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R Recensione

8,5/10

Dave Burrell

Echo

Si può inscatolare la fantasia a briglia sciolta del free jazz? Si può fare in modo che il marasma della free form sia intercettato dalle reti della musica colta contemporanea (che nome orrendo, peraltro)?

Il pianista Dave Burrell, nel lontano 1969, ha dimostrato che si può tutto. “Echo” è un disco che può spaventare, naturalmente, perché è estremo: chi non ama gli eccessi di “Ascension”, per dire, forse farebbe meglio a tenersi alla larga.

Il bello di “Echo” è che la sua struttura sovradimensionata e astrusa è a doppio taglio: esplosiva ma anche sorretta da un raziocinio rigoroso. Il sound complessivo della title-track, per dire, è sovraccarico, teso, senza tregua. Assordante, in altre parole: eppure possiede un'anima, uno scheletro che in alcuni momenti affiora in superficie fino a diventare quasi riconoscibile.

Incidere dischi come “Echo” richiede tante cose: una preparazione formale ai limiti della perfezione (e Dave ce l'ha: anni di studio dedicati a spartiti, all'armonia, alla tecnica, la musica contemporanea mandata a memoria, il jazz ancora meglio). Ma soprattutto coraggio: e anche da questo punto di vista Burrell non perde punti, perché sperimenta la fusione definitiva fra spirito eversivo e rigore compositivo, insomma ci mette tanto del suo, e non è solo uno dei numerosi invasati del free jazz. Terza cosa: musicisti all'altezza. E anche su questo fronte “Echo” dà soddisfazioni importanti: al sassofono tenore si mette il terrorista free per eccellenza, tale Archie Shepp, un musicista capace di cavare dai tasti e dalla propria gola un suono pieno e vigoroso, ma anche, virulento, tutto proteso verso la concretezza. Shepp anche qui è talmente bravo che ti fa venire voglia di saltare di gioia sul letto, di iscriverti subito a un corso per sassofonisti perché si vive un volta sola, e improvvisare deve essere uno spettacolo.

Se può servire, cito gli altri protagonisti: un altosassofonista di grido come Arthur Jones, un percussionista geniale (prestato occasionalmente al basso) come Sunny Murray (che belli i piatti, che bello il charleston), e poi altri due-tre validi para-comprimari (in realtà, musicisti ferratissimi e fantasiosi).

Peace” è una voragine profonda venti minuti, ispirata dalle cose più grandi del mondo: Burrell con il pianoforte fa numeri indicibili, si mette a puntellare lunghe scale discendenti e ascendenti di spirito minimalista. Senza sosta, con una determinazione che pare andare oltre il mero dato musicale. I fiati nel frattempo sono sbuffi di poesia astratta. Sono caotici, ma si tratta di un caos che evapora, che non puoi ritagliare e incollare al muro. Suite così lunghe provocano sempre la nostra pazienza: e solo quando sono immacolate lei non se ne va sbattendo la porta. Qui accade proprio così, il free jazz si muove in un labirinto spaventosamente ordinato e ne esce vivo, anzi più forte di prima. Il pianoforte per la verità - in Peace - non ha molto di free, parlerei più di musica classica tout court (e forse sbaglio). Eppure il suo tappeto di contrappunti e di progressioni armoniche è il miglior snodo per la libertà assoluta di ottoni e legni.

Echo” è invece l'equivalente sonoro di una violenta raffica di neve nel mese di Agosto. Ovvero non ci capisci nulla, sei talmente strangolato che perdi subito il filo. Burrell si dimostra ancora una volta un numero uno: qui il suo discorso musicale è contorto e a tratti puramente ritmico. Sin troppo facile fare il nome di Cecil Taylor, ma effettivamente questo pianismo può trovare referenti sono nei deliri acrobatici di “Unit Structures”. I tasti diventano strumenti percussivi che zampillano liquidi strani per tutto il tempo, mentre Shepp fa il proprio lavoro free senza paura, e gli altri musicisti si accodano in una tempesta sonica che ricorda per forza di cose il Coltrane di “Ascension”. Questa musica è paralizzata, sembra congelata nel suo tempo.

Come si fa a classificare un brano del genere: free-avantgarde-jazz? Può essere ma è tutto arbitrario, qui il fremito e l'immobilismo della musica contemporanea “importante” sono abbattuti da cannonate free jazz, oppure (rovesciando il discorso) la musica free form scopre che l'ordine (per quanto filigranato e cervellotico) può essere bello.

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