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R Recensione

7,5/10

Antonio Raia

Asylum

Un uomo. Un sassofono tenore. Il refettorio di un orfanotrofio in disuso. Un fonico. Dieci microfoni. Il suono (la vibrazione), lo spazio (il contenitore). Un cuore che pulsa. Un’anima lacerata. L’unità spirituale del jazz che verrà e, chissà, l’ombra di uno stornello. Bianco, improvviso: un’esplosione di luce, o forse una tempesta. Smarrirsi nei pulviscoli che danzano. Ceneri e lapilli, assi di legno e marosi. Due piedi che vagano, due occhi che piangono, mille voci silenziate. Nulla se non la propria umanità, con fatica. Homines sumus, humani nihil a nobis alienum putamus. A riveder le stelle, o forse le terre, promesse e negate.

Nomi, cifre e circostanze, di fronte al terzo disco del giovane napoletano Antonio Raia (in forza, sino a poco tempo fa, nei Sudoku Killer di Caterina Palazzi), perdono d’importanza e di consistenza. Su tutto parla un’epigrafe, sintesi politica di senso dell’intero “Asylum”: “Non c’è albero che voglia male al giardino / Non c’è figlio che non abbia avuto utero / Non c’è uomo che non possa farsi asilo”. E un brano, “The Lights Inside Scream”, che immobilizza e soverchia con lo sconquasso emotivo di una “Lonely Woman” degli ultimi e degli obliati: dilatati fraseggi bop che galleggiano nel vuoto, si allungano, si stirano, stridono, urlano, rimbombano. Sono effettivamente i fantasmi di chi non ha voce né identità ad infestare la virulenta performance braxtoniana di “The Sound Of Voices Mingled With Scraps”, ad accalcarsi contro le voragini ambientali di “Follow The Trail” e a far deragliare, tra pause e respiri a pieni polmoni, l’articolata melodia dello standard “Misty”. Per il bene della ricezione internazionale si dovrebbe dire che lo sguardo di Raia è puntato in direzione del Colin Stetson di “To See More Light” (specie nello straniante sirtaki di “The Children In The Yard”), ma la verità è che l’ancoraggio linguistico rimane profondamente mediterraneo, e non solo per il whistling della sanguigna “Fire On Heart” o la scelta di rivoltare come un calzino due standard partenopei (“Torna A Surriento” viene frantumata in brevi segmenti non consequenziali, “Dicitencello Vuje” è un singhiozzo dello spirito): è, forse, il calore del tocco, l’intensità della sua rappresentazione, dal profilo melodico intenso e concreto (“To Giulia”) ma allo stesso tempo capace di una radicale astrazione concettuale (la conclusiva lallazione di “Lullaby”).

Shibboleth di chi resiste e com-patisce. Una lezione per le anime inaridite. È bene che “Asylum” arrivi alle orecchie di quante più persone possibili.

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Voto degli utenti: 7,5/10 in media su 1 voto.
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C Commenti

Ci sono 2 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 13:10 del 16 giugno ha scritto:

Ho avuto la fortuna di parlarci, musicista e persona di grandissimo interesse. Sul disco quoto ogni tua singola considerazione, una boccata d'ossigeno nel contesto del jazz italiano contemporaneo.

Marco_Biasio, autore, alle 17:13 del 16 giugno ha scritto:

Grazie del commento, Francesco (e anche di quelli precedenti). Se non li conosci ti invito a recuperare anche i due lavori dei Sudoku Killer di Caterina Palazzi dove suona il sax (soprattutto Infanticide).