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8/10

Beach House

Beach House

L’ultima novità dell’indie viene da Baltimora e prende il nome di Beach House, duo formato da Alex Scally (chitarra e tastiere) e Victoria Legrand (voce e organo) che esordiscono con un disco che rischia di diventare una delle colonne sonore del prossimo autunno. Già perché siamo di fronte a un’opera che complessivamente ci appare come una serie di bozzetti, di ritratti di paesaggi senza luogo e senza tempo, ma possibilmente sprofondati in una leggera nebbia ovattata in grado di soffocare ogni tumulto, ogni dolore e ogni passione. Musica in grado di evocare ricordi lontani, quella dei Beach House, e musica fredda, quasi spettrale, che cammina su un soffice tappeto di suoni delicati (ai limiti dello shoegaze), con una raffinata andatura slo-core alla Low e un uso leggero ed elegante dell’elettronica (quasi indispensabile per ovviare alla mancanza di un batterista in formazione).

Quello che commuove del disco è la sensazione continua di decadenza e di spenta desolazione che riesce a fissarsi nell’aria senza scadere in mero parossismo melodrammatico. Il duo mostra di aver assimilato appieno la lezione dei Galaxie 500, punto di riferimento per una possibile associazione spirituale.

Il parallelo più immediato che viene alla mente è però senz’altro quello con la semi-dea tedesca Nico. Victoria Legrand ha una voce meno potente ma ugualmente evocativa e il timbro etereo e carico di gelido pathos corrisponde alla perfezione. Ovviamente i Beach House restano più ancorati a un dream-pop appena appena low-fi del tutto diverso rispetto all’atmosfera gotica echeggiante di album come The end e Desertshore.

Sono quella freddezza e quel canto atemporale a far assomigliare tanto la Legrand a Nico, anche se un paragone più immediato e vicino nel tempo è possibile farlo con Mimi Parker (Low).

Beach House non è però un album perfetto. La sua durata (36 minuti) va misurata col fatto che le nove canzoni che la compongono presentano tutte una struttura sostanzialmente identica, e la qualità sembra sbilanciata verso la prima parte (Saltwater, Tokio Witch, Apple Orchard, Master of None sono un gioiello dietro l’altro) mostrandosi a tratti eccessivamente ripetitiva nella seconda.

Forse la cosa migliore per godersi questo lp è chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dal flusso di ricordi remoti che solleverà in voi la poesia celestiale che prende il nome di Victoria Legrand.

V Voti

Voto degli utenti: 7,9/10 in media su 8 voti.
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Cas 8/10
bonnell 10/10
target 7/10
zebra 8/10

C Commenti

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Truffautwins (ha votato 8 questo disco) alle 3:25 del 21 ottobre 2008 ha scritto:

Malinconici

Ottimi i Beach House e almeno quattro le canzoni che colpiscono il bersaglio: Gila, Holy Dances, Heart of Chambers e D.A.R.L.I.N.G. Il disco vale la spesa, uno dei migliori del 2008.

REBBY alle 8:21 del 21 ottobre 2008 ha scritto:

Ho capito che era Devotion (effettivamente del 200 che volevi quotare. Visto l'orario hai le

attenuanti ...

Cas (ha votato 8 questo disco) alle 21:33 del 14 aprile 2010 ha scritto:

il primo episodio di una triade splendida. bella rece!

salvatore (ha votato 7 questo disco) alle 14:49 del 25 luglio 2010 ha scritto:

Il meno bello dei 3. Il più acerbo. Ma mano bello non vuol dire brutto. Anzi: 7.5 pieno!!! La maggior parte dei gruppi che amo hanno raggiunto il loro apice con il primo (massimo primi 2 ) cd per poi cominciare una lenta parabola discendente. Per i Beach house è esattamente il contrario. E di questo passo non so quali vette saranno in grado di toccare... Saremo forse costretti ad aggiungere una sesta stellina espressamente per loro?