Birdengine
The Black Dictaphone
Chi è Birdengine? Cos’è un dittafono? È bello o no questo disco? Qual è il quadro della copertina? Con calma. Partiamo dal dittafono, che è l’aggeggio secolare con cui si registra Birdengine (su cassetta!): precisamente (ma vah?) un dittafono nero. Quanto a Birdengine, è in realtà Mr. Lawry Joseph Tilbury, dal Dorset. Un inglese dall’aria americana e zingara assieme. Uno all’antica. Un enigmatico. La terza questione penso che non riuscirei a risolverla neppure dopo cento ascolti.
Intanto, va detto che “The Black Dictaphone” non è un disco vero e proprio, ma un Ep autoprodotto che segue il debutto di Tilbury, uscito nel 2007 per la Drift Records (“I Feed Thee Rabbit Water”). La copertina rinascimentale in stile Fleet Foxes (ah, la quarta domanda: trattasi di un particolare da “Il viaggio dei Re Magi” di Benozzo Gozzoli, 1459; il retro, per i curiosi, è un particolare da un quadro conservato al Museo San Marco di Firenze che ritrae il rogo di Savonarola in Piazza della Signoria – autore ignoto) e la qualità estremamente grezza del suono rendono l’idea di quanto l’uomo e il disco siano all’antica. Sette canzoni di sole chitarra e voce, nient’altro, per un dark folk boschivo e stregato, a metà tra le intime cupezze di Matt Elliott e gli inquietanti misteri di Jandek.
Ciò che colpisce di Birdengine è la capacità di centrare una precisa direzione estetica e di non mollarla nemmeno per due accordi: la sua tenebrosa rusticità, visceralmente pagana, impregna ogni canzone, conferendo al disco un’atmosfera compatta e indelebile. Un’atmosfera da civette in allerta, case perdute nella boscaglia, interni di legno scricchiolanti, gufi impagliati, donne sole che appendono fotografie autunnali alle pareti, orsi addomesticati che ballano, lagune piene di presenze spettrali. L’eco e il fruscio delle registrazioni danno una costante sensazione di solitudine: la voce si smarrisce in spazi aperti e disabitati.
E proprio la voce è l’elemento forte del disco (d’altronde, lo si è detto, gli elementi sono due...). Una voce che sa essere calda e baritonale, ma che preferisce strascicarsi fino a un falsetto lamentoso, giocando spesso su saliscendi schizofrenici, su balbettii nervosi, su trascinamenti di sillabe da canto funebre o da ululato.
I testi sono arcani e visionari, si muovono tra oscuri paesaggi di campagna e paludi, scaturiscono quasi da forze ctonie: in “Monster In The Town”, costruita su quattro segmenti melodici diversi, Tilbury sembra posseduto quando canta di vagabondaggi notturni («where did you go inside the night?») e dolori esasperati («dont’ drown in the rain falling from my face»). Pezzo sinistro come pochi, ma bellissimo, nel suo essere dissociato e dolente, persino teatrale nella terza sezione.
Le canzoni raramente seguono una struttura regolare: per lo più si perdono zigzagando nel labirinto delle note, prendendo all’improvviso sentieri nuovi. D’altronde non è l’aspetto compositivo del disco a colpire: Tilbury non estrae dal cappello neppure mezza melodia memorabile, tranne forse in un paio di fugaci passaggi dove la voce sfiora il pianto (“Barnaby”). Più spesso i pezzi procedono per note cantilenate che seguono il fingerpicking (eccellente “She’s Been Living In The Corn”), o per guaiti disturbati (“I, Dancing Bear”), ancora, al limite del funerario. A colpire, semmai, è la potente capacità evocativa, mirata, senza falle. Ombrosa.
E si capisce, insomma: c’è poco di felice in queste canzoni. Anzi: niente. “Mannequin” è un desolato lamento sull’orlo dell’abisso (c’è qualcosa di Jónsi dei Sigur Rós in qualche impennata vocale), nudo e freddo, a dare il senso di un isolamento disperante e quasi disumano («I will spend my time dancing with a mannequin»). E tutto questo gemere senza struttura può dare ai nervi, o al limite trascinare nell’abisso. Ma anche affascinare come poco altro.
Provateci: forse voi riuscirete a capirlo prima dei cento ascolti se questo disco è bello o no. Io ho capito soltanto che da un po’ di tempo non riesco a farne a meno.
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