R Recensione

7/10

Kill The Vultures

Carnelian

I Kill The Vultures sono, da tempo, un nome di grido per tutti coloro che hanno a cuore l'universo hipster-hop. Intensi, coraggiosi, sempre bravi a mediare fra impegno politico  e Street poetry confessionale.

Il debutto del 2005 proponeva un noise-jazz sfrangiato e vorticoso, dentro cui si incastonavano alcune fra le arringhe più lucide del tempo. I lavori seguenti, pur ammorbidendo un po' l'approccio, non erano molto da meno: i Kill The Vultures ambivano apertamente al titolo di unici eredi credibili dei cLOUDDEAD, e l'accostamento, in effetti, non era blasfemo.

Dieci anni dopo, i quattro ragazzi di Minneapolis (città sempre sorprendente), nel frattempo trasformatisi in un duo, ampliano ulteriormente gli orizzonti.

Cornelian” suona come un incrocio fra il contorsionismo rumorista dei primi Dalek e le sinfonie aperte di Dj Shadow. Il tutto, immerso in un'atmosfera sempre importante (i ragazzi credono in ciò che dicono, è palese) ma a tratti meno cupa del solito, quasi De La Soul-oriented.

I ragazzi dimostrano anche di non aver perso un grammo della propria voglia di osare: provare per credere “The River”, trapanata da archi strappati sino al limite, spinta da fiati in stile apocalisse imminente, declamata dall'MC con toni tutto sommato pacati, visto il contesto, ma sempre decisi.

Se il flow, in sostanza, mette in mostra le consuete qualità (è declamatorio e serioso), le trame sature - sempre un passo oltre - rappresentano il valore aggiunto: le sonorità arabeggianti di “Vandal”, che aprono scenari simil-zappiani, viaggiano a braccetto con la melodia (sempre orientaleggiante) di “Topsoil”, un altro concentrato di micro-eventi sonori (le background voices sembrano valchirie al vocoder!) che distanzia persino gli esperimenti più oltraggiosi della Anticon.

God's Jewelry” muove qualche passo in direzione industrial, anche se i Kill The Vultures sono sempre più sinistri che minacciosi: sembra quasi di vedere Dj Shadow che campiona gli Swans meno violenti.

Non meno claustrofobica risulta “Crown”, che mi fa immaginare una versione meno crudele e spietata dei PIL, ovvero ci lacia intuire come sarebbe stato “Metal Box” se Lydon e Levene fossero cresciuti a hip-hop alternativo, anziché a reggae, dub e Velvet Underground.

Coin on the Open Eyes”, con il sassofono cristallino (sempre in versione le mille e una notte) e il giro minimale di tastiere, è forse il brano più vicino alle precedenti elucubrazioni hip-jazz, anche se ammorbidisce i toni (qui non uso la parola noise, e non è un caso); o meglio, il brano si gioca il titolo di pezzo più hipster con la vagamente zappiana “Don't Bring the Devil Out”, che potrebbe essere il pezzo hip-hop segreto dei Faust, tanto è meravigliosamente coraggioso e scalcagnato, con le fanfare che ruotano intorno al proprio asse sposando un tempo di marcia.

Il flow, nel frattempo, risulta sempre lento, dai toni religiosi: i Kill The Vultures saranno anche predicatori invasati, ma evitano di strafare. Più che stordire l'ascoltatore, vogliono stupirlo, disorientarlo: inutile dire che, ancora una volta, hanno centrato il bersaglio.

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