Bob Dylan - Report Live

Che dire ancora? Come fare a non sembrare banali e scontati a scrivere per l'ennesima volta di un concerto di Bob Dylan? Quante volte abbiamo già visto il suo “Never ending tour”? Eppure anche questa volta il Maestro è riuscito a sorprendere, a regalare emozioni nuove e inattese, magari anche a far arrabbiare chi ancora si ostina a volere “quel” Dylan che non esiste più, se mai sia esistito.
Molta l'attesa per i brani del nuovo disco, in uscita a fine mese, il cui primo singolo è scaricabile gratuitamente dal sito ufficiale di Dylan (alla faccia di tanti discorsi sulla pirateria digitale e sulla paura delle major). E la prima sorpresa è proprio questa: del nuovo cd nella scaletta della serata non c'è traccia! Chi oggi avrebbe il coraggio di andare in tour con un disco nuovo e non eseguirne nemmeno un brano?
Alle 9,05 gli “All Black” di Bob Dylan entrano in campo: sei musicisti vestiti di nero dalla testa ai piedi, cappellaccio compreso, e si parte con un bel tuffo indietro nel tempo: “The Wicked Messenger” dal disco acustico “John Wesley Harding” del 1968. Per chi l'ha riconosciuta subito, un vero colpo al cuore.
La band gira a mille (anche se non è la miglior formazione che ha accompagnato Dylan negli anni). Spiccano George Recile alla batteria, duro e preciso come un metronomo, il solito Tony Garnier al basso e contrabbasso, Donnie Herron al violino, banjo, mandolino, chitarre pedal steel e lap steel, e la chitarra solista di Danny Freeman. Purtroppo è sulla chitarra la nota negativa della serata. Ancora una volta infatti Dylan decide di restare a lato del palco con la sua piccola tastiera. A parte il secondo brano della serata, una grandissima “Just Like Tom Thumb's Blues”, per cui si posiziona al centro del palco con l'elettrica, per il resto del concerto userà solo tastiera e armonica, lasciando tutti gli assoli di chitarra a Freeman e Stu Kimball, molto bravi, ma l'assolo su “All Along The Watchtower”, con cui si aprono i bis, non ha niente a che vedere per potenza e rabbia con quello che faceva Dylan negli anni '90.
A parte questo, la serata è comunque a livelli molto alti: bella “Just Like A Woman” con il solito ritornello ritardato e rallentato, splendida “Stuck Inside A Mobile With The Memphis Blues Again” (e siamo nel 1966, ma sembra scritta oggi), vibrante e inaspettata la lunga “Desolation Row” (1965), intensa “Ballad Of A Thin Man”, versione capolavoro di uno dei brani che hanno fatto la storia della musica rock.
Sempre presenti gli omaggi alla storia della musica americana, soprattutto il blues, con “Blind Willie McTell” e “High Water (For Charley Patton)” due brani dedicati a due grandi della musica nera, come sempre presente è anche “Like A Rolling Stone” con cui un Dylan quasi beffardo, che sembra ridere sotto i baffi, chiude il concerto.
I tre bis si aprono con la citata “All Along The Watchtower”, e si chiudono con un'altra signature song di Dylan, “Blowin' In The Wind”. Due dei tanti capolavori composti da Dylan in quasi 50 anni di carriera, ancora una volta rivisti e stravolti.
Diventato suo malgrado un monumento, Dylan è riuscito a rimanere imprendibile, indefinibile, non inquadrabile in alcuna categoria. Lo dimostrano ancora una volta le recensioni già apparse del nuovo cd (in uscita il 24 aprile), mai concordi tra loro. Un monumento, che nessuno però è ancora riuscito a scolpire.
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