R Recensione

7/10

Procol Harum

Broken Barricades

È l’opera che ascolto più volentieri fra le tante della gloriosa e pionieristica formazione inglese, per il fatto che il peculiare stile pop sinfonico per cui i Procol Harum sono passati alla storia viene, in questa che è la quinta loro uscita discografica, costretto a convivere ed anzi messo in minoranza da massicci innesti di rockblues bianco, quasi hard.

A favore di tutto ciò premeva, da sempre, il chitarrista Robin Trower, riuscendo di disco in disco ad acquisire sempre più importanza in seno al gruppo, ma determinando alfine quel reciproco malessere che verrà poi risolto con la sua dipartita, avvenuta proprio all’indomani della pubblicazione di quest’album.

Trower firma qui ben tre pezzi su otto, due di essi li canta pure e insomma scorrazza per il disco in lungo e in largo, per la prima ed ultima volta nei Procol ed ancora a mezzo della sua Gibson Les Paul, strumento che subito dopo abbandonerà per sempre a favore della Fender Stratocaster, più adatta ad emulare le nuances sonore del suo idolo Jimi Hendrix. La scelta di mettersi in proprio, all’indomani di quest’album, con un power trio di sapore hendrixiano porterà a Trower meritoria fama e un imprevedibile successo commerciale, entrambi stemperatisi via via negli anni, fino all’attuale, circoscritto status di culto presso bluesologi e addetti ai lavori, specie se chitarristi.

Questa temporanea evoluzione verso la chitarra nella musica dei Procol Harum è consentita anche dall’abbandono, concretizzatosi già nel precedente album “Home”, del grande organista Matthew Fisher, il cui suggestivo e melodicissimo lavoro all’Hammond costituiva un punto fermo nel sound della formazione, almeno della stessa importanza della vigorosa voce del leader e pianista Gary Brooker. Basti pensare, a proposito, quanto sia stato essenziale il suo tema d’organo bachiano per le fortune della storica “A Whiter Shade Of Pale”: quasi un’altra canzone dentro la canzone, se è vero che il tribunale a cui i due si rivolgeranno in anni recenti delibererà, per questo evergreen, la salomonica suddivisione in parti uguali dei diritti d’autore.

Il sostituto di Fisher si chiama Chris Copping, il quale però non è un’organista significativo e si occupa essenzialmente del basso. Completa la formazione l’ottimo e potente batterista B.J.Wilson, lo stesso che tre anni prima aveva rifiutato una proposta di Jimmy Page per mettere su un gruppo con lui, John Paul Jones e un cantante ancora da trovare, preferendo continuare con questo progetto… Meglio per Page e per noi, col senno di poi, ma anche questo Wilson era molto bravo.

La partenza del disco non ha nulla dei tipici Procol Harum: un riffone nodoso di Trower squarcia il silenzio, tracciando un’atmosfera incredibilmente simile alla celebre “Aqualung” dei Jethro Tull, od anche alla fantastica “25 Or 6 To 4” dei Chicago (il timbro grasso e maschio della Les Paul è quello, inconfondibile). Questa “Simple Sister” d’apertura quindi sorprende, essendo più della pasta dei Free e dei Ten Years After che dei proverbialmente sinfonici e protoprogressivi Procol Harum, in ogni caso il dotato Gary Brooker se la cava più che bene al canto, pure in questo ambito prettamente hard rock, mostrando di essere capace anche di urlare. Alle sue evoluzioni pianistiche invece è stato proprio rubato il proscenio, ma gli accadrà altre volte nel corso del disco.

Certo non nella seconda canzone, quella che intitola l’album e segna un (temporaneo) ritorno alle classiche atmosfere dei Procol: lirico arpeggio di pianoforte e voce stentorea e distesa, per un ondeggiante walzer in tre quarti che però si “raddrizza” ritmicamente nel ponte, un po’ alla maniera dei Beatles. Questa, nonché la quarta traccia “Luskus Delph” resa estremamente romantica dall’accompagnamento orchestrale e poi addirittura sconcia da un testo pornografico, sono i due unici episodi autenticamente e classicamente Procol Harum presenti in scaletta.

Incastonata fra di essi è la prima composizione di Trower Memorial Drive”, che spicca invece per un’incredibile affinità con quel southern rock allora circoscritto agli Allman Brothers, e da lì a qualche anno divulgato da Lynyrd Skynyrd e tante altre band: boogie rock all’americana dunque per l’occasione, da parte degli inglesissimi Procol Harum, con Brooker piuttosto convincente in una performance canora strascicata e ubriacona (del resto il futuro gli riserverà, per alcuni anni, il ruolo di pianista e compagno di bevute di Eric Clapton…).

È chiaro come Trower cerchi ancora la sua strada, comunque impregnata nel blues. Nel brano di chiusura “Poor Mohammed” ad esempio suona una slide guitar estremamente aspra, che doppiata alla sua voce rugosa e sporca fa assomigliare il tutto alle future cose del prode George Thorogood (cinque anni prima dell’effettivo debutto di quest’ultimo sulla scena musicale).

Il terzo suo pezzo è comunque un vero e proprio omaggio a Jimi Hendrix, con il quale i Procol Harum avevano avuto occasione di condividere il palco l’anno precedente, occasione per Trower di rimanere completamente stregato dal talento del meticcio di Seattle. “Song For A Dreamer” si ispira direttamente all’immortale “Third Stone From The Sun” di Jimi, giacchè è grosso modo il suo celebre riff che, smembrato e sfilacciato con variazioni, viene immerso in tutto l’armamentario psichedelico di echi ribattuti, riverberi al contrario, effetti leslie eccetera. Un atto dovuto per Robin, il punto di partenza di tutta la sua carriera da quel momento fino ad oggi.

Molto carina “Broken Failure”, ispirata ad un reale accadimento occorso al gruppo, l’improvvisa sospensione della corrente elettrica durante un concerto. Come talvolta succede, il batterista ne aveva approfittato per partire in assolo, solo che il blackout si stava protraendo e dopo venti minuti gli si era esaurito il repertorio… Gli vennero in aiuto i compagni, asportando un pezzo del suo kit alla volta mentre ancora suonava, fino a lasciarlo a percuotere con le bacchette nient’altro che il proprio seggiolino: grande humour e grande successo, quella sera! Il brano di questo disco che lo celebra, pur di durata normale, presenta proprio un efficace ed originale intermezzo alle percussioni del povero (se n’è andato nel 1990) B.J.Wilson, un musicista estremamente creativo e preciso.

Ultima canzone ancora da commentare “Playmate Of The Mouth”, anch’essa con un suono molto americano come “Memorial Drive”, ma poi infarcita di tromboni piuttosto dilettantistici che le conferiscono un’atmosfera da pub, ancora una volta straniante rispetto all’immagine lirica e solenne del gruppo.

L’abbandono di Trower dopo queste registrazioni determinerà una restaurazione dei vecchi equilibri, con i Procol Harum di nuovo unicamente alle prese col loro caratteristico pop sinfonico e barocco, il quale però diverrà assai stucchevole, non potendo più avvalersi né dei panciuti accordi ed arpeggi dell’Hammond di Fisher, né delle vibranti e fuorvianti stilettate della solista di Trower.

Potevano dare di più i Procol Harum, specie date le premesse ed il folgorante inizio di carriera, ma erano male amalgamati e lo dimostra proprio questo disco con le sue repentine variazioni di genere, pur se utili in questo caso a lasciare un ricordo più dinamico del gruppo e a mantenerne interessante l’ascolto. È l’effetto tipico dei dischi di transizione, quale dev’essere considerato “Broken Barricades”.

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Voto degli utenti: 6,7/10 in media su 3 voti.
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C Commenti

Ci sono 3 commenti. Partecipa anche tu alla discussione!
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TheManMachine (ha votato 8 questo disco) alle 15:51 del 30 dicembre 2008 ha scritto:

Sì questo è un album molto bello, me lo sono andato a riascoltare sull'onda delle suggestioni offerte da questa tua recensione. In risalto l'alternarsi di soffuse e soavi ballad e pezzi dal piglio decisamente hard rock. Il suono della chitarra di Robin Trower è davvero emozionante!... Procol Harum è una band che ha fatto un sacco di bella musica, restando fatalmente e ingiustamente imprigionata nella fin troppo celebre "A Whiter Shade Of Pale". Comunque il loro album che preferisco, vero gioiello secondo me, in cui stabiliscono nuove e mai più ripetute coordinate per il Progressive, è "Shine On Brightly"... Buon Anno a te, Pier, a tutta SDM!

Totalblamblam (ha votato 5 questo disco) alle 14:23 del 6 febbraio 2009 ha scritto:

troppo progressive inutile su sto sito LOL

disco per me fiacco l'ho rivenduto

4 stelle neanche morto

siamo sulle 2 e mezza per essere generosi

Utente non più registrato alle 13:58 del 14 dicembre 2012 ha scritto:

Gruppo seminale...li ho praticamente tutti...