici, un gusto tutto “italo” per gli agganci melodici, celestiali elevazioni pianistiche, slanci prog, minimalismo pop, visioni surreali, bandismi circensi, accenti “zappiani” (ma si ha in mente lo Zappa più astratto e defilato, quello dei cinguettii di flauto e marimba che beccavano, volatili, le carni chiodate del Frankenstein “Uncle Meat”). Disco storico, fra i monumenti del progressive tutto, “Picchio Dal Pozzo” giunge fino a noi da un luogo lontanissimo (non è vero, ma è bello pensarlo). Un luogo che non è Canterbury, non è Genova e non sta nemmeno sul mappamondo. Un equivalente della “Terra di Grigio e Rosa”, ma al tempo stesso più solare, naif, surreale. Un luogo in cui storia e fiaba collidono in un medioevo “inventato”, parco giochi scavato fra costellazioni di sogno, muscolo cardiaco che odora di terriccio e illumina a stella la città in festa. L’anima bella delle cose.

Descriverlo significa sbirciare nello studiolo dove i musici-alchimisti Aldo De Scalzi (tastiere, percussioni, voce), Giorgio Karaghiosoff (fiati, percussioni, voce), Paolo Griguolo (chitarre, percussioni, voce) e Andrea Beccari (basso, corno, percussioni, voce) traslano la meccanica del volo in un contesto musicale, possibilmente caricando ogni brano di stranezze, stratificando gli arrangiamenti, zigzagando i percorsi melodici. È così che, assieme ad un nutrito gruppo di ospiti, il quartetto ligure delinea una musica frastagliata ma vicinissima al cuore: la spirale chitarra classica/xilofono di “Merta”, presto teletrasportata sulla cintura di Orione da un drone di tastiera e fragilissimi vocals alla Wyatt; il soft-jazz all’uncinetto, stile Hatfield & The North, di “Cocomelastico”; il girotondo rinascimentale di “Bofonchia”, breve introduzione al colosso “Napier” che, nella sua apparente concezione “libera” del dettato musicale, inanella fanfare senza tempo, rondò burleschi ed echi di Olivier Messiaen.

Altrove l’impatto è decisamente più… paranoico. Come nelle prime due parti di “Seppia”, vertigine cosmica introdotta da un minaccioso motivo di tastiera, subito azzannata alla gola da un giro di basso fuzz che è cattiveria allo stato puro (sembra di ascoltare Mani dei Primal Scream su “XTRMNTR”!) e batteria già trip-hop. Carpiti da quest’uragano sonico, si odono borbottii di corno, radiazioni atonali di synth, nonché un malloppo di voci deliranti, oppiacee, schizofreniche. Di tutt’altra pasta il vortice emotivo di “La Floricoltura di Tschincinnata” che, fra cambi di marcia e temi “accessori”, traduce in note e suono ogni gradazione intermedia fra gioia e malinconia (memorabile la sezione che parte da 2:01 con fraseggi di rhodes ed esplode in una marcia con doppia batteria e svisate free).

È però con due momenti introspettivi, candidamente circolari, che si chiude il disco. “La Bolla” e “Off” sono poemetti per piccolo ensemble, quasi complementari: l’uno inflessibile sotto l’aspetto metrico, impostato su accordi modali, percussioni, trilli chitarristici e sax “coltraniano”; l’altro, tenue moto ondoso, forte d’un pianismo intensamente spirituale, metà Florian Fricke (Popol Vuh) e metà Alice Coltrane, su cui s’adagia un tema flautistico da lacrimarci su per secoli. Non ci sono vocaboli sufficienti, o almeno io non li trovo, per trasmettere la mistica che promana da questi solchi. Immaginatevi di essere in volo e guardare il paesaggio, mentre accarezzate le nuvole e vi accorgete della bellezza. Immaginatevelo… No, neanche questo basta.

