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R Recensione

8/10

Matana Roberts

The Chicago Project

Il disco dell’anno lo scopri sempre qualche anno dopo. E’ una maledizione, è la storia che si fa beffe di noi che viviamo con l’ossessione di inseguire e di giudicare la contemporaneità in tempo reale. Senza neanche fermarci a riflettere.

Mi sbilancio: “The Chicago Project”, pubblicato nel 2008 da quella Matana Roberts che un paio di lustri più tardi mi ha sezionato i ventricoli cardiaci fino a cavarci sangue bollente, è uno fra i dischi jazz più importanti dell’ultimo decennio, e non solo IL disco jazz del 2008.

A tal proposito, mi sbilancio ancora: ci stanno massacrando.

Chi? Gli afroamericani. O meglio, la musica di origini afroamericane, a prescindere da chi si mette a suonarla. Non credo di aver mai potuto cogliere un simile divario qualitativo, in termini culturali e semantici, fra i due centri gravitazionali. La siccità ha inaridito le fonti disseminate sul nostro territorio, mentre l’alta metà del cielo prospera (discretamente) rigogliosa. Il solco che ci separa è sempre più vasto e profondo, e sarà difficile recuperare terreno in tempi brevi per il pop bianco.

Scrutinandolo, si coglie una forma di parassitismo sempre più ingombrante, una pochezza di idee degenerata in un formalismo sempre più asciutto e stanco, che prova a rimediare al fiacco songwriting tramite la produzione. Senza successo. Le eccezioni non mancano, naturalmente, ma sul quantum loro ci stanno rifilando un distacco importante.

A me piace azzardare prospettive globali, per quanto inesorabilmente faziose, quando non zoppicanti, e quindi lancio il guanto di sfida. E ribadisco la tesi: ci stanno schiaffeggiando.

Matana è una capofila della rinascita women in black, è una leader.

The Chicago Project” non apre i vastissimi “post” orizzonti di “Coin Coin Chapter One”, e risulta meno poetico, meno sovraccarico di emozioni distillate. Più teso, più affine a una solida tradizione jazz, completamente strumentale, dominato dalla voce del sassofono.

Non molto inferiore, comunque, se è questo che vi spaventa, perché segna un tassello importante, regala punti preziosi ai nostri ispirati concorrenti e accresce il gap maturato nelle ultime stagioni.

Matana fruga fra i vinili impolverati del blues e del gospel, e quindi ne sposa la semplicità/intensità tematica a una visione d’insieme che deve qualcosa, forse molto, a Roscoe Mitchell e a Lester Bowie (il titolo mi rende facile profeta, e del resto Matana è nata a Chicago ed è membro dell'AACM; lo sono anche i suoi collaboratori, a cominciare dal sassofonista Fred Anderson). Il fitto dialogo fra gli strumenti a fiato annovera fra i padri spirituali le due menti dell’Art Ensemble of Chicago, ma si sfibra anche in un discorso che accarezza la furia mistica di John Coltrane.

Volendo banalizzare il discorso, il sassofono di Matana stende un ponte proprio fra il lirismo fiammante di Trane, il genio deviato di Ayler e il raziocinio architettonico di Roscoe Mitchell.

Exchange” è una suite frastagliata, chicagoana fino all’ultima battuta: il sassofono libera lastre di suono, poi gorgheggia solitario, quindi ti inonda di scintille e note sparse, mentre un basso magro e sornione si impegna per accentuare il dinamismo del brