V Video

R Recensione

7,5/10

Lana Del Rey

Honeymoon

Ecco Lana Del Rey (il personaggio) abbandonare definitivamente il corpo di Lizzy Grant e divenire pura astrazione, diva felliniana, allucinazione falsamente solare/positiva fatta della stessa pasta di un altrettanto falso “Mulholland Dr.” girato negli anni '50, irrealisticamente proiettata in un microcosmo di riferimenti culturali/visivi/sonori ormai talmente distante dalla nostra idea di presente da apparire, almeno ai teenager che abitano l'emisfero occidentale, non tanto retrò quanto addirittura arcaico, per non dire fantasy. “We both know that it's not fashionable to love me” canta Lana su Honeymoon (canzone), che di “Honeymoon” (album) è incipit e - come sentenziato con acume dalla stessa Del Rey - ending al tempo stesso: concetto che informava già “Born To Die”, il quale però catturava l'epocale agganciandosi alla contemporaneità, facendosi anche specchio deformato/appannato del nostro tempo. Adesso la “interpretazione di paesaggi”, i richiami alla mitologia e al costume americani, le scene d'amore da pellicola “usa e getta”, le strisce a fumetti, i romanzi da spiaggia, il substrato pulp, ecco questo intero pacchetto diventa necessità coreografica, perde ogni seppur fragile legame con il reale e “sale” alla dimensione del sogno.

L'intricata Title Track spiega meglio di mille discorsi come stiano le cose, musicalmente e liricamente (“Dreaming away your life...”). Nella sua solennità/tragicità austera eppure magniloquente, da requiem hollywoodiano screziato d'archi (partitura ingegnosa come poche, degna dei fasti di uno “Scott 3” di Mr. Walker), Honeymoon è l'estendersi indefinito - perciò staticità pulsante - di un attimo congelato nella mente dei protagonisti, magari Bonnie e Clyde giusto un secondo prima di essere crivellati dalle pallottole, colti a sognare una luna di miele nella consapevolezza della fine (“There are violets in your eyes /There are guns that blaze around you / There are roses in between my thighs / And a fire that surrounds you”). L'interpretazione di Lana è semplicemente pura, archetipica, il canto del cigno (?) di un'interprete che ormai ha accumulato trucchi su trucchi, capace di accarezzare in poche battute l'impressione di una Julie London per poi distendersi nel canto in multitraccia (espediente portato al parossismo nel corso dell'album) che, dalla spensieratezza corale della California anni '60, s'oscura in messianica deriva allucinatoria senza tempo né luogo (il “dark blue” ripetuto a mò di mantra).

Quando procede sulla falsariga di questo capolavoro, “Honeymoon” brilla di una luce peculiarissima, cupa, l'ideale per un funerale in pompa magna dove tutti gli invitati sono “stoned” e la defunta (strafatta pur'ella) si canta l'ode funebre nell'indifferenza generale. Music To Watch Boys To aggiunge un minimo di consistenza ritmica, con percussioni e flauto peruviano a incorniciare la dissipazione, laddove God Knows I've Tried è cicaleggio twang fattosi lied classico su un testo che pare - fascinazione che Lana ha sempre avvertito e qui “applicata” al suo personaggio - l'ultima lettera di una diva suicida (“I feel free when I see no one / And nobody knows my name (…) / Sometimes I wake up in the morning / To red, blue and yellow skies / It's so crazy I could drink it like tequila sunrise / Put on that Hotel California / Wear my blinders in the rain / I've got nothing much to live for / Ever since I found my fame”). Terrence Loves You è, del suo repertorio, una delle torch song pianistiche più raffinate (vale ogni centesimo di Videogames, pur non potendo condividerne l'alone mitico) e commoventi (“You are what you are / I don't matter to anyone / But Hollywood legends will never grow old”), avvolta dal lacrimare mai invadente di un sassofono e tastiere lontanissime delle quali s'ode giusto un eco.

