Boy Friend
Egyptian Wrinkle
A dispetto di uno dei nomi più ingooglelabili della storia, le due Boy Friend (Christa Palazzolo e Sarah Brown) meritano attenzione: nate dallo scioglimento del trio femminile Sleep ∞ Over, dopo un Ep di assestamento ("Boy Friend", 2011), si sono accasate presso l’italiana Hell, Yes!, dove hanno continuato a lavorare su un pop svaporato, stile primi Beach House con surplus di sgranamento, fino a pubblicare un 7 pollici (“Lovedropper/D’Arrest”) e questo debutto sulla lunga distanza. Facendo centro.
L’estate scorsa, ai tempi della pubblicazione del (mediocre) disco della superstite Sleep ∞ Over, lo si era detto: evidentemente il talento della band originaria albergava nelle altre due ragazze. “Egyptian Wrinkle” lo conferma. Nei suoi dieci pezzi fatti di densissime tastiere, scheletriche basi '80 e chitarre sottotraccia è facile perdersi in estasi goduriose, fin dall’intro “Rogue Waves I”, che scivola sull’eco so dreamy di slide guitar, cinguettii e tastiera-carillon. I riverberi in costante dissolvimento sfumano tutto in una nebbia folta, portando agli estremi quel processo di perdita di corporeità che dalla chillwave in poi ha colpito tutto il sottobosco pop americano, eppure le Boy Friend non eludono la melodia e il tentativo di lasciare un solco: le linee vocali, nelle oscillazioni tra un registro profondo e uno più etereo, disegnano figure nette sopra le cascate di organo in crescendo – con un'intensità che segna.
Ne nascono (in stile Beach House, di nuovo, ma con un languore più abbandonato) evocazioni di primavere chiuse, passati remoti solo probabili, Kate Bush che sale colline au ralenti, un’aria cavernosa ma mai asfissiante, sempre leggera sulla pelle (Still Corners + Puro Instinct? Siamo lì). Da “Bad Dreams” a “The False Cross”, da “Lazy Hunter” a “The Lair”, è tutto un perdersi in tinte slavate e fotografie eighties di ragazze introverse. Gli apici, “Lovedropper” ed “Egyptian Wrinkle”, sono due pezzi favolosi di abdicazione e resa, con i blandi claps e le chitarre sullo sfondo a sostenere melodie altissime, sopra spume di synth a valanga. Nella playlist 2012 di diritto.
Con due-tre colpi in più sarebbe stata piccola gloria, ma anche così l’esordio delle Boy Friend rimane uno dei frutti più maturi prodotti dal dream pop in bassa fedeltà degli ultimi anni. Da avere.
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