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8/10

Jackson C. Frank

Jackson C. Frank

C’è un bambino americano di 11 anni che sta seguendo una lezione di musica a scuola. Qualcosa nella caldaia dell’istituto non funziona, al punto che questa esplode e quindici alunni muoiono. Il bambino che seguiva la lezione finisce in ospedale con ustioni gravissime che lasceranno sul suo corpo (e sulla sua anima) segni indelebili. Il maestro di musica decide allora di regalare una chitarra al bambino ospedalizzato, e questo bambino, 10 anni dopo, riuscirà a registrare il suo disco d’esordio in Inghilterra, patria dei cantautori folk. “Jackson C. Frank”, questo il nome del disco e del bambino, è uno splendido disco folk di quelli che uscivano solo in quegli anni lì. C’è una personalità forte dietro questi dieci brani autografi, figlia di una vita che non si è dimostrata clemente con Jackson. C’è la malinconia dell’emigrato (“Catch a boat to England, baby/Maybe to Spain…/Wherever I’ve been and gone…/the blues are all the same”, canta in “Blues Run The Game”, scritta durante il viaggio verso l’Inghilterra), c’è la musica di protesta come grido liberatorio (“Don’t Look Back”), ci sono le ballate “alla Paul Simon”, qui nelle vesti di produttore (sebbene ancora non fosse “quel Paul Simon”), ci sono le tracce del passato (“Kimbie”), quelle del paese d’origine (“Here Comes the Blues”)  e qualche seme che germoglierà in futuro (è probabile che Nick Drake abbia ascoltato “Milk and Honey” prima di scrivere la sua “Day is Done”) . E soprattutto c’è un autore ispirato, potente nella sua estrema fragilità (la sua fobia di suonare in pubblico lo portò a richiedere degli schermi protettivi affinché i fonici non lo vedessero suonare durante le registrazioni dell’album) e subito apprezzato da personaggi importanti della scena musicale coeva, da Roy Harper a Sandy Denny.

Sebbene l’album rimanga ancora oggi un capolavoro, il successo commerciale non arrivò, e l’onda rock del flower power si rivelò poco adatta a comprendere il nostro bambino diventato cantautore, il quale ritornò in patria, sposò la modella Elaine Sedwick ed ebbe due figli. Ma il destino non aveva ancora finito con lui. Uno dei suoi figli morì di fibrosi cistica, e per Jackson C. Frank si aprì un lungo periodo di depressione, vagabondaggio e povertà. Nei primi anni ‘90 un suo estimatore trovò per Jackson un posto in un ricovero a Woodstock. Jackson C. Frank sperava di trovare la pace necessaria per dare un seguito a quel suo splendido disco di trent’anni prima, ma mentre aspetta di trasferirsi a Woodstock, sul molo di New York, viene colpito ad un occhio da un proiettile vagante. A Woodstock ci arriverà lo stesso, ma solo per morirci pochi anni più tardi.

Come avrete intuito, non mi sono inventato nulla. Solo la vita sa essere così tragica, crudele, ridicola e folle.

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Voto degli utenti: 8,6/10 in media su 8 voti.
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C Commenti

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Cas (ha votato 8 questo disco) alle 11:48 del 24 febbraio 2014 ha scritto:

bellissimo disco: nel folk di C. Frank si respira l'aria del Village, ma anche una vena "gentile" tutta europea... da riscoprire!

Suicida (ha votato 10 questo disco) alle 13:34 del 24 febbraio 2014 ha scritto:

Bello da far male e indelebile come una cicatrice. Tim Buckley e Drake gli devono molto.

zagor (ha votato 7,5 questo disco) alle 14:05 del 24 febbraio 2014 ha scritto:

bello e toccante, ma un po' troppo monocorde alla lunga. preferisco altri del village, come fred neil.

nebraska82 (ha votato 8,5 questo disco) alle 17:05 del 24 febbraio 2014 ha scritto:

eccellente davvero, un archetipo del magnifico perdente.

simone coacci alle 19:38 del 24 febbraio 2014 ha scritto:

Come l'ultimo film dei fratelli Cohen.

Paolo Nuzzi (ha votato 9 questo disco) alle 9:51 del 4 gennaio 2016 ha scritto:

Meraviglioso. Un loser che va riscoperto. Complimenti a te, al solito.

FrancescoB (ha votato 8 questo disco) alle 10:09 del 4 gennaio 2016 ha scritto:

Mi accodo: disco di una potenza spirituale straziante; e in alcuni momenti mi pare chiaro l'avvicinamento ai voli pindarici di Tim Buckley.