“Dedicato a Roberto Viatti, si legge nelle note di copertina. Burloni. D’altronde l’influenza di “Robertone” è innegabile (quelle vocette…), e omaggiarlo così affettuosamente era il minimo. Eppure – non ci si stancherà mai di ripeterlo – in quest’opera c’è tanto altro. Graziati da un’immaginazione melodica davvero fuori dal comune, i Picchio Dal Pozzo sfoggiano altresì una sensibilità tutta italiana nell’impastare, con cuore e cervello, mondi fra loro assai distanti, travalicando preconcetti e cliché. Non a caso, la proposta della band ligure si poneva già allora in sostanziale alterità sia rispetto all’ala politicizzata del R.I.O., sia rispetto al progressive più o meno sinfonico/più o meno hard che imperversava nella penisola. Uno dei pochi, veri “miracoli italiani” di cui esser testimoni, checché ne dicano i detrattori.

 

 

* Forse i versi più ossessionanti, insensati, meravigliosi, stupidi e indimenticabili di tutta la musica italiana. Panella gli fa un baffo, troppo intellettuale lui; si capisce che dietro i suoi testi c’è uno studio accurato, una ricerca di senso. Idem il Battiato pop dei tempi d’oro: palesemente cosciente d’ambire al nonsense articolato, desideroso d’emanare fascino colto. Quelli di “Rusf”, invece, paiono versi scritti da un (geniale) decenne. Se poi tenete presente che a leggere siffatto popò di roba è una tale Cristina Pomarici, con un’inflessione vocale monocorde da bambinella stupita (presente Amanda Sandrelli/Pia in “Non Ci Resta Che Piangere”?), allora concorderete con me circa la comica solennità del momento. Per il resto, trattasi di una manciata di rime baciate (“carota/Toyota” non ha prezzo), vaghe assonanze e allitterazioni a dir poco bislacche. Rime baciate, si diceva, tranne gli ultimi due versi dove al richiamo di “picchio dal pozzo” giunge soltanto uno sconcertante tris di “boh” (intellettualizzando all’inverosimile, chissà che questi ultimi non racchiudano il “sentimento di resa” che proviamo di fronte all’imperscrutabilità del linguaggio, della musica, dell’esistenza tutta…). Ripeto: credo non esistano parole altrettanto sciocche e meravigliose. Se non fossi certo di farmi cremare, le vorrei incise sulla mia lapide.

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Voto degli utenti: 8,4/10 in media su 7 voti.
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Cas 9/10
REBBY 8/10

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Cas (ha votato 9 questo disco) alle 11:24 del 16 settembre 2010 ha scritto:

Wow... Mi ricordo che la prima volta che ho ascoltato Seppia, al sopraggiungere dei versi da te giustamente celebrati, sono rimasto come ipnotizzato. Versi rivelatori nel loro infantilismo inebetito. Eppure totali e carichi di significato.

Il disco, be', il disco è una meraviglia: la tua recensione gli rende onore. Complimenti Los!

TheManMachine (ha votato 9 questo disco) alle 17:22 del 20 settembre 2010 ha scritto:

Splendido tutto: disco, recensione. Poche volte la popular music di casa nostra è riuscita a raggiungere livelli paragonabili a questo. Mettersi al cospetto di opere come Picchio dal Pozzo rende, per contrasto, drammaticamente evidente quanto la musica italiana sia cronicamente malata di mediocrità.

hiperwlt (ha votato 9 questo disco) alle 14:04 del 21 settembre 2010 ha scritto:

che grande disco! ascolto vertiginoso, che non può non far sognare e librare in alto l'ascoltatore. "seppia" è un rovente viaggio catartico, imprudente e sballato: smisurato.

Matteo come sempre splendido!

Peasyfloyd (ha votato 7 questo disco) alle 21:37 del 22 settembre 2010 ha scritto:

"Se non fossi certo di farmi cremare, le vorrei incise sulla mia lapide."

))))

splendida rece Los. il me lo sto ascoltando ben bene. In questi giorni sono un pò in full immersion nel prog italiano, e devo dire che di primo acchitto mi hanno colpito molto di più gli Osanna...

