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R Recensione

10/10

Neil Young

On The Beach

On The Beach” è il capolavoro di Neil Young: l’opera in cui confluiscono magicamente i filoni della sua estetica, mediante un’alchimia sonora stupefacente.

Esce nell’abbrivio fondamentale della vita del Loner: metà anni '70. L’onda lunga di Woodstock, il falò country-rock di “Harvest”, le folle oceaniche nei tour con Crosby Stills e Nash. Ma il lato oscuro di quella stagione non tarda a venire fuori. I fallimenti della politica, il cristallizzarsi del rock in canyon opulenti, la droga che scorre ovunque come un fiume in piena, l’incapacità di trovare nel privato un “riparo dalla tempesta”, per citare il Dylan dello stesso periodo. Tutto questo concorre a formare il Grande freddo:quando ti accorgi che le cose non erano esattamente come immaginato e le illusioni sfumano nella linea d’ombra dell’età adulta. Il topos rock and roll per eccellenza, lo sturm und drang del Novecento.

Non tutti superano questo trauma. C’è chi ovviamente continua la pantomima, e sale su un palco pur non avendo più niente da dire. I più sensibili si spengono con l’ultima dose, o mediante un colpo di fucile: magari citando nel messaggio d’addio proprio un verso del Canadese ( it’s better to burn out than to fade away), come Kurt Cobain. Altri riflettono sul proprio ruolo quando si trovano sull’orlo del precipizio, e vengono fuori grazie all’Arte.

Neil Young si trova solo nella spiaggia dei miraggi svaniti e del disincanto. Gli fanno compagnia una tristezza cosmica, il titolo di un giornale sul Watergate, una Cadillac sepolta nella sabbia. Il rimorso per la morte per eroina degli amici Danny Whitten e Bruce Berry e lo spettro della relazione fallita con Carrie Snoodgress ( “troppo spesso, quando tornavo a casa, abbracciavo la chitarra invece di lei,” dirà in seguito) non danno tregua. Si è già suicidato commercialmente con “Time fades away” del 1973. Si è già tuffato nell’abisso di alcool e disperazione registrando il catartico “Tonight’s the night”. E in queste otto canzoni affronta definitivamente i suoi demoni.

Stilisticamente, l’album presenta Young al meglio. Attorniato di volta in volta da musicisti spettacolari (da Levon Helm a Rusty Kershaw) “On the beach” elude la dicotomia classica dei dischi del nostro eroe, tra sognante country-folk e feedback dilatato allo spasimo. Il tono dell’album varia magistralmente dall’ombroso al visionario, ancorato a una malinconia di fondo devastante. L’impeto di “Walk on” apre le danze con maestria, mentre Neil esprime il suo livore verso la critica che vuole imbalsamarlo in bella statuina a Nashville. “See The Sky About To Rain” attenua l’atmosfera, sciogliendosi nel piano Wurlitzer. Si materializza per incanto la spiaggia younghiana, tra vaporosi ghirigori e pura poesia.

Ma è con la terza traccia, “Revolution Blues”, che l’album entra nel suo cuore di tenebra. Uno dei brani più controversi dell’intera storia del rock: dedicato a Charles Manson, ben prima che questi diventasse un’icona, via Trent Reznor. Un Young nauseato da quello che è diventata l’America nei primi anni 70, comprese le sue tronfie rockstar e la Controcultura, si reinventa più psicotico e depravato di Iggy Pop, seguendo per un giorno gli ambigui proclami rivoluzionari del massacratore di Bel Air, capro espiatorio scelto dal sistema per affossare i sogni hippie nella celebre teoria “Helter Skelter”. Il pezzo è semplicemente perfetto: la sezione ritmica della Band conferisce un tiro funky mostruoso, David Crosby alla chitarra ritmica spalleggia egregiamente un Neil intento a forgiare assoli precisi e devastanti come rasoiate pur senza ricorrere al feedback. La sua voce incita all’odio e alla violenza, forgiando un quadro semplicemente apocalittico. Versi come Well I hear that Laurel Canyon is full of famous stars But I hate them worse than lepers and I’ll kill them in their cars sono la miglior istantanea possibile dell’ utopia californiana frantumata. La successiva “For The Turnstiles” apparentemente riporta l’ascolto su lidi più sereni: ma è un’ afasica cartolina bucolica di un’America rurale ormai perduta, tra sontuosi intarsi di dobro e banjo che propinano una brillante parodia di “Harvest”. La prima facciata si chiude con l’imponente “Vampire Blues”, paludosa cavalcata blues solcata da un memorabile e stridente assolo dell’uomo dell’Ontario.

La seconda parte si apre coi sette minuti della title-track: un vortice circolare e morboso, in cui il Wurlitzer (qui suonato da Graham Nash) e le percussioni di Ben Keith creano un’ angoscia scintillante. Neil si scioglie nelle sue debolezze, tra una voce appesa a corde emotive sottilissime e parti di chitarre gelidamente stratosferiche. Un’agonia differita e lucida, una struggente confessione sul ruolo di rockstar e di icona generazionale. Sono sulla spiaggia ma quei gabbiani sono sempre lontani.

Quando sembra di aver toccato l’acme della tensione emotiva, arriva LA ballata di Neil. “Motion Pictures ( For Carrie)”. Un ponte sospeso in una valle di lacrime, sorretto dalla slide guitar di Kershaw, proteso verso l’ormai perduta Carrie: I’m deep inside myself but I’ll get out somehow/ and I’ll stand before you and I’ll bring a smile to your eyes.

La saga di “On The Beach” si chiude nel labirinto di “Ambulance Blues”: ci vorrebbe una recensione a parte per descrivere uno dei vertici del rock di ogni tempo. Tutti i tasselli del mosaico si ricompongono per incanto. L’innocenza (Back in the old folky days / The air was magic when we played..), la paranoia post-hippie, ambulanze che sfrecciano veloci tra le rovine di un’America desolata all’ultima stazione del calvario vietnamita, il successo e il declino ( it’s easy to get buried in the past/ when you try to make a good thing last), e l’Arte come unica via per sconfiggere i propri fantasmi, come Neil sancirà definitivamente su “Rust Never Sleeps”. Nove minuti divini, solcati da un lirismo mai così visionario e da un sound spettrale, tra sopraffini arabeschi di fiddle e sinistri soffi di armonica. Mentre Ralph Molina scandisce il ritmo a mani nude, Neil è aggrappato alla sua chitarra, oscura e inquietante. Incurvandosi su di essa uscirà dal tunnel, ed enormi amplificatori satureranno le sue ferite.

Mai Viaggio al termine della notte è stato più ispirato e toccante in ambito rock: e Neil Young è ancora tra noi.

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Voto degli utenti: 9,7/10 in media su 38 voti.
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alby66 10/10
ThirdEye 10/10
dalvans 10/10
Suicida 10/10
loson 9/10
REBBY 9/10
leax 8,5/10
cesare 10/10
NDP 10/10
D10S 10/10
B-B-B 10/10
Gianvi27 10/10
Lelling 10/10
zebra 10/10

C Commenti

Ci sono 18 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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Alfo alle 15:19 del 23 gennaio 2007 ha scritto:

Neil Young ha il suo biografo!

Magistrale lettura di un'opera che vive nel suo mondo senza tempo ne spazio..

Lewis Tollani (ha votato 10 questo disco) alle 17:05 del 12 febbraio 2007 ha scritto:

Visto...

...che non sono il solo a dirlo, che sei il suo biografo.

P.S.- il voto è per On The Beach, ma anche per DonJunio

Peasyfloyd (ha votato 10 questo disco) alle 10:30 del 22 marzo 2008 ha scritto:

recensione davvero eccezionale per quello che probabilmente è pure il miglior disco di Young. Revolution blues e ambulance blues sono due capolavori da far venire le lacrime agli occhi. L'analisi dei testi di Murgia è perfetta! Davvero tutto strepitoso!

voto 10

swansong (ha votato 10 questo disco) alle 11:29 del 25 giugno 2008 ha scritto:

Hai esordito dicendo già tutto!

aggiungo solo che questo oltre ad essere IL capolavoro di Young è anche un disco imprescindibile per ogni giovane amante della musica rock e non solo e che crede, per esempio, che i pur validissimi Pearl Jam siano nati dal nulla...

Gengis il Kan (ha votato 10 questo disco) alle 12:28 del 27 marzo 2009 ha scritto:

Perfetto, desolante.

lev (ha votato 9 questo disco) alle 23:41 del 6 maggio 2009 ha scritto:

forse non proprio il capolavoro di neil young (io gli preferisco harvest), ma un disco sublime, che ho scoperto colpevolmente un pò tardi.

Uallarotto (ha votato 10 questo disco) alle 16:32 del 27 giugno 2009 ha scritto:

bella bella. credo sia questo il mio suo preferito... ma è dura decidersi.

alby66 (ha votato 10 questo disco) alle 11:55 del 23 agosto 2010 ha scritto:

il testimone del riflusso

Questo disco è uno dei più dolenti, malinconici e disillusi testimoni della fine dell'utopia hippy.Solo Jackson Browne in "Late for the sky" ha saputo rappresentare con medesimo trasporto e tormentola fine del sogno di un'intera generazione.

Epico!

ThirdEye (ha votato 10 questo disco) alle 23:26 del 6 marzo 2011 ha scritto:

IL CAPOLAVORO

Il capolavoro assoluto di Young, insieme a Tonight's The Night.

dalvans (ha votato 10 questo disco) alle 14:30 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Emozionante

Il terzo capolavoro di Neil Young

inter1964 (ha votato 10 questo disco) alle 18:19 del 29 novembre 2012 ha scritto:

Uno dei dischi della mia vita.

andrea-s (ha votato 8 questo disco) alle 10:55 del 22 luglio 2014 ha scritto:

Le emozioni che fuoriescono da musica e liriche sono tangibili e travolgenti.

Paolo Nuzzi (ha votato 10 questo disco) alle 10:55 del 12 febbraio 2015 ha scritto:

Applausi, recensione magnifica di un disco oltre le stelle, uno dei massimi vertici della Musica. Grazie infinite

FrancescoB (ha votato 9,5 questo disco) alle 14:24 del 12 febbraio 2015 ha scritto:

Eh beh, Young immenso e Junio suo degno compare: qui si è veramente sulla luna, come accade anche con "Tonight's the night" e un'altra manciata di opere del sommo. Fra il 1968 e la fine del decennio successivo Nello non ha sbagliato nulla, o quasi, e ha pubblicato un numero impressionante (e senza paragoni, sulla lunga distanza) di capolavori.

Paolo Nuzzi (ha votato 10 questo disco) alle 16:52 del 30 aprile 2015 ha scritto:

Per me zio Neil è più grande di Bob Dylan, lo preferisco. Sarà una bestemmia, ma per me è così. On The Beach, After the Gold Rush, Tonight's the Night, Zuma e Rust Never Sleeps sono dischi di una bellezza cristallina.

rubenmarza (ha votato 10 questo disco) alle 16:29 del 20 novembre 2015 ha scritto:

mamma mia cosa non è Ambulance Blues. sicuramente uno dei pezzi migliori di Young - e quindi per estensione del cantautorato tutto, oserei dire. bella recensione.

Paolo Nuzzi (ha votato 10 questo disco) alle 15:49 del 25 novembre 2015 ha scritto:

"Back in the old folky daysThe air was magic when we played.... And there ain't nothin' like a friend Who can tell you

you're just pissin' in the wind.".. Cos'altro aggiungere?

The musical box alle 14:44 del 20 settembre ha scritto:

Recensione stupenda complimenti. Uno dei dischi della mia vita. Ambulance blues ti dilania come poche