Julia Holter
Ekstasis
L’estasi dopo la tragedia. La 27enne californiana Julia Holter torna a un anno da “Tragedy”, concept art pop ispirato all’Ippolito di Euripide, con un lavoro meno ostico e più aperto a contaminazioni ‘easy listening’. “Ekstasis” rientra perfettamente in quella categoria del new religiose rilanciata da Reynolds, in cui starebbero assieme la Holter e altre sacerdotesse della sperimentazione (Juliana Barwick, l’ultima Kate Bush, Laurie Anderson, Joanna Newsom, Glasser e Grimes in ambito electro-pop) ugualmente agghindate in vesti arty, eccentriche celebratrici di rituali estatici, guide spirituali freak – più che per eccesso di indisciplinata bizzarria – per una calibrata visionarietà, non menadi ma razionali officianti. E così la chiave emotiva del disco è molto nitida nel complesso dei suoi 56 minuti, sebbene alcuni pezzi finiscano per soffrire di un’intellettualizzazione sovrabbondante.
La Holter, d’altronde, ne sa: esce da una scuola di musica di L.A e i suoi dischi li ha sostanzialmente completati da sola, in una gelosa intimità che in “Ekstasis” lascia filtrare i suoi succhi. L’album si costruisce tutto su intarsi di voce, merletti vittoriani, patinatura antica su esperimenti da avanguardia espressionistica e fondale etereo da ‘900 culturalmente squisito (citazioni da Virginia Woolf e Frank O'Hara), appartato in qualche hortus conclusus aristocratico, tra siepi di bosso e installazioni contemporanee. Qua compare una statua camusa di un satiro (“Für Felix”), là un’erma di Enya ornata in modo barocco (“Our Sorrows”) o una galleria di cineserie (“Four Gardens”), mentre i vocalizzi astratti della Holter conducono per sentieri liminari a dimensioni altre (i bordoni degli otto minuti abbondanti di “Boy In The Moon”, nei quali la liturgia, à la Grouper, diventa un po’ estenuante).
Ma la Holter, nel suo curriculum, ha anche collaborazioni con Nite Jewel e col chitarrista di Ariel Pink, che qua co-mixa. Mica bruscolini: la scena più cool di Los Angeles. E così il lirismo svaporato è condotto per mano da drum machine e basi electro-pop, fregi liberty di synth e drappeggi da antique shop, senza apparenti attriti, con effetti da clavicembalo che si sposano con sax, tastiere meccaniche che rifiniscono impostazioni vocali per lied classico e infiniti addobbi sonori minuziosamente allestiti. Dove questo art pop mescidato fa centro, ne escono brani splendidi (“In the Same Room” e “Moni Mon Amie” su tutti), e persino qualche accenno di inno (“Goddess Eyes” I e II, riarrangiate rispetto alla versione di “Tragedy”).
È una funzione privata, quella di Julia Holter. Probabile che dal prossimo disco, già in lavorazione, ci sia una maggiore apertura verso l’esterno, attraverso collaborazioni e contaminazioni. Se riuscirà a mantenere intatta la propria cifra guadagnando qualcosa in comunicatività, potrà diventare, da sacerdotessa, dea vera e propria.
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