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R Recensione

6,5/10

The Raconteurs

Help Us Stranger

Per quanto consideri da sempre i Raconteurs il miglior progetto su cui Jack White abbia mai avuto occasione di mettere le mani, lo sviluppo autonomo dei Dead Weather e la definitiva maturazione della sua carriera solista sembravano aver messo un punto fermo definitivo alla band, ritrovatasi ora depotenziata sia sul piano della componente ludica, sia in termini di urgenza creativa. Galeotto, come nelle migliori e più tormentate storie d’amore, fu un pezzo, “Shine The Light On Me”, a tutti gli effetti la pietra fondante della terza fase dei Raconteurs (a tredici anni dal memorabile e terrigno esordio “Broken Boy Soldiers” e a undici dalla cornucopia di “Consolers Of The Lonely”): un folk rock enfio ed orchestrale, dagli accenti quasi spectoriani, benedetto dal melodismo beatlesiano della frase pianistica del superospite Dean Fertita. Un pezzo vecchio per un inizio nuovo: la riappacificazione artistica fra White e il cofondatore Brendan Benson, reduce da un decennio tormentato, tra una frammentata carriera solista (ferma a “You Were Right” del 2013) e alcune delicate vicende personali (problemi di tossicodipendenza).

Indipendentemente dal fatto che risentire all’opera i Raconteurs dopo così tanto tempo sia a prescindere un piacere, è forse quella delle ballate la cifra più significativa di “Help Us Stranger” – specialmente nella cura devoluta agli arrangiamenti. Con la sola, parziale eccezione di “Somedays (I Don’t Feel Like Trying)”, innodico omaggio ad un hard-prog-folk tutto sommato prevedibile (ma con un finale montante di grande impatto) e liricamente trascurabile, la band colleziona una serie di episodi lenti di grande livello. “Only Child”, a firma di Benson, fa la spola da un lato all’altro dell’oceano, innestando una chitarra acustica west coast su un’asciutta sezione ritmica londinese (con fugace comparsata di fuzz e piano honky tonk in coda). “Now That You’re Gone”, dai consistenti inserimenti elettrici, è giocata su un crescendo catartico che, sull’ultima battuta del ritornello, si smorza improvvisamente, ritornando al mood dimesso delle strofe: e particolarmente intrigante è la bluesyelegia appalachiana della conclusiva “Thoughts And Prayers”, impreziosita dal mandolino di Scarlett Rische e dal violino di Lillie Mae Rische.

A funzionare un po’ meno del dovuto – piuttosto sorprendentemente, dati i recenti trascorsi di White – sono invece i pezzi elettrici. In alcuni momenti inusitatamente abrasivi (la rasoiata testosteronica di “Bored And Razed” con grande ritornello r’n’r, l’affresco blues-goth di “What’s Yours Is Mine”) e, in generale, piuttosto trascinanti (bella la strizzata d’occhi garage di “Live A Lie”), a larghe tratte appaiono tuttavia deficitari sotto il profilo della scrittura e, nello specifico, approssimativi e abbozzati nella scelta dei riff portanti, che si tratti di sommovimenti hard-funk avanzati ai Dead Weather (“Don’t Bother Me” porta chiaro e tondo il trademark fertitiano), classicissimi e gentrificati esercizi di stile r’n’r (“Sunday Driver”) o una cover leggerina e groove oriented di “Hey Gip (Dig The Slowness)” di Donovan. L’impressione che se ne ricava è che la band abbia voluto puntare più sull’energia connaturata al materiale che sulle forme stilistiche in cui incanalare quest’energia: una scelta a suo modo interessante, ma che ridimensiona il potenziale dell’ascolto.

Ritorno certo legittimo, la cui pompa magna è tuttavia dovuta più alla somma dei nomi coinvolti che alla qualità complessiva del disco realizzato.

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