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R Recensione

7,5/10

Penguin Cafe

The imperfect sea

Ogni volta che rispunta il nome della gloriosa ditta, un balzo di curiosità ed insieme un groppo in gola. Bello constatare che la creatura pinguina continua a vivere, sotto la guida dell’unico erede possibile, Arthur, figlio di Simon Jeffes, fondatore di quella folle, eterea e meravigliosa impresa, forse in debito di riconoscenza o necessità data dal comune sentire. Triste ricordare il momento in cui la prima vita dell’orchestra e del suo ideatore finì, nel dicembre 1997, nel modo più crudele ed imprevisto che neanche ai grandi sognatori è dispensato. Alla terza prova del Penguin Cafè, privo della desinenza orchestrale, dopo “A matter of life”(2011)  e “The red book”,(2014),  Arthur Jeffes sembra iniziare a trovare la giusta misura fra l’omaggio/prosecuzione della creazione paterna ed una via personale ed aggiornata di quei canoni. “The imperfect sea” è dedicato all’idea che la bellezza si annida là dove meno te la aspetti, nel caos e nell’imperfezione delle nostre vite quotidiane, ed il suo multiforme andamento musicale, l’alternanza fra movimento e stasi, allegria e mestizia, riflette questa visione. “Se c’è un motivo che sta alla base di questo lavoro - spiega il suo autore - è l’accettazione dell’imperfetto nei vari aspetti della vita, la consapevolezza che la casualità e queste imperfezioni ne costituiscono la parte migliore”.

C’è anche un altro sottotesto, il proposito di rivogersi con linguaggio acustico al mondo della dance, ricostruendo con gli archi al posto dei synths due anthems quali “Franz Schubert” dei Kraftwerk, in una cover che replica il medesimo andamento da filastrocca minacciosa dell’originale, e “Wheels within wheels” dei Simian Mobile Disco, anche qui minimalista e ripetitiva, ma molto più aperta sul fronte orchestrale rispetto alla versione conosciuta elettronica.

Dove si sentono più forti i richiami della nave madre, la musica recupera quell’andamento melodico e danzabile un po’ sornione assicurato da pianoforte, violini, piccole percussioni e strumenti a corde assortiti: accade nell’iniziale “Ricercar”, il più evidente omaggio all’Orchestra Pinguina, con toni più tesi e drammatici nella cinematica “Cantorum” condotta dal violino, e nella suggestiva melodia folk di “Protection”,immersa in un’ atmosfera bucolica e gioiosa come certe vecchie pagine ben conosciute. Altrove la ricerca di Arthur Jeffes si  colloca a metà strada tra l’esperimento timbrico e l’ambient, estremi sui quali sono costruite le fragili architetture di “Control 1” , “Half Certainty”, e la minacciosa “Rescue”che nel finale orchestrale richiama i moduli iterativi di Michael Nyman. E poi c’è “Now Nothing” un pezzo di Simon Jeffes: compariva in versione vocale al termine di “Broadcasting from home”, mentre qui il suo quieto ma articolato sviluppo è affidato al solo piano. E, a differenza dell’originale, si chiude in modo improvviso e quasi violento, con un rumore sordo del pianoforte che viene da leggere come rabbia e dolore per una perdita altrettanto improvvisa e, forse, anche commiato definitivo.

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