Queste prime quattro canzoni, esattamente nella sequenza in cui appaiono su disco, da sole potrebbero costituire un Ep ideale da 8/10, fatto e finito. Per il terzetto successivo la faccenda cambia, senza però latitare in quanto ad evocatività e, soprattutto, senza riciclare palesemente lo stile del passato. A differenza di quanto accadeva su “Ultraviolence”, dove gli episodi più ritmati sembravano presi di forza da “Born To Die” e buttati lì a casaccio per movimentare le cose, su “Honeymoon” siffatti momenti dimostrano quanto la brama narcolettica di Lana abbia contagiato pure i suoi rari tuffi nel ritmo. Al narco-swing, insomma, si sostituisce il narco-trap. I beat sono quasi accennati (quello di Art Deco, indiretta dedica all'amica Azealia Banks, è appena percettibile, oltre che smussato da bollicine di synth e interventi jazz), melmosi, sommersi nel mix, contornati da dettagli che conferiscono ai pezzi venature stravaganti (i ghirigori di fiati su High By The Beach a insaporire d'exotica, i cori spiritati e le chitarre oscillanti di Freak a delineare una haze percettiva nella quale perdersi è una goduria).

I veri “nei” dell'album sono altri, e si notano nell'ultima tranche, quella sì meno ispirata nelle melodie e con arrangiamenti forse troppo in linea con lo stile del 2012: le seppur piacevoli Religion, The Bleakest Day, Salvatore (“Lanona” nostra che guarda al fascino di “Vacanze Romane” - oltre che al proprio vissuto - e scrive un pezzo sull'italianissimo ex boyfriend) sono davvero troppo “BTD”, non riuscendo né a porsi fuori dal tempo, in quella dimensione “altra” di cui si scriveva, nè a confondere le acque. E l'auspicato risollevarsi/abbattersi finale, con 24 prima e la fatalistica Swan Song poi (immaginate Angelo Badalamenti a costruirle sublime drammaturgia, Lana che entra in consonanza per mezzo di una parte canora minimale/indimenticabile), giunge con almeno un quarto d'ora di ritardo, concludendo - tralasciamo il divertissement innocuo della cover Don't Let Me Be Misunderstood - un disco che è già stato, esauritosi assai prima del timing effettivo.

"An ambient album for broken-hearted hipsters" scrive il Telegraph, frase prodiga di un'intuizione notevole (il richiamo all'ambient) e "rea" dello spiacevole perpetuarsi di stereotipi (gli hipster, ormai tirati in ballo per ogni uscita discografica che susciti un minimo di clamore). Da par suo, Lana Del Rey è sempre stata una mosca bianca nel panorama mainstream degli ultimi anni, ma ora si ha più che mai la certezza che abiti in una terra di nessuno. Dopo il mezzo passo falso - tanto commerciale quanto artistico, almeno per il sottoscritto - di “Ultraviolence”, era comprensibile la scelta di rimettere in primo piano l'alter-ego e tutto l'apparato iconografico di circostanza. Quello che sorprende, semmai, è come il personaggio Lana Del Rey riprenda definitivamente vita, più fumettistico che mai, essenzialmente per morire. “Beh, ma era tutto scritto” si dirà. Verissimo. D'altronde, già all'epoca di “Born To Die” in molti si gingillavano sull'appeal necrofilo di una teen-diva maledettista dal destino segnato anzitempo, una popstar vivente della quale era possibile apprezzare il lato “post-mortem” in anticipo. Eppure pochi, a mio parere, si aspettavano il concretizzarsi di questa bramata/temuta morte "in diretta", un cosciente sparire dal mondo (“Let's leave the world for the ones who change everything / Nothing could stop the two of us / Let's just get lost, that's what we want / And I will never sing again / And you won't work another day (…) / It will be our swan song”), un sottrarsi alla luce dei riflettori avvenuto senza il clamore di uno Ziggy Stardust ma, come nel caso specifico, dovuto forse alla noia o per consentire a Lizzy Grant, ormai varcata la soglia dei trent'anni, di passare a una nuova fase della sua carriera (o di fare tutt'altro, chissà...).

A meno di improbabili remix dell'ultim'ora, “Honeymoon” potrebbe, in effetti, tramutarsi in un suicidio commerciale. Ritornano, sì, alcuni elementi familiari del sound e della composizione, ma solo per essere affogati nel kitsch o trasfigurati strutturalmente secondo modalità quasi avantgarde. Di quell'apparato di “segni” capace d'infiltrarsi, subdolo e trasversale, nei gusti del pubblico e nel background di diverse star o pseudo-tali (da Rihanna a Lorde, fino all'ultima, sorprendente Miley Cyrus), ci viene presentata un'ulteriore sofisticazione, sia delle linee melodiche che dell'apparato armonico, ancora una volta assai poco in linea col concetto di pop giovanile. Ironico che sia proprio il consueto collaboratore Rick Nowels, subentrato ad Auerbach anche come produttore per far riguadagnare punti a Lana presso il pubblico generalista, a sigillare questa discrasia. Per un certo periodo ha addirittura circolato la voce di una possibile partnership con Mark Ronson, risoltasi in due giorni di registrazioni a vuoto. Magari con lui “Honeymoon” sarebbe stato meno triste e lezioso, forse anche più interessante, ma mai altrettanto definitivo. E se è vero (ed è vero) che con i se e con i ma non si fa' la storia, è altrettanto innegabile che ora l'interrogativo più pressante riguardi non ciò che già è stato, ma ciò che sarà: what now?

