Jack Penate
Matinee
Una copertina sull’NME ha inimicato a Jack Penate mezza stampa mondiale. I paragoni con gente come Lily Allen e Arctic Monkeys gli hanno precluso l’altra metà. Ed è così che Penate è diventato, ancor prima di far uscire questo Matinee, un “antipatico”, uno di quegli artisti da ricoprire a priori di sputacchi e da ventilare con sbuffi di sprezzo. A detta di vi chi scrive tutto ciò è snob, superficiale e anche piuttosto ingiusto.
Scava scava dentro questo esordio di Lily Allen c’è solo un po’ di blue eyed soul ska, delle scimmie artiche qualche tic verbale, qualche biascichio cockney e qualche scatto ritmico qua e là: di certo troppo poco per gettarlo alle ortiche della superfluità.
Penate è, molto semplicemente, fautore di un modo di "fare musica" senza fronzoli, diretto e ruspante quanto si vuole, ma cionostante irrinunciabile, di tanto in tanto: detto più semplicemente Penate sfodera accordi aperti e ritmi in levare, ammiccamenti al soul bianco e al rock’n’roll: detto ancora più semplicemente Penate inanella 11 canzoni che sono 11 potenziali singoli e lo fa senza spocchia e senza eccessive pretese.
Lasciamo perdere per favore per un momento i vari Arctic Monkeys, Lily Allen, Larrikin Love e Jamie T: essenzialmente Penate non fa altro che rileggere la tradizione del pop rock inglese più candidamente soulful (Style Council e Housemartins su tutti) in chiave ruspante e caciarona, una sorta di Kevin Rowland meets Billy Bragg, tanto per capirci. I Dexy’s Midnight Runners restano comunque il nome di riferimento che più spesso affiora in questo pregevole set di confettini pop: approccio libero e incontinente alla struttura in nome di un pop illuminato e baciato di soul.
Spit At Stars ricopre di falsetti irresistibili la sua marcettina in odor di vesciche al sole e stende bridge che neanche i Kooks più paciocconi, Have I Been A Fool ? saltella amabile sugli accordi della dylaniana I Want You tessendo un indie folk che profuma di scimmie artiche (ebbene si) e numeri magici, Torn On The Platform è un bell’esempio di reggae lavato in candeggina che renderebbe orgoglioso Neil Diamond e non si fa mancare l’accelerata ska di rigore a metà del primo tempo.
Run For Your Life è altrettanto irresistibile, con la solita battuta in levare e Penate intento a gorgheggiare manco fosse Tom Jones (si, ho detto Tom Jones!) mentre We Will Be Here cita nel’incipit sua maestà soul Stevie Wonder per poi trasformarsi in una raffinata lullaby (non necessariamente per la Working Class). La battuta in levare torna a dominare in una Second, Minute Or Hour che ben rappresenta l’animo cazzerellone del disco: spruzzate di rock’n’roll e ska e un ritornellino leggero leggero da festa caraibica fuori stagione.
Riferimenti in gran parte vietati nel gotha indie, che farebbero presagire il disastro: invece il disco è, l'avrete già intuito, a tratti irresistibile.Se vi sentirete schiacciati da cotanta leggerezza nulla vi impedirà di rivolgervi altrove: per tutti gli altri c’è un disco che si insinua nel lettore e ve lo consuma un giro dopo l'altro: in sfregio ad ogni briciolo di dignità, di buon gusto e di decenza. Nonostante l’NME e le “scimmie”. Tutto molto liberatorio, a detta di chi scrive.
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