R Recensione

8/10

Anthony Braxton

Saxophone Improvisations Series F

Alla fine sono un po' tutti d'accordo: quello di Anthony Braxton è un nome cruciale per le traiettorie della musica contemporanea, e anzi – a dispetto della complessità concettuale e formale della sua arte – è forse IL nome cruciale del jazz d'avanguardia.

Detto in altri termini, Braxton è tantissima roba, uno di quegli artisti che segnano un prima e un dopo, e lo si poteva intuire già nel 1968, quando ha inciso “For Alto”, primissima, violenta escursione del post-free nei territori sino a quel momento dominati dalla musica “colta” del '900 (John Cage, il minimalismo etc.. ).

Negli anni successivi Anthony farà di tutto: i dischi per sassofono solo restano però, con ogni probabilità, le sue imprese più titaniche e ineguagliabili. Un concentrato di idee rivoluzionarie e di provocazioni che ancora oggi ti mette al muro (e che quarant'anni orsono doveva suonare come qualcosa di a-musicale, distante anni luce da ogni schema noto).

Braxton è un musicista anti-jazz e anti-blues, se vogliamo: perché il blues feeling di Parker o le iperboloche invenzioni armoniche di John Coltrane, apparentemente deliranti eppure sorrette da una logica ferrea, qui non si vedono più.

Braxton, per la verità, è figlio di Coltrane, ma al tempo stesso incarna la sua totale negazione, in termini di pathos, di profondo senso religioso. Solo l'inquietudine è la medesima: ma se Trane la incanala dentro le sue lunghe e cangianti improvvisazioni (siano essere post-bop, di scuola modale, puramente free), Braxton ne offre una versione violenta, razionale e gelida.

Coltrane è motivato da esigenze di carattere emotivo, Braxton da una lucidità di natura scientifica, matematica. Che poi la sua musica possa evocare stati d'animo altrettanto profondi (il jazz bottom, mi verrebbe da dire), è un'altra questione. Le due prospettive si fonderanno un giorno – parere personalissimo – in quella di Colin Stetson, enigmatico e brutale come Braxton, furioso e ancestrale come Coltrane.

Veniamo al disco in questione: “Saxophone Improvisations Series F.” è ritenuto da molti il capolavoro assoluto del musicista chicagoano, e io tendo a essere d'accordo (diciamo che se la gioca almeno con “For Alto”, e diciamo anche che mettere in fila opere spesso fra loro antitetiche è impresa ardua).

Il lavoro viene registrato a Parigi nel 1972, durante l'inverno. Come molti altri esponenti dell'avanguardia, Anthony scopre nella Francia (o nella scandinavia) una seconda casa, decisamente più accogliente di quella americana, anche in termini di – sempre e comunque parche – soddisfazioni economiche.

Le sue improvvisazioni per sassofono alto tracciano la strada per il free europeo (di cui si avvertono echi già ovunque, specie in Germania a in Gran Bretagna, con l'Italia a ruota): il linguaggio di Anthony, ispirato da una logica geometrica inapputabile, risulta ciononostante profondamente irrazionale in termini strutturali e nella fraseologia.

I suoi brani sono disarmanti: Anthony, ispirato forse dai movimenti rapsodici di un Sonny Rollins o dello stesso Coltrane maturo, ma deciso a frantumare i propri modelli, sfrutta al meglio il suo superiore virtuosismo e riesce a costruire fraseggi melodici efficaci, quasi da ballad vecchio stampo.

Ma impiega pochi istanti a deturparli, sperimentando le possibilità anche fisiche – e non solo melodiche e armoniche – del suo strumento: utilizzando particolari tecniche di imboccatura e figurazioni di suoni del tutto eterodosse, Braxton rovescia sull'ascoltatore inerme fischi assordanti, sequenze di note a cascata inquadrate dentro figure ritmiche irrazionali, tutto l'armamentario del sax in termini di rumori, grida e suoni sgrammaticati.

