Jenny Wilson
Hardships!
Personaggio tosto, Jenny Wilson. Salutata come il nuovo paladino dell'electro-pop svedese più sofisticato dopo l’esordio di “Love And Youth” (2006), torna a tre anni di distanza con un disco pubblicato da un’etichetta di sua proprietà appositamente fondata. E fa centro: se “Hardships!” non si stabilizza agli eccellenti livelli del precedente, è solo perché li supera.
Il cambiamento nel passaggio tra i due lavori lo si coglie già a livello estetico: abbandonati i lustrini luccicanti, le pose kitsch e il look volutamente eccentrico del passato, la Wilson abbraccia un’attitudine decisamente più sobria, tra vestiti discreti, video in bianco e nero, e una posa da artistocratica chanteuse anni trenta (a metà, direi, vedi copertina, con una cacciatrice di volpi...). L’espressione si indurisce, la sensualità sale di grado, il freak tanto gustosamente sprigionato nel debutto lascia spazio a un piglio più maturo, il tutto - ciò che più conta - assecondato da una svolta musicale degna di interesse: accontonate le ascendenze elettroniche del nord, la svedese decide di accostarsi con curiosa recettività all’R’n’B, tra Missy Elliott e le Salt’N’Pepa, racimolando spunti che partono dalla Grace Jones più recente e finiscono con l’ultima (giovane, ahilei) Aaliyah.
Da qui, e da tutta la sua anima pop a 360 gradi già ampiamente sfoggiata nel debutto, può nascere un pezzo di straordinaria fattura come “The Wooden Chair”: basso profondissimo, claps (onnipresenti nel disco), cori, vocalismi soul e xilofono costruiscono un’espressione musicale ad alti livelli, assieme radio-friendly e raffinata.
E l’intero album impressiona per incisività, originalità, struttura: la Wilson sa reggersi perfettamente in equilibrio tra ricercatezze d’avanguardia e uno spirito melodico schiettissimo. Se le tastiere sembrano il punto di partenza creativo, e poi diventano il sostegno, di molti brani, gli arrangiamenti espongono una sorprendente ricchezza di puntelli, appoggi, sfoghi inattesi: sax (“The Path”, “Strings Of Grass”), flauto e finger-snapping (“Clattering Hooves”, “Pass Me The Salt”), congas (“Like A Fading Rainbow”, “Only Here For The Fight”), campanelli, xilofono, piano declinato in chiave romantica (“We Had Everything”, soprattutto, ma anche “Porcelaine Castles”), fischi, chitarre. Raramente in ambito pop si può ascoltare un disco così curato, pieno (senza essere barocco), e attento al dettaglio.
La voce della Wilson, costantemente supportata da cori e controcanti che tingono le canzoni via via di sfumature soul o più schiettamente hip hop, si presta alle mutevolezze degli umori, variando dal consueto tono altissimo (in “Only Here For The Fight” ricorda tutti i Jacksons Five presi sia singolarmente che uno per uno) a segmenti rap più baritonali o a sfoghi a cappella come quello dell’inciso tutto black di “Motherhood”. Ne esce un lavoro elegante e assieme esplosivo che, nel suo tentativo di coniugare anima europea (da ottica scandinava) e afro-americana, lascia il segno, dimostrando che anche nel pop l’innovazione è possibile.
Go, Jenny, go: perdona, Chuck, ma per lei è il caso di storpiare.
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