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R Recensione

8/10

John Coltrane

Expression

John Coltrane sul sottoscritto ha più o meno l’effetto che Maradona ha sui tifosi del Napoli, e quindi non potrei parlarne male neanche se mi pagassero tutte le parcelle che ho in sospeso.

Ho già decantato il suo peso per la mia vita di musicofilo e di jazzofilo (per chi avniesse dieci minuti da perdere: “A Love Supreme”), e non intendo quindi ripetermi.

L’ultimissima fase della sua carriera, tuttavia, per diverso tempo mi sembrata ostica. Cosa mai poteva inventarsi un musicista dopo l’amore supremo e dopo quel giro in motocicletta per la via lattea che risponde al titolo di “Ascension”?

Nulla, in sostanza, mi ripetevo con sicurezza. Perché dopo l’apogeo non può che esserci il declino.

Tanto per cambiare, mi sbagliavo. E infatti a causa di questa teoria da qualche mese mi sono afferrato le orecchie da solo, e non ho ancora deciso di mollarle.

L’ultimo Coltrane, quello che un brutto male ha strappato alla vita subito dopo i 40, rimane un musicista eclettico, vitale, imprevedibile. Uno che forse ha già dato il meglio, ma che ciononostante (come quelle vecchie glorie che a 35 anni azzeccano la partita della vita ai mondiali) riesce ancora a rafforzare la sua aura di Leggenda.

E’ arcinoto che John fosse un musicista logorroico e inarrestabile, e per la verità lo scarso controllo che esercita su alcune sue creazioni è il motivo principale degli strali di molti illustri critici, strali che investono principalmente la sua fase “free”.

Questo non vale per il sottoscritto, anche se mi riesce difficile negare che negli ultimi anni Coltrane ha calcato la mano, incidendo tutto ciò che gli passava per la testa, dopo aver rimosso ogni filtro fra cervello, bocca e sassofono (tenore, ma anche soprano).

Expression” ha un significato simbolico particolare, in tal senso, perché è il culmine della fase bulimica del nostro (6-7 anni in cui pubblica quanto un  musicista ordinario potrebbe fare in tre o quattro carriere), ma anche perché è l’ultimo lavoro di studio prima della scomparsa.

Inciso fra febbraio e marzo del 1967, “Expression” vede la luce solo nel mese di settembre, quando Coltrane ha già conosciuto San Pietro.

E’ un lavoro complesso e a suo modo claustrofobico. Rispecchia naturalmente la triste consapevolezza del Genio, ma non per questo suona rassegnato: e anzi, i quattro brani sono a tratti animati da un’energia sovrannaturale. Forse John era conscio della fine imminente, ma restava determinato a sfidarla a viso aperto.

Il titolo è paradigmatico di ciò che Coltrane cercava di fare con la musica: semplicemente, esprimersi nel modo che gli era più congeniale (alla fine, ce l’ha esplicitato: ma forse non ce n’era neppure bisogno).

La sua ricerca musicale è giunta al culmine: John rimastica le innovazioni formali ed espressive già teorizzate e quindi realizzate nei capolavori precedenti, sposa la causa del free in modo pieno, ancorché sempre in ottica personale. Il suo jazz guarda al futuro senza remore.

Aggiunge alla formula consueta forse solo un pizzico di (inevitabile) malinconia: la breve “Ogunde” potrebbe in effetti essere un brano tratto dal terzo teorico lato di “A Love Supreme”, o anche solo la sua versione più tetra. Melodicamente, il sassofonista al solito stravolge le cellule di base, incendiandole, dilatandole sino allo spasmo, senza tuttavia mai perdere il filo del discorso.

To Be” ed “Expression” sono i due (relativamente) lunghi testamenti della versione più estrema di John: quello che si muove a ritmi vorticosi, bruciando di un’energia sconfinata (per quanto, in questo caso, a tinte fosche). Il primo brano è particolare anche perché vede Coltrane per la prima (e ultima volta) al flauto, mentre intesse un dialogo fitto e brillante con il “piccolo” dell’amico fraterno Pharoah Sanders. Da rimarcare anche il contributo assorto della moglie Alice al piano.

L’ultimo pezzo invece è Coltrane all’ennesima potenza: una inenarrabile foga sembra sospingere il suo sax tenore ai limiti delle possibilità umane, anche dal punto di vista fisico (chiunque abbia preso in mano un sax è costretto a raccogliere la mandibola davanti a una simile esecuzione, non solo in termini di padronanza e fantasia, ma proprio per la resistenza fisica, tanto più sbalorditiva se si pensa alla malattia terminale). Non sfuggirà poi che a inizio brano il sassofono riprende pari pari frammenti di "A Love Supreme", per poi girarci intorno, così confermando che un grappolo ristretto di note ha infinite possibilità di essere utilizzato.

In sostanza: Coltrane va goduto tutto e senza censure, fino ad “Expression”. Io l’ho capito, dopo anni di esitazioni: ora tocca a voi.

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Voto degli utenti: 8/10 in media su 3 voti.
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gramsci 7,5/10

C Commenti

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Utente non più registrato alle 11:23 del 31 luglio 2014 ha scritto:

Oserei dire: meno male che su questo sito c'è un recensore come FB...

Paolo Nuzzi (ha votato 9,5 questo disco) alle 13:59 del 10 novembre 2014 ha scritto:

L'ultimo, significativo lascito di un genio, assieme al"The Olatunji Concert".

FrancescoB, autore, alle 14:10 del 11 novembre 2014 ha scritto:

Paolo, condividi la mia tesi per cui questo è uno fra i lavori più difficili e inestricabili della sua carriera, ma che una volta entrato nella sua dimensione "altra", rischi di innamorarti? Trane qui mi pare sfogare la sua luminosa "logorrea" con esiti sempre altissimi.

Paolo Nuzzi (ha votato 9,5 questo disco) alle 13:54 del 12 novembre 2014 ha scritto:

Assolutamente sì! Gli ultimi dischi di Coltrane sono imprendibili, oltre le stelle. Chissà come si sarebbe evoluta la sua musica se fosse vissuto ancora? Ma forse il creatore l'ha richiamato a sé proprio perchè aveva già dato tutto, chissà? Comunque approfitto per farti i miei più vivi complimenti per la competenza e per i gusti, non foss'altro che sono simi ai miei Buona giornata Francesco!