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R Recensione

8/10

BADBADNOTGOOD

IV

Running away is easy / It’s the leaving that’s hard / And loving you was easy / It was you leaving that scarred

Flash: il twang malinconico della chitarra di Leland Whitty. Prospettiva: il disegno di archi che si staglia sullo sfondo. Soggettiva: l’esile, spettrale melodia jazzy delle tastiere di Matthew Tavares. Primissimo piano: l’entrata in scena dell’imperfetta, avvolgente voce soul di Charlotte Day Wilson, giovanissima e canadese come la band che le modella addosso un sontuoso vestito sartoriale, library lasciva e sofisticata del Nuovo Millennio (di Edda dell’Orso non ne nascono più, ma pure così il risultato rimane strabiliante). Titoli di coda: un ritornello da Nouvelle Vague che, inaspettatamente, spicca il volo, salta ogni staccionata armonica fin lì costeggiata e va a perdersi in territori retrò-pop. I dischi dei BADBADNOTGOOD si riconoscono subito proprio per la ricorrente presenza di questi momenti di assoluta sospensione, di perfetto estetismo. “In Your Eyes” – decima in una scaletta di undici, a giochi praticamente già fatti – è un manifesto di intenti solare: la costituzione di un microuniverso dentro un corpo celeste che costituiva già universo a parte.

IV” (che, in verità, è il settimo disco del neo quartetto, il quarto se si escludono i due live e “Sour Soul” con Ghostface Killah dell’anno scorso, il secondo interamente composto da brani originali) è uscito in tutto il mondo venerdì 8 luglio ed è stato annunciato con la speranza che “con tutte le notizie orrende di quello che sta succedendo nel mondo […] possa dare un po’ di gioia a chi ne ha bisogno”. Lo scarso impatto della musica sulla politica si sarebbe ahinoi manifestato pienamente una settimana dopo, con l’attentato di Nizza e il sedicente golpe turco, ma questa è un’altra storia: perché quelli di “IV” non sono buoni propositi e la missione dei BADBADNOTGOOD non rimane verbo morto su carta. L’appagamento e la felicità che si provano nell’ascoltare e riascoltare gli ispiratissimi brani del full length sono reali, concretissimi, e pari solo alla profonda consapevolezza, da parte di chi ascolta, di avere di fronte una realtà e non una promessa, un gruppo a suo modo già consegnatosi alla gloria dei turbolenti annali della musica 2.0.

Per misurare il peso mediatico dei BADBADNOTGOOD – e la stima artistica loro accordata da colleghi assai più vecchi e scafati – basterà un colpo d’occhio sui numerosi ospiti che intervengono, nel corso della tracklist, a caratterizzare i singoli brani e a creare un sapiente gioco di contrappesi. Della classe 1993 Charlotte Day Wilson – il cui recente EP d’esordio, “CDW”, conferma tutte le parole al miele spese appena un paio di paragrafi sopra – si è già detto. In “Hyssop Of Love”, ad intervenire è il pimpante Mick Jenkins (classe 1991), in un narcolettico hip hop fra Dälek e Roots, i cui stop&go sono inquadrati da un arrangiamento che sovrappone fanfare sintetiche anni ’80 e chitarre slide. Il genietto della consolle KAYTRANADA (classe 1992) trasforma “Lavender” in una felpata, acidissima synth-wave tracimante di bassi. Sam Herring dei Future Islands possiede il giusto timbro da crooner – caldo, profondo, notturno – per dare voce alla delicata “Time Moves Slow” (il fascino discreto delle periferie hopperiane d’altri tempi). Infine, naturalmente, il carico da novanta: l’ottone dinamitardo di sua maestà Colin Stetson che ingaggia un duello all’ultimo fraseggio con Whitty in una spettacolare “Confessions Pt. II”, la cui manovra d’impostazione – ampi, minimali tocchi cool jazz, ritmiche jazz-hop – viene dilacerata da frizioni e contrappunti al limite del free.

È un libro di testo post-moderno sul post-moderno, “IV”: un saggio bulimico ed omnicomprensivo sulle passioni e sugli amori di quattro ragazzi canadesi, un’antologia di jazz-non jazz contemporaneo da tramandare ai posteri. Come nel solo di sax colemaniano (o, per chi ascolta i classici solo attraverso la lente dei propri tempi, washingtoniano) che si inserisce nel vecchio, sgranato Betamax di “Speaking Gently” e pompa linfa vitale nella grandeur delle sue tastiere stroboscopiche. Come quella sinuosa serpentina di piano elettrico (Ahmad Jamal? Herbie Hancock?) che ricambia il favore sulla variopinta title track, tutta giocata su un interplay bebop classico, ma tremendamente efficace. Come nella melodia minimale e nelle luci soffuse sparse da una “Chompy’s Paradise” da blue movies, nei raffinati esotismi di “Cashmere” (che attualizzano, prima ancora che Dave Brubeck, la lezione del nostro Umiliani) e nei sibilanti effetti electro-space che soffiano sulla distonica cantilena per tastiere, sax e vibrafoni di “And That, Too.” (un brano concettualmente vicino ai Battles giocattolosi di “Mirrored” e a quelli krauti di “La Di Da Di”).

Queste le parole del recensore. A cui si sovrappongono, inevitabilmente, quelle dell’appassionato, che giudica, soprattutto, per quello che sentono le sue orecchie. Ed allora, attenzione: questi ragazzi l’hanno messa giù davvero pesante. “IV” è un trionfo di eclettismo, sincerità e passione.

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Voto degli utenti: 7/10 in media su 2 voti.
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GiuliaG 6,5/10

C Commenti

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FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 14:25 del 10 dicembre 2016 ha scritto:

Recensione splendida. Viste le premesse, mi attendo l'ennesima conferma, anzi direi il definitivo salto di qualità.

Marco_Biasio, autore, alle 15:22 del 10 dicembre 2016 ha scritto:

Grazie Francesco! Il disco è clamoroso, hanno davvero fatto il botto. Ti piacerà un sacco. Peccato aver avuto il tempo di scriverne solo a fine anno, era in loop da mesi e avrebbe meritato ben altra visibilità.

FrancescoB (ha votato 7,5 questo disco) alle 10:15 del 11 dicembre 2016 ha scritto:

Opera che si colloca nella nuova prospettiva post-jazz (quella che nel 2016 ha regalato una valanga di ottimi lavori). Alcuni brani fantastici, tutti comunque godibili, freschi e declinati in un linguaggio fortemente personale. Promossi davvero a pieni voti