R Recensione

8/10

99 Posse

Curre Curre Guagliò

Nessuno sgombero, nessuna repressione fermerà la nostra lotta

dalla copertina del disco  

C’è una sola violenza che posso accettare 

lotta di classe contropotere 

Violenza dettata da necessità 

necessità oggettiva quella di poter campre 

Campare liberato dal lavoro salariato”

da Rigurgito antifascista  

Mi fece un po’ d’effetto un anno fa assistere ad un concerto tenuto da Luca “Zulù” Persico su un palco che sanciva l’apertura della campagna elettorale di Rifondazione Comunista. Zulù, proprio lui che nel 1992 era nel nucleo originario dei 99 Posse che cantava Rafaniello dando del “bianco dentro” ai rifondaroli, invitati ad “assettarsi in Parlamento” e a “lassà o Comunismo a nuje ca ce lo sentimmo arint'”. A distanza di quindici anni si può anche cambiare idea, per carità anche se pensar male in certi casi è lecito…

Questa introduzione per dire cosa? Che i 99 Posse, nati a Napoli nel 1991 come espressione del "Centro Sociale Occupato Autogestito" Officina 99, sono un gruppo scomodo, non controllato, anarchico e autonomo nel vero senso del termine. Un gruppo militante, ma per nessun partito, pienamente politico e politicizzato fino al midosso, ma soltanto da compagni per compagni, nel massimo spontaneismo artistico e sociale.

Non per niente i 99 Posse appartengono ad un realtà, quella delle Posse, che è stato un clamoroso caso musicale all’inizio degli anni ’90, con il boom di visibilità ottenuto dai centri sociali e da un nuovo stile musicale (il rap italiano, tra variazioni raggamuffin e contenuti sinistroidi fortemente militanti) connesso ad una rivoluzione linguistica (il recupero dei dialetti, già iniziato dai cantautori negli 80s, e la coniazione di nuovi slang e parlate giovanili) altrettanto radicale. Un’ondata che ha portato alla ribalta realtà musicali “rosse” come Sangue Misto, Assalti Frontali, Frankie Hi-NRG MC, Mau Mau, Sud Sound System, Ustmamò, Almamegretta, Africa Unite e tanti altri. Probabilmente l’ultimo movimento davvero nazionale e generalizzato che ha saputo canalizzare la protesta politica in messaggio musicale, con risultati artistici notevolissimi, di cui l’apice viene ritenuto (non a torto) il monumentale SxM dei Sangue Misto.

In questo scenario i 99 Posse rappresentano uno dei gruppi che hanno avuto il maggiore riscontro popolare e commerciale, riuscendo a farsi conoscere in tutta Italia nonostante una produzione imperniata sul dialetto napoletano. Merito non solo di una serie di testi davvero ispirati e convincenti, ma anche e soprattutto da un certo approccio “pop” in grado di sfornare ritornelli di immediata presa popolare (pensare a Curre curre guagliò, ma anche alla nota Rigurgito antifascista), e della saggia decisione di alternare l’uso del dialetto a quello di un italiano fortemente accentato alla meridionale ma ben comprensibile.

E’ il caso ad esempio della stessa Curre curre guagliò, che oltre al fortunato ritornello è potuto diventare un inno generazionale per tutti i centri sociali e i “ribelli” grazie al formato musicale intrigante così tipico del raggamuffin, l’incontro quasi giocoso e ironico tra hip-hop e reggae. L’esecuzione indolente e assai lenta, al fine di far comprendere bene un testo micidiale: “Si può vivere una vita intera come sbirri di frontiera / in un paese neutrale, anni persi ad aspettare / qualcosa qualcuno la sorte o perché no la morte / ma la tranquillità tanta cura per trovarla / sì la stabilità un onesto stare a galla […] non so bene non so dire dove nasca quel calore / ma so che brucia, arde e freme / trasforma la tua vita no tu non lo puoi spiegare / una sorta di / apparente illogicità / ti fa vivere una vita che per altri è assurdità / ma tu fai la cosa giusta te l’ha / detto quel calore / ti brucia in petto è odio mosso da amore”.

Rigurgito antifascista è un brano più street-core, dagli arrangiamenti in bilico tra sprazzi di funk e arrangiamenti liquidi elettro-minimali. Sono però le parole a pesare come macigni, inquadrando dapprima in maniera cruda i giovani di destra (“Fichettini inamidati tutti turgidi e induriti / vanno per la strada tutti fieri ed impettiti / si sentono virili atletici e puristi / sono merda secca al sole sono luridi fascisti […] ti nascondi ed alle spalle mi colpisci con le lame / non ti fai vedere in faccia non serve a niente / con la tua puzza di merda ti distinguo tra la gente”) svelati nella loro essenza (“Forti coi deboli, deboli coi forti”) e inquadrati a livello classista (“Sei il braccio armato del padronato / che ti succhia fino all’osso e poi sei licenziato / miserabile servo dei servi del potere / tu questo lo sai bene e ti fa incazzare / vuoto come un cesso non ti sai organizzare / vigliacco depresso, incominci a picchiare / dite rivoluzione fottutissimi vermi / ma siete solo servi dei servi dei servi”). Il finale lascia ben pochi punti in sospeso e rilancia in maniera forte l’idea dell’antifascismo militante vincitore: “E allora non si scappa non c’è niente da fare / la rabbia dei compagni no non la si può fermare / come non si può fermare il proprio stesso respirare / lottare e respirare perché è quello che siamo / respiri per non morire / lotti per continuare a campare / La lotta continua va avanti si evolve / e dopo tanti anni di infamie e di vergogne / sarete ricacciati per sempre nelle fogne”.

Un antifascismo ribadito ne Rigurgito (TV Version), che sullo stesso motivo musicale incolla ritagli audio tesi a ricordare Auro Bruni e a far emergere le orribili responsabilità morali e politiche dei fascisti e degli skinheads, qui raggruppati nella stessa lurida pasta. Rappresaglia è un altro brano che ripete gli schemi sopra delineati con un ritornello politico di facile presa (“Rap-Rappresaglia Rap-Rappresaglia siamo tutti vittime di rappresaglia”) e uno sfondo musicale tutto teso ad accompagnare il racconto di un manifestante prima sbattuto in cella poi rilasciato, in un’esperienza che lungi dall’indebolire la coscienza politica dell’individuo martoriato la rafforza e la rende più rabbiosa (“ti possono arrestare, la casa perquisire / da quello che ti è caro ti possono strappare / ti possono picchiare, ti possono umiliare / ma la lotta dei compagni non la possono fermare / nessun magistrato lo può neanche pensare […] urlalo sempre finché c'hai fiato / hasta siempre la vittoria del proletariato unito”).

Oltre a brevi brani di forte sapore autoreferenziale (caratteristica anch’essa tipica della cultura hip-hop) come l’opener Esodo, la sfaticata Nun c’a facc’ cchiù e la sferzante 1-2-1992, pezzo costruito sul collage di sample televisivi che apre anche ad un tema ancora attualissimo: la scarsissima attendibilità dell’informazione televisiva. Una polemica portata avanti anche in Tuttapposto, che tra two-step, sample di soul nero e ritornello in inglese sciorina accuse internazionali (“Nun teneno manco 'o scuorno 'e fa' passa' nu pare d'anne / che cca' l'americane hanno fatto n'atu danno / 10.000 tonnellate 'e bombe su l'Irak / e 'o terzo munno l'ha acchiappato n'ata vota 'mmiezz''e pacche / che succede adesso in Yugoslavia / se chiavano 'e mazzate p''o pusesso 'e ll'aria / ma nisciuno se mette 'mmiezze l'ONU / se sta la' / tanto ce sta poc''a magna'”) e accuse della situazione sociale-economica in netto contrasto con i proclami vittoriosi del capitalismo occidentale (“Guaglio' e' caruto 'o muro 'e Berlino / ma rint''e quartiere e' sempe chino d'eroina / e Ceausescu nu guajo ha passato / ma i' so' ancora disoccupato”).

L’arma in più dei 99 Posse è però l’ironia dissacrante con cui si riesce a far passare messaggi forti con leggerezza e immediatezza. Pensiamo alla litania arabeggiante con cui Salario Qawali porta avanti la richiesta del salario garantito, oppure all’intro musicale da videogiochi di O’ documento, canzone con cui si mette completamente in ridicolo le manie della digos (o della polizia, o in generale di tutta la società benpensante) di dover identificare sempre tutti, di mettere le mani sul documento senza il quale sembra di non poter vivere (“si io nun veco 'o documento nun funziona piu' 'o strumento / Nun vaco chiu' a magna' me si chiurono 'e stentine / Nun riesco chiu' a caca' se ne cadono tutt'e pile”). Ripetutamente segue l’intuizione e dietro una musichetta allegra si cela un testo che fonde propaganda culturale (“Per qualcuno tutti i giorni devi andare a lavorare / A qualcuno se ti ammali tanti soldi devi dare / A qualcuno se tu studi le tasse poi devi pagare / A qualcuno se tu viaggi i biglietti poi devi mostrare / A qualcuno per svariare ancora sol devi mollare / E qualcuno se la gode mentre aspetti di morire / Qualcuno che fa di tutto per impedirti di pensare”), forte critica partitica e politica (davvero verso tutti, nessuno escluso) e un po’ di autoreferenzialità (con la presentazione del gruppo in tutti i suoi appartenenti).

Napoli è un brano sferzante e selvaggio, in cui si polemizza aspramente sul degrado di una città abbandonata (“Napolì / criature vuttate ’mmiez’ ’a na vi’”), praticamente in mano a politici collusi alla Camorra (“’e camurriste votano Psi”) e schiava economicamente e culturalmente dai pregiudizi razzisti dei nordici. Il tutto tra tamburi africani e assoli jazzati di un sax che diventa protagonista in Odio, altro brano corposo in cui tra sprazzi di jazz e funk bianco si trova il tempo di rilanciare le accuse sulle stragi di stato (“penso al 12 dicembre ’69 / allo stato delle stragi allo stato delle trame / e non ridono più tutti quei morti ammazzati / dai proiettili vaganti o dagli sbirri infiltrati […] E mi appartengono i morti nelle stragi di stato / assassinati perché ho un passato non vengo dal nulla / oggi come ieri guerriglieri in sella / bombe e galere e la storia è sempre quella / non è cambiato niente e mi appartiene la lotta della gente”) e di lanciare altri slogan classisti di fortissimo impatto (“Io odio / perché sfruttati si nasce magari ci si diventa / Però non lo si inventa / io odio / è un fatto di appartenenza”).

Una formula magica quella dei 99 Posse di Curre curre guagliò, in grado di coniare formule musicali (e qui c’è da citare l’appoggio di alcuni dei più grandi personaggi della scena napoletana del periodo, come Papa J, Speaker Cenzou e Bisca)e politiche affascinanti e di rappresentare pienamente un mondo (quello dei centri sociali e della sinistra anti-sistema) che all’inizio degli anni ’90 è ancora forte e saldo, reduce delle esperienze militanti della sinistra extraparlamentare figlia dei movimenti post-sessantottini. Un mondo che ora è sotto attacco da tutti i fronti, e che sentiamo il bisogno di difendere, anche solo con una recensione come questa, a memoria di un disco-manifesto che mantiene validità e attualità ancora oggi.

V Voti

Voto degli utenti: 7,1/10 in media su 4 voti.
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Cas 6/10
george 6/10
leax 7,5/10

C Commenti

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Cas (ha votato 6 questo disco) alle 0:43 del 12 dicembre 2009 ha scritto:

"99 posse rappresenta la dichiarazione di guerra che Officina 99 fa al complesso apparato (ufficiale ed ufficioso) comunicativo di stato e si pone l'obbiettivo di superare le contraddizioni e le ipocrisie di chi da sempre specula sulle lotte reali per il proprio tornaconto personale; oggi più che mai non basta dire le cose, oggi più che mai è necessario schierarsi e cercare di mantenere uno straccio di coerenza con quello che si dice di essere." Questo sta scritto sul libretto, questo volevano essere i 99 posse.

Buona analisi Peasy, tenendo anche conto dell'importante ruolo che i centri sociali hanno avuto nel riempire il vuoto lasciato dal crollo dell'Urss e della prima repubblica conseguente a Tangentopoli. Le posse contribuivano a colmare questi spazi culturali orfani da oltre un decennio (quello degli anni '80).

Tuttavia mi sa che non condivido il voto: ho sempre considerato i 99 posse come una band agit-prop con scarsi meriti artistici. Lo dico nonostante sia cresciuto col verbo dei 99 posse.

Riascolto il disco polveroso e passo a mettere un voto

FrancescoB alle 11:08 del 12 dicembre 2009 ha scritto:

Bella recensione. Loro li conosco ma solo per qualche singolo, proverò ad approfondire.

Peasyfloyd, autore, alle 19:59 del 12 dicembre 2009 ha scritto:

mah io credo invece che a livello musicale siano una delle realtà più interessanti e riuscite del filone posse. Concentrandosi sulla musica infatti è vero che arrivano un pò tardi rispetto al boom del fenomeno (iniziato grosso modo nel 1990) però questo disco lo trovo davvero un eccellente modo di fare rap all'italiana, senza sclerotizzarsi sul modello americano ma portando avanti uno stile a suo modo anche molto còlto e sapiente, in grado di destreggiarsi tra sprazzi di funk, jazz, scratch e via dicendo. Il modo in cui sono alternati gli umori e i tempi lo trovo poi altrettanto importante, ad alleggerire brani che affiancati uno dopo l'altro sarebbero stati forse un pò troppo pesanti e pedanti. Così invece è tutto più leggero e godibile anche musicalmente. Riascoltalo e fammi sapere

ps: thanks julian

Utente non più registrato alle 21:51 del 15 dicembre 2009 ha scritto:

eh la madonna, lunghissima! C'ho fatto un sacco di okkupazioni con i 99 posse in sottofondo. Ma i 24 grana e gli almamegretta ci sono?

george (ha votato 6 questo disco) alle 18:48 del 18 gennaio 2010 ha scritto:

con il senno di poi...