V Voti

Voto degli utenti: 7,1/10 in media su 6 voti.
10
9,5
9
8,5
8
7,5
7
6,5
6
5,5
5
4,5
4
3,5
3
2,5
2
1,5
1
0,5
target 6/10
zebra 7/10
Pongi 8,5/10
Lepo 7,5/10

C Commenti

Ci sono 21 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
Effettua l'accesso o registrati per commentare.

Lepo (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:53 del 29 settembre 2015 ha scritto:

Sono ai primi ascolti, ma quello che mi sembra di poter dire fino ad ora è che l'eccessivo minutaggio tende un po' ad appesantire un album che invece contiene alcune delle migliori canzoni della (ex?) diva: la title track, terrence loves you, 24 e swan song per me sono capolavori assoluti e poco più sotto metto music to watch boys to e blackest day (qui dissento col recensore, diversamente le considerazioni mi trovano piuttosto d'accordo, specie sull'analisi dell'evoluzione del personaggio Lana Del Rey, un'icona dei nostri tempi che ha realizzato tre album che sono tre dichiarazioni d'intenti al contempo legate tra loro da uno stile talmente peculiare da aver già fatto scuola, eppure così diverse nella produzione e nel mood generale).

Dopo questo capitolo potrebbe davvero ritirarsi per me, che può dire di più?

zagor alle 13:55 del 29 settembre 2015 ha scritto:

Io devo ancora capire se questa lana sia fumo o arrosto ( di sicuro c'è il botox e pure in abbondanza), ma la recensione è splendida.

Krautrick alle 18:57 del 29 settembre 2015 ha scritto:

L’ascolto (non insistito) dei singoli nel corso dei mesi e una prima, fugace, disattenta passata dell’album mi avevano fatto temere una monocromia, un inaridimento melodico, un’inventiva prosciugata, se non smarrita. Negli ultimi giorni ho dedicato il giusto tempo e concordo con Matteo: è un concept sepolcrale.

Che sì, andava sforbiciato, dura circa 15 minuti in più rispetto a Born to Die e Ultraviolence e il peso d’ascolto di quel quarto d’ora in eccesso si sente (probabilmente l’hanno capito anche lei e il suo staff, che per la prima volta non hanno proposto una deluxe edition dell’album); ma che segna il punto limite della sua cosmologia iconografica, la essicca in un vortice suicida. Diva fassbinderiana, più che felliniana. E se posso andare ancor più nello specifico, musa sirkiana; se come dice giustamente Matteo quello dell’album è un fuoco che si esaurisce prima della sua morte effettiva, la fine ideale è nel bridge di God Knows I Tried, dove la dea, l’icona Lana Del Rey si dissolve in pulviscoli di luce nel mantra “let there be light/light up my life”. E questo mi ha fatto istintivamente tornare in mente la celeberrima scena di Secondo Amore in cui i figli di Jane Wyman, costretta a rinunciare all’uomo amato perché legame “socialmente riprovevole”, le regalano un televisore a colmare la solitudine. Il venditore le dice che “tutto ciò che deve fare è girare la manopola e avrà tutta la compagnia che vuole, proprio qui, nello schermo: dramma, commedia, la parata della vita sulle punte delle vostre dita” e lei in quello schermo vede l’immagine riflessa di se stessa. Uno specchio altrove, una dimensione altra che la imprigiona e spegne

In quest’ottica non so quanto innocua sia la cover di Don’t Let Me Be Misunderstood; è vero, non brilla affatto come The Other Woman (quella sì riappropriazione definitiva), musicalmente fa parte di quel quarto d’ora che avrei sforbiciato, però concettualmente mi sembra la perfetta pietra tombale, sancisce in concretezza tutto l’iter che Matteo ha perfettamente spiegato. Soprattutto i versi “Oh baby, I’m just a human/Don’t you know I have faults like anyone?” danno spazio a un’apertura interpretativa stuzzicante: la dea ammette il suo ritorno alla mortalità (e alla morte) o è un sarcasmo beffardo che glorifica la sua trasfigurazione?

La copertina è sulla stessa linea d’onda: se il topos dell’auto, mito per eccellenza dell’american style dei decenni che Lana incarna, è protagonista come nei due precedenti scatti, per la prima volta il suo sguardo non rompe la quarta parete, non ci cerca, è volto verso un orizzonte che ci è ignoto. D’altra parte che saremmo stati sempre noi a doverla inseguire, e non il contrario, è stato chiaro sin dalla prima nota di Video Games.

p.s. in Terrence Loves You siamo ai livelli della Karen Carpenter di Superstar, non un briciolo di meno

Krautrick alle 19:01 del 29 settembre 2015 ha scritto:

Non capisco perché il link non sia comparso...riprovo

Krautrick alle 19:09 del 29 settembre 2015 ha scritto:

Nisba :/ vabbè, mi riferivo al video youtube "all that heaven allows life's parade"...lì, a 1:38 circa, c'è la scena che ho descritto

loson, autore, alle 19:54 del 29 settembre 2015 ha scritto:

Rick hai messo più carne a fuoco tu, con questo sontuoso intervento, di quanto non sia stato capace di fare io con sei milioni di paragrafi. In primis, quel "musa sirkiana" è un colpo di genio e coglione io a non aver pensato a Douglas come riferimento, pure se il contesto quello è, tanto nelle sue pennellate da "soap", tanto nella strisciante, vorticosa sensazione di quella morte o declino "sgargianti" che i suoi film - e il disco - promettono. Curioso il riferimento ad All That Heaven Allows e alla tv (peraltro media anch'esso demodè e quindi perfetto per il mondo illusorio di "Honeymoon", media che non entra quasi più nei discorsi circa la multimedialità del nostro tempo, oserei dire declassato a semplice "elettrodomestico"): nella rece di "Born To Die" (e, più in particolare, a proposito del brano Carmen), pure io avevo intravisto il rapporto disfunzionale col mezzo televisivo - il mio punto di riferimento era la coppia Van Sant/Kidman in Da Morire - che, nel tuo esempio, sfocia nella condizione terminale di chi è mentalmente intrappolato in una realtà alternativa, distorta. Verissimo anche quanto affermi su God Knows I've Tried, inteso come momento di vera dissoluzione dell'immagine di Lana. Non a caso, quel pezzo conclude quello che mi piace considerare come una sorta di mini-album nell'album: i primi quattro pezzi costituiscono un'entità autosufficiente, quasi intoccabile, esattamente come i tre successivi: dopo arriva l'interludio su T.S. Eliot e il quadro sembra cambiare di nuovo, un tornare al passato (musicalmente parlando) che, per quanto inutile nell'economia dell'album, sembra trovare un senso se letto alla luce dei paradossi temporali evocati dal poeta americano. Di Don't Let Me Be Misunderstood francamente mi ha colpito solo atmosfera "burtoniana" data dall'organetto funebre, che pare quasi stemperare la tensione accumulata nei due brani precedenti e in effetti porre, come dici tu, un sigillo (quasi sarcastico, però) all'intero lavoro. Bellissima anche la tua interpretazione della copertina, e sacrosanto il riferimento a Karen Carpenter. Grazie per aver integrato - e probabilmente chiarito - la mia rece, Rick. Di fronte a un inervento così c'è solo da applaudire.

Krautrick alle 22:10 del 29 settembre 2015 ha scritto:

Ma figurati, sono solo pensieri a caldo e sconnessi! La citazione cinematografica mi è venuta spontanea perché non riesco a non pensare alla musica di Lana in termini visivi, quasi pittorici. Il cuore semiotico della sua arte è l'immagine, non si tratta di semplice medium secondario, ma di linfa vitale. Infatti non so cosa aspettano quei pecoroni di Hollywood a renderla una diva del cinema: la sua evoluzione ideale, per non dire ovvia, sarebbe a mio avviso quella.

target (ha votato 6 questo disco) alle 20:49 del 29 settembre 2015 ha scritto:

Sontuoso Los. Lei, invece, in questo disco, mi annoia. E' funebre, mortigna, lapidaria ("nel senso di lapide"), classica. Questo la rende, a tratti, bellissima. Ma mai quanto riusciva a esserlo in episodi simili del passato. Una "Old Money", per dire, la preferisco a tutte le ballate di disfacimento (cioè a tutti i pezzi) qua dentro - forse con l'eccezione della sola "Honeymoon". Ogni tanto, poi, scade. "24" è buona, ma l'attacco del testo è quanto meno scemo. "Salvatore" sembra scritta per essere la prossima colonna sonora dei funerali dei Casamonica. Disco che stimo concettualmente più di quanto lo apprezzi nei fatti.

Totalblamblam alle 22:58 del 30 settembre 2015 ha scritto:

è lei la nuova nancy sinatra?

zagor alle 14:45 del primo ottobre 2015 ha scritto:

la nuova Cher casomai LOL.....comunque è abbastanza ossessionata dall'immaginario sixties con quelle orchestrazioni che rimandano a john barry, lee hazlewood, scott walker etc

Totalblamblam alle 20:46 del primo ottobre 2015 ha scritto:

ahhaha vabbè Cher nei 60's con Bono ha fatto belle cose...comunque sto disco non è malvagio anzi... il sottobosco è country. mi meraviglio che loson parli di ziggy quando qua la tipa sta più dalle parti alienate di major tom e lo cita anche in un pezzo

zagor alle 22:15 del primo ottobre 2015 ha scritto:

certo, sonny&cher, nancy& lee...grandi coppie, come ike&tina! "Music to watch boys to " ha quel retrogusto anni 60 molto piacevole, sembrauna fatalona alla nancy sinatra musicata da john barry.

loson, autore, alle 1:30 del 12 ottobre 2015 ha scritto:

devi leggere meglio la frase in cui lo cito, mi sa...

loson, autore, alle 1:31 del 12 ottobre 2015 ha scritto:

stoke dico a te

Totalblamblam alle 14:43 del 12 ottobre 2015 ha scritto:

si ci sono in menopausa pranzo come la tipa che vuole dissolversi...si ho capito la tua lettura ma potrebbe anche essere che la tipa piu' che da morte in diretta sia altrove con la testa come appunto major tom che lei cita in quel pezzo...altrimenti poteva citare rock n roll suicide lol

Totalblamblam alle 14:45 del 12 ottobre 2015 ha scritto:

il disco costa 24 pounds tu l'hai preso o rubato sul web? ghghgh sti dischi nuovi ciofeche digitali faranno riesplodere il mercato dei ciddi'...mi gioco la croce dell''avatarro...non si possono spendere 20 pound per un disco digitale dai che suonano pure di merda poi

Dr.Paul alle 16:19 del 12 ottobre 2015 ha scritto:

24 pounds? ma il cd te lo tirano dietro a molto meno.....comprare in analogico(vinile) un lavoro concepito in digitale è la cosa più sciocca da fare!! i dischi post 1990 vanno presi in cd.....

loson, autore, alle 19:10 del 12 ottobre 2015 ha scritto:

Ma infatti... Stoke potresti avere ragione sulla questione Major Tom, le interpretazioni sono molteplici e non esaustive. Per ora il disco l'ho rubato, quando si abbassa di prezzo lo compro (in cd, naturalmente ).

Totalblamblam alle 19:29 del 12 ottobre 2015 ha scritto:

ma infatti e mica l'ho preso! anche se è doppio gatefold con pelo della tipa in omaggio all'interno! comunque so pazzi qua comprano i vinili che i ciddì come dire? suonano sfigati ormai ...boh non si sa che formato comprare più per sentirsi cool. mi sono fatto fregare da scott walker e bowie e non li prendo più questi vinili digitali ( meno male che c'era il cd incluso in entrambi). il cd della tipa gira sui 10 mi pare ma io mi sono abituato ai prezzi della munnezza e quindi l'ho mollato là...ieri li regalavano pensa te LOL. aspetto non c'è fretta

LucaJoker19_ alle 17:58 del 11 ottobre 2015 ha scritto:

per me è da 9 come btd.. l'unica che continua ad appesantirmi è proprio la title track.. il resto è qualcosa di meraviglioso. freak e art deco poi sono perfette per stare una dietro l'altra. e traccie come salvatore (probabilmente la mia preferita) e the blackest day sono tra le cose migliori di quest'anno. spero con tutto il cuore che continui a fare tanti altri dischi, carriera musicale finita no eh .. che mi viene un colpo ..

Giuseppe Ienopoli alle 23:25 del 12 ottobre 2015 ha scritto:

... vedo/leggo che sei diventato molto giudizioso e ancora di più, ma non crederai di trovarlo anche con il pelo di seconda mano incluso!? ... sarebbe un'impresa disperata anche per Cetto La Qualunque, il nostro collezionista più accreditato di peli nuovi e usati ... !