A me ste zingarate un pò free-jazz, un pò clown-Zappa alla Napier non hanno mai convinto molto (meglio la seconda parte del brano, per dire, molto più elegante e fluida). Preferisco le cose più roboanti e ritmate stile Cocomelastico, o al limite i passaggi più classici e riposati come La bella.

Cmq nel complesso bel disco, azzarderei un 7,5.

loson, autore, alle 10:51 del 23 settembre 2010 ha scritto:

Grazie a tutti, ragassi.

X Peasy: bravi gli Osanna, "Palepoli" è uno dei capitoli più intriganti del prog italico. Capisco il tuo discorso: i Picchio apparentemente sono più "disordinati", è vero. Io questo disordine lo percepisco più come libertà delle strutture, di fraseggio, di sentimenti. Anche perchè, a mio giudizio, questo disco sprizza melodia da ogni poro... "La Floricoltura", ad esempio, sembra un collage di sezioni apparentemente autonome, ma alla fine il tutto suona proprio come una canzone unitaria, armoniosa (e che dire dei commenti "esaltati" dei musicisti in coda al brano? Sono da scompisciarsi... XD). Cmq mi fà piacere che il disco bene o male ti sia piaciuto. Il mio consiglio è di ripassarci ogni tanto, tenertelo stretto: vedrai che crescerà ancora. Bye!

swansong (ha votato 7 questo disco) alle 11:24 del 23 settembre 2010 ha scritto:

Congratulazioni intanto a Matteo per l'ottima (come al solito) analisi che rende il giusto tributo ad una delle più interessanti realtà del prog "italico"..tuttavia, ed in questo non condivido pienamente il tuo entusiasmo, non sono mai riusciti ad impressionarmi sino in fondo. Il motivo, esclusi ovviamente i meriti e le indubbie capacità dei musicisti, credo l'abbia sfiorato l'appunto del bravo Peasy qui sotto..secondo me sono un pò troppo derivativi: gli ammiccamenti a "Roberto Viatti" , al canterbury sound, a certe derive jazz-rock pare siano arrivati fuori tempo massimo e non mi fanno respirare un'aria nuova. Parimenti, manca quel non sò che di “italianità” nel sound che me li farebbe apprezzare sicuramente di più. Chessò, per fare un esempio, i citati, immensi, Osanna, de “L'uomo” o di “Palepoli” riescono a farcire la loro proposta, prettamente prog-rock com'era di moda allora, con delle “varianti sul tema” che mi stuzzicano non poco, quell'alone etnico-teatrale, la ricerca sperimentale, l'avanguardia, ma al tempo stesso il ripescaggio di certe sonorità antiche, legate alla tradizione contadina, la ballata etinca, la taranta...insomma tutti aspetti legati ad una ricerca di innovazione che, pur innegabilmente muovendosi su territori musicali differenti, non trovo nella proposta dei Picchio. In ogni caso, sempre apprezzate le tue recensioni amico!

P.S. Mi viene in mente, piuttosto, un altro grandissimno gruppo da riscoprire e che sottopongo all'ascolto di tutti gli amanti di queste splendide sonorità: i Perigeo!

Utente non più registrato alle 14:46 del 7 marzo 2012 ha scritto:

RE:

Eheheh ben detto swansong...la prossima volta che capiti dal 23, prendi in considerazione anche l'omonimo dei Napoli Centrale di James Senese (futuro sax di Pino Daniele, ma non solo lui), che ad un jazz-rock vicino ai Perigeo, aggiunge quella "vena italica" (partenopea nella fattispecie) di cui giustamente parli per gli Osanna. Altro es. di jazz-rock ma in veste "cantautorale", che mi viene in mente è quello di Eugenio Finardi in un disco come Diesel. Vedere i musicisti per avere un'idea: Alberto Camerini - chitarra (molto bravo prima di mettersi a fare l'arlecchino negli anni '80), Patrizio Fariselli - tastiere, Paolo Tofani - chitarra, Ares Tavolazzi - basso elettrico, Walter Calloni - batteria.

