R Recensione

10/10

Calexico

The Black Light

È un peccato. Un vero peccato. Roba da mangiarsi le mani. Che  nessun regista abbia mai pensato, finora, ad un adattamento cinematografico della partitura di Black Light dei Calexico. Ne sarebbe venuto fuori un film grandioso. Una via di mezzo fra “Non è un paese per vecchi” e “Butch Cassidy & The Sundance Kid”, “Arizona Dream” e “Chinatown”. Un western/noir con le chitarre e le automobili (come la Thunderbird nera che campeggia in copertina) al posto delle pistole e dei cavalli. Avrebbe tutto quello che serve per imprimersi nella memoria dello spettatori e segnarne l’immaginario per generazioni: amore, morte, suspence, nostalgia, azione e riflessione, umorismo e intimismo, naturalismo ed espressionismo, narrazione e metafisica. Fra deserti roventi come tizzoni d’inferno, carreggiate erose dal sole e dalla polvere alcalina che s’inoltrano fra lingue di sabbia cosparse da aghi d’abete, cespugli di mesquite mossi dal vento, canaloni di roccia e canyon sterposi che s’innalzano in lontananza. E città fantasma, ubriache e cenciose, coi neon sbrecciati che riflettono una desolazione umana ancor più sordida e profonda, di quella della natura. Prima di abbandonarci al buio della visione in sala, però, è meglio fare un passo indietro: ogni capolavoro che si rispetti necessita dei titoli di testa e di un’adeguata presentazione dei suoi artefici.

Calexico è il progetto più longevo e personale dei polistrumentisti Joey Burns (strumenti a corde ed archi) e John Convertino (percussioni), già protagonisti del fosco ed eclettico sottobosco alt-country losangelino coi Giant Sand di Howe Gelb, collaboratori del supergruppo Friends Of Dean Martinez e sezione ritmica di rango per vari artisti del giro(fra cui la bravissima e sfortunata Victoria Williams), nato intorno al 1996 con la pubblicazione di Peel/Pulp poi riedito e ribattezzato Spoke l’anno successivo. L’idea è quella di riprendere tutto lo scibile roots della frontiera meridionale degli Stati Uniti - confine fisico e metaforico, tetro e romantico, di amori esotici, passioni rivoluzionarie, piaceri proibiti e fughe dalla legge - il folklore musicale che alligna fra la California del sud e l’America Latina passando per i Caraibi, assimilandolo e sublimandolo in un nuovo genere che si pone a metà fra la canzone d’autore (Dylan, Young) e certa musica ambientale e strumentale d’ispirazione rurale (Dirty Three, Lambchop, Penguin Cafè Orchestra), senza trascurare, in qualche misura, la lezione indie del decennio precedente.

The Black Light, opera seconda e, finora, anche la migliore di sempre, esce nel 1998, dopo che, l’anno precedente, i nostri avevano trovato il tempo di ricongiungersi a quel vecchio geniaccio di Gelb e alla più oscura e ineffabile chanteuse americana degli anni 90, Lisa Germano, per un bellissimo disco intitolato Slush e firmato OP8 (in cui ognuno portava e cantava le proprie composizioni arrangiate insieme in modo mirabile).

Ora possiamo tranquillamente tornare al nostro film che non esiste. Immergerci nella visione della pellicola sonora che si srotola, rullo dopo rullo, attraverso lo schermo della mente. Basta solo accendere il lettore, orientare le casse a nostro agio, sintonizzare il volume, e lasciarsi andare all’immaginazione. La trama, semplice e universale, è facilmente incardinata nei sei brani cantati accortamente disposti nell’arco audiovisivo dell’album: The Ride (pt.II), cantata tex-mex marziale con le chitarre in sordina, ricami di slide e di vibrafono tutt’attorno, che ricorda nell’atmosfera, se non nelle movenze, certe sfumature di Astor Piazzolla, introduce l’eroe solitario, il protagonista maschile della nostra/vostra/loro storia; The Black Light, andatura sghemba condotta dalla batteria sottosopra di Convertino e dal basso agile e pulsante, con pochi accordi di chitarra, afrori di piatti in sottofondo, ad accompagnare il mormorio notturno della voce di Burns che rievoca l’incontro del loner con la sua donna fatale (“Follow her hand to the dark end of the street/ Cross in the night”), è il punto di svolta: l’amour fou, una passione clandestina, un patto criminale firmato col sangue, la fuga misteriosa e conturbante verso qualche luogo sconosciuto (“Out past the border patrol/ Who's thunderbird's no match/ A helicopter shadow follows you/ Way out past the downtown city glow”); poi Missing, ritornello d’inedito respiro melodico, ballata scura alla Giant Sand punteggiata di twang e spazzole in sottofondo, un omicidio, un uomo misterioso riappare dal passato, forse un ricatto, qualcuno che sa e minaccia di parlare, di dire tutto, lei lo uccide e lui, sempre più complice, la copre (“try to clean bloodstained hands/ that ran away and left the scene/ of a crime last night”): il destino implacabile che si frappone fra i due amanti diabolici, intrappolando l’amore nel dedalo della morte e del sospetto che è l’unica legge immutabile nella dura frontiera del vivere (“there's a wave of fear that creeps right in/ a vacant stare that can't say where it's been/ (…)the world grows dark and bones get cold/ you look into your heart and you know/ there's something still missing”); di nuovo in fuga e c’è spazio per un flashback rivelatore: Trigger, insinuante pasodoble per chitarra e marimbas, la strada senza sbocco della memoria, il sangue che drappeggia i ricordi, che non si lava più via, la goccia che trabocca e allaga il presente, le colpe e i tradimenti vengono a galla e ci obbligano a saldare i conti, ora e mai più, una volta per sempre; Stray, rumba cubana sospinta dai fiati, la finta morte di uno dei due, l’altro che piange sulla sua tomba (It rained the whole day he spent at his lover's grave/ said his goodbyes to her family and friends), l’ultimo inganno, l’istinto di sopravvivenza, la brama di vivere che da scacco matto alle pulsioni di morte disseminate lungo il cammino (“its' beautiful blossom will wither and die/

if ever this flower leave the darkness for daylight”); sembra una catarsi ma così non è, perché Bloodflow (“good luck's gone and there's no more breaks/ just the ground beneath that shakes and gives way”), un’altra ballata straziante, abbandono melodico e funereo: come in “Casablanca” i due amanti si ritrovano un’ultima volta solo per dirsi addio, forse per sempre (“Her eyes are closed now that final breath is near/ she lets go of my hand and I fall into a see of tears”), e attraversare definitivamente la frontiera, oltre la quale c’è la solitudine del lieto fine o l’abbraccio della sedia elettrica (“no stunt man surprises/ or Houdini-like disguises/ for death defying escape/ avoid the tap on the shoulder/ from that one in the long black cape”), non è dato sapere.

Ma aldilà dei meriti degli interpreti e della sceneggiatura è tutta l’opera ad essere pervasa di scene magnifiche. Pezzi di bravura mai fini a se stessi ma collocati in un’attenta architettura sonora, apprezzabile tanto nella continuità del divenire (come un'unica suite fatta di preludi, intermezzi e movimenti) che nell’efficacia dei singoli episodi. Come la faraonica ouverture Gipsy Course, mix di sonorità, mariachi, balcaniche e mitteleuropee per fisarmonica, violoncello e chitarre elettriche dai riverberi quasi lynchiani. Subito doppiata da Fake Fur puro ipnotismo western, con le percussioni e le marimbas che vibrano, sonagli di serpenti striscianti nel deserto, mentre le chitarre in sordina ronzano come il vento fra le dune. Where The Water Flows, trenodia gotico-sudista per arpeggio acustico di chitarra e viola. Chach ancora un numero afro-cubano da notte brava in troppi night-club dell’Havana prima della rivoluzione, con le chitarre e le marimbas a tenere il tempo, l’hammond avvolgente, il piano vertiginoso e acciottolante, e i fiati a soffiare sulla melodia. Minas De Cobre un crescendo morriconiano (un cerchio che si chiude dato che il nostro geniale compositore introdusse nella musica per film le chitarre elettriche di ispirazione surf e tex-mex provenienti proprio dalle terre del “Calexico”). Over Your Shoulder limpida ispirazione dylaniana periodo Tangled Up In Blue o Desire; per tacere del gran finale di Frontera che, fra lontani echi di Piazzolla e Morricone, spinge la fiesta trepidante delle fanfare messicane fino alle soglie dell’astrazione classica su un sottofondo dissonante, ispido e ferrigno. Uno dei più film più appassionanti che potrebbe mai capitarvi di ascoltare.

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Voto degli utenti: 8,9/10 in media su 22 voti.

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fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 9:45 del 3 luglio 2009 ha scritto:

Bravo Simone. Splendida recensione di un disco che è già Storia. 10 secco.

Mr. Wave (ha votato 9 questo disco) alle 13:14 del 3 luglio 2009 ha scritto:

Un'opera davvero stupefacente. Tra sentieri polverosi che tagliano in due una vasta superficie arida. Un suono torrido, secco ma al tempo stesso passionale. Fisarmonica, violoncello, mandolino e marimba per un collage strabiliante. Recensione meravigliosa. Complimentoni Simone.

Ivor the engine driver (ha votato 10 questo disco) alle 18:31 del 3 luglio 2009 ha scritto:

compaesano e ti piacciono pure i Calexico! Dobbiamo conoscerci! Che dire concordo con COdias, disco IMMENSO, consumato a tal punto da doverlo ricomprare in vinile ultimamente. Bello, ma meno, anche il successo Hot Rail. E soprattutto uno dei concerti + belli a cui ho assistito nel 2001 al Vidia a Cesena. Chapeau anche per lo scritto

loson (ha votato 8 questo disco) alle 19:34 del 3 luglio 2009 ha scritto:

Bel dischetto, sì: Morricone meets Dylan meets Duane Eddy meets il Charles Mingus di "Tijuana Moods". Immenso Simone.

Uallarotto (ha votato 8 questo disco) alle 16:24 del 4 luglio 2009 ha scritto:

Non è un paese per vecchi con la colonna sonora dei Calexico sarebbe perfetto, ma perfetto tra i film normali. I Coen sono dei geniacci, volevano il film onirico e allora zero musica, via tutti gli orpelli. Il disco è bellissimo, l'unica pecca è che è prolisso (almeno per me); "Missing", "Minas de Cobre (For Better Metal)" e

"Over Your Shoulder", così come si susseguono, sono perfette. Loro, comunque, starebbero benissimo in un disco di Will vecchio prosciutto. Will ci mette le canzoni e loro gli orpelli.

SamJack (ha votato 10 questo disco) alle 18:15 del 4 luglio 2009 ha scritto:

che dire, un disco eccezionale...a me piacciono soprattutto le atmosfere, nostalgiche, notturne e malinconiche.....

NathanAdler77 (ha votato 9 questo disco) alle 21:53 del 4 luglio 2009 ha scritto:

Capolavoro di Burns & Convertino, memorabile viaggio arido e cinematico oltre la Frontiera.

sarah (ha votato 9 questo disco) alle 14:44 del 8 luglio 2009 ha scritto:

Io ci sento anche qualcosa di Ry Cooder...grandissimo disco e splendida recensione.

fabfabfab (ha votato 10 questo disco) alle 15:05 del 8 luglio 2009 ha scritto:

RE: Ry Cooder

Assolutamente vero.

george (ha votato 9 questo disco) alle 21:07 del 8 luglio 2009 ha scritto:

Anche se adesso non li reggo più....

sarah (ha votato 9 questo disco) alle 20:09 del 16 luglio 2009 ha scritto:

ah grazie Fabio, allora non avevo le allucinazioni.....

Bellerofonte (ha votato 9 questo disco) alle 21:14 del 29 marzo 2010 ha scritto:

Pochi... davvero pochi hanno un dono naturale per arrangiamenti perfetti come i Calexico

dalvans (ha votato 5 questo disco) alle 17:13 del 23 settembre 2011 ha scritto:

Tedioso

mai piaciuto

Mirko Diamanti (ha votato 10 questo disco) alle 22:25 del 17 novembre 2011 ha scritto:

amore al primo ascolto...