The Matthew Herbert Big Band
There's Me and There's You
Il Genio è tornato. E chi lo conosce lo sa: questo appellativo non è iperbolico né eccessivo quando si parla del signor Matthew Herbert. Non solo e non tanto per l'eclettismo mostrato lungo i suoi mille nomiker e progetti (Herbert, Doctor Rockit, Radio Boy e la qui presente Matthew Herbert Big Band), quanto per la sua capacità di sposare magicamente , specie nei progetti a suo nome, le strategie cervolletiche della IDM con le esigenze melodiche della leftfield house.
Definizioni di comodo che potrebbero sviare chi non ha mai ascoltato il nostro: perchè la verità è che Herbert non assomiglia proprio a nessuno, se non a Herbert stesso. La verità è che, parallelamente ai divertissement a sfondo politico a nome Radio Boy, esperimenti con campionatori come nei sogni più bagnati dei due Matmos, in produzioni eponime come Around the House e Bodily Functions il nostro ha coniato un suono unico, basato su linee guida precise e inviolabili (utilizzo di campioni homemade, spazio agli strumenti tradizionali, addio ai preset nei sintetizzatori), edificato su arrangiamenti inediti anche per il sofisticato mondo della deep house "sinfonica", affidato a sviluppi imprevedibili e spiazzanti, molto più vicini alla forma canzone che alle architetture quadrate tipiche della house. Aggiungeteci un impasto sonoro secchissimo che si costella pian piano di elementi sonori vellutati, incastri ritmici spezzati e sghembi, e otterrete un genio, appunto, imitato ma mai eguagliato.
Questo è Herbert. E questa Matthew Herbert Big Band, come suggerisce il nome, è uno dei suoi tanti progetti “minori”: nella fattispecie una fuga nelle sofisticazioni del jazz e una passeggiata nelle ariosità offerta da una Big Band (appunto). Senza rinunciare peraltro alle tanto amate tematiche politiche.
Chi si aspettasse una riproposizione incazzata, ma di classe, di stilemi già noti potrebbe avere parecchie sorprese dall'ascolto di There's Me and There's You.
Perchè la forza di questo disco sta proprio nella sua capacità di plasmare gli arrangiamenti swing all'Herbert Sound: c'è il vocal jazz 2.0 di The Story, che suona come una versione da night delle migliori sortite di Dani Siciliano, c'è il riuscitissimo swing brechtiano di Pontificate, che avrebbe ben figurato sugli album di Roisin Murphy.
Ci sono le strizzate d'occhio al be bop e all'avant jazz di Waiting, ci sono le fughe e le pose del musical a sorreggere Yessness e Battery. C'è una Rich Man's Prayer degna di una Vaughan d'annata. C'è l'isolazionismo sonoro di Knowing e Nonsounds. C'è la classicissima e trionfale chiusura di Just Swing.
C'è tutto questo e molto altro. E in tempi di eclettismo esasperato come questi la cosa non stupisce più di tanto. Quello che davvero stupisce, e piace, è che nonostante questa escursione “fuori casa”, nonostante l'excursus tra i generi, tutto ciò sia comunque marchiato dall'inconfondibile, indelebile, marchio sonoro del nostro. E' jazz, è swing, è Brecht, è be bop. Ma è sempre Herbert. E scusate se è poco.
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