Claudio Pascoli - sax, arr. fiati. Senza dimenticare Arti e Mestieri. Cmq sono esempi di jazz-rock lontano dall'estetica canterburiana.

swansong (ha votato 7 questo disco) alle 12:52 del 8 marzo 2012 ha scritto:

RE: RE:

Ciao VDGG! Grazie per le dritte (fra l'altro di alcune ne avevamo già parlato..Diesel di Finardi, per esempio) c'entra poco, ma dal 23 mi pare di aver visto una ristampa digitalizzata di Acqua di Sorrenti, no perchè, dico...vogliamo buttarlo via quello?

Utente non più registrato alle 14:04 del 8 marzo 2012 ha scritto:

RE: RE: RE:

Di AS preferisco serbare il ricordo di Aria (soprattutto) e Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto...

Cmq grazie lo stesso.

picchiodalpozzo alle 14:42 del primo agosto 2013 ha scritto:

A nome di tutto il gruppo vorrei ringraziare tutti! Certo, a distanza di quasi 40 anni fa un po' effetto sentirsi cosi' apprezzati.

Comunque, grazie Matteo e......penso che sulla mia lapide, col tuo consenso, faro' un copia e incolla della tua recensione!

In questi anni mi sono affermato per svariate colonne sonore ma, a questo punto penso di aver fatto le cose piu' "importanti" con PdP.

Grazie ancora

Aldo De Scalzi

swansong (ha votato 7 questo disco) alle 18:50 del primo agosto 2013 ha scritto:

Onore al grande Aldo! Grazie per la Tua/Vostra Musica che ancora oggi ci allieta! Un abbraccio affettuoso! P.S. Quanto a Matteo..che dire...non è un mistero: lo adoro! ..anche al Lui dico: grazie di esistere!

REBBY (ha votato 8 questo disco) alle 23:01 del primo agosto 2013 ha scritto:

Grazie a questa rece, un paio di anni fa, ho comprato sulla fiducia (senza preascolti eh) questo album ( in vinile) che mi era incredibilmente sfuggito in diretta. D'altra parte essendo dedicato ad uno dei miei "eroi" di quegli anni l'avrei sicuramente comprato a scatola chiusa anche all'epoca in cui uscì. Davvero un'opera notevole, a posteriori azzardo: tra i migliori album progressive usciti nell'anno di grazia 1976 e non solo in ambito italiano.

loson, autore, alle 23:42 del primo agosto 2013 ha scritto:

Wow, non so cosa dire se non che mi sento onorato - non mi accade frequentemente, è una sensazione un po' strana - del tuo apprezzamento, Aldo (ringrazio anche swan, sempre troppo gentile! ). Per quanto riguarda il copia e incolla hai il mio permesso incondizionato, certo ti servirebbe una lapide bella grossa per farcela stare tutta, qualcosa tipo il monolito kubrikiano, eh eh. Onore a te a agli altri del gruppo per aver dato alla luce un disco così spaventosamente sublime: spero, con questa recensione, di aver reso un minimo di giustizia alla sua bellezza, alla sua unicità, e all'importanza che ancora riveste per me a livello personale. Grazie infinite.

Utente non più registrato alle 15:54 del 3 agosto 2013 ha scritto:

Un doveroso e sentito omaggio/saluto a PdP e meglio tardi che mai...che vale per i musicisti e gli ascoltatori...

Alla luce di recenti post, questa volta mi sono preso la briga di leggere la recensione, con cui mi trovo completamente d'accordo, sia per l'analisi del disco, sia per l'inizio della recensione che sostanzialmente esprime quello che ho cercato di spiegare altrove...

Non mi resta che ricordare "Abbiamo Tutti i Suoi Problemi" del 1980 e "Camere Zimmer Rooms" che contiene composizioni inedite registrate live in studio nel periodo di mezzo fra le due uscite.