Poi magari ritorna sui suoi passi, e improvvisa sopra un “normale” giro di accordi, in modo quasi pulito, classico: ma sempre rigidamente controllato. Le variazioni (di timbro, di atmosfera, armoniche) sono tutte programmate, ma la musica, più che procedere secondo le regole sue proprie, si sviluppa secondo lo schema mentale e a-musicale di Anthony.

Detto altrimenti: Braxton di fatto stabilisce un procedimento, una forma di progressione che prescinde del tutto dalle regole classiche della musica, e poi lo applica al suono. Braxton sembra quasi cercare la dimostrazione del suo teorema di base, più che “improvvisare”.

La sua musica, benché complessa, benché risuoni dentro uno spazio vuoto, oscuro, solitario, porta peraltro anche una ventata di humour pesante, in perfetto stile AACM. Tant'è vero che le ballad “strappate”, che abbattono i fragili confini fra suono e rumore, a dispetto di tutto e di tutti suonano quasi divertite.

E' difficile descrivere i singoli brani perché ognuno si ritaglia un mondo proprio, strano, spesso poco piacevole in termini classici (quasi nulla di “orecchiabile”), eppure dotato di capacità espressive stordenti, per chi riesca ad entrare in sintonia con questo particolare mood.

Anche i titoli aggirano accuratamente il classico schema evocativo per valorizzare le qualità cerebarli e radicali della musica: posso allora dire che “NR-12-C (33 M)”, che si muove su e giù per oltre nove minuti, è il mio brano preferito, e posso dirlo senza sembrare un pazzo. Questo pezzo possiede il fascino oscuro delle ballate jazz, ma pare sottoporle a un processo di scomposizione cubista: in tal senso, Braxton è davvero il Picasso della musica jazz.

Il brano di 18 minuti (JMK etc..) è forse il momento più visionario della sua carriera, il compendio del suo approccio mostruoso alla musica libera, che viene privata di ogni impeto “passionale”, e che ciononostante riesce a scovare pieghe sinistre nel tuo cuore, a solleticare gli angoli più bui del tuo povero cervello.

Riesce a metterti alla prova: e direi che tanto basta per tributare il giusto omaggio al genio di Chicago.

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C Commenti

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FrancescoB, autore, alle 18:25 del 31 ottobre 2015 ha scritto:

Mi permetto di ripescare questo pezzo per sollecitare un parere ai jazzofili estremi del forum. Marco tu hai mai provato il lavoro in questione? E tu Paolo (Nuzzi)? Fab?

Paolo Nuzzi alle 14:32 del 2 novembre 2015 ha scritto:

Eccomi. Non ho ancora avuto modo, visto che per assimilare un disco del buon braxton ce ne vuole e poi conosco solo "three compositions of new jazz" e " for alto". Il disco in questione da parte della meravigliosa collana " verve Free America" che sto cercando di completare. Non appena avrò modo, dirò la mia. Saluti caro Francesco ed al solito, complimenti!

Giuseppe Ienopoli alle 18:57 del 31 ottobre 2015 ha scritto:

... hai dimenticato (volutamente ... ndr!) il più estremo di tutti che io so che sa tutto di questo lavoro!

FrancescoB, autore, alle 19:51 del 31 ottobre 2015 ha scritto:

Eh perdonatemi, ho citato i più "stretti"..ma ogni commento è benvenuto! Anche da parte tua Giuseppe, naturalmente!

Giuseppe Ienopoli alle 20:20 del 31 ottobre 2015 ha scritto:

... non parlavo di me ché non so una cippa di gezz ... guarda tu come l'ho scritto!

Per la praivasi dico solo che il gezzofilo in questione è contraddistinto da quattro lettere maiuscole orizzontali ed è un autentico generatore di buona musica ... (rif. "Cosa stai ascoltando?") ... naturalmente grazie per l'invito.