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R Recensione

7,5/10

Rose Elinor Dougall

Stellular

Alle volte è inutile scervellarsi sulle possibili chiavi di lettura di un disco, almeno quando le risposte alle domande che eventualmente ci porremmo in fase di analisi ce le fornisce l’autore ancor prima che i nostri dubbi abbiano il tempo di sollevarsi. Le risposte degli autori hanno una caratteristica: sono infinitamente più ermetiche di quelle dei critici, e ovviamente estremamente più significative. Chiedi ad esempio a Rose Elinor Dougall qual è il suo gruppo preferito, ti risponderà: i Broadcast. Scelta di basso profilo, ammettiamolo, anche un po’ fuori moda. Eppure a buon intenditor poche parole. Se penso a questi sfortunati fratellini minori degli Stereolab (come sono stati in passato definiti, un po’ a torto un po’ a ragione) mi viene in testa un congegno così progettato: circuiti sintetici, vernice psichedelica, motore krauto e carburante ad elevato contenuto melodico. Poco da aggiungere, eccolo qui il disegno di Stellular, ennesimo esercizio contemporaneo di ibridazione tra macro e microscopico, tra empireo e quotidiano, tra stellare e cellulare, giustappunto. Ricetta: prendiamo un bel suono di batteria, vaporoso e rotondo, diamogli una propulsione variabile ma implacabile, aggiungiamo qualche bel ricamo chitarristico di quelli molto in voga negli anni ’60 (o se vi piace negli ’80 più underground del movimento Pasley) e rendiamolo più piccante con dei tocchi decisi di quei synth flashanti da modernariato eighties. Completiamo all’abbisogna con una nuvola di cori dolciastri, un po’ appannati sullo sfondo. 

E' in questa sapida dimensione da cucina fusion che la nostra Rose, ex Pipettes già con Mark Ronson, si muove con la risoluta sensualità di una novella Debbie Harry o, se preferite, come una versione indie di Sophie Ellis Bextor. A seconda del brano, le sue melodie calde e suadenti, sempre miracolosamente a fuoco, saranno esaltate da aromi psych (l’orientaleggiante mantra d’apertura Colour of Water), sospinte da accelerazioni wave (Stellular), sostenute da fraseggi pianistici ballad-oriented (Answer me), catturate da entusiasmi moroderiani (l’irresistibile All ad Once). E sono solo assaggi di un menu che non ammette difetti, dalla prima all’ultima portata. Disco nostalgia? Nient’affatto. Anzi, l’insieme suona proprio come il crocevia tra le più influenti tendenze dell’attuale scenario, in un ibrido che vede da un lato il pop-rock psichedelico, tra reminiscenze teutoniche e ballabilità, di Horrors, Toy (ah, dimenticavo, è la sorella di Tom Dougall!) e dei giovani Sunflower Bean, dall’altro l’ormai consolidato revival elettro-pop sofisticato di Real Lies, degli ultimi Wild Beasts e dei tanti altri che cavalcano ancora l’onda fluo di metà anni ’80. Così, per una strana (non)contraddizione, ci sembrerà di ascoltare i Pet Shop Boys, gli Aztec Camera e gli Ultravox di Ure simultaneamente, in una di quelle misture tanto improbabili sulla carta quanto convincenti al palato che fugano definivamente ogni dubbio, per chi ancora ne avesse uno, sulla totale dissoluzione della linea di confine tra indie e mainstream nell’estetica musicale contemporanea.

 

V Voti

Voto degli utenti: 7/10 in media su 1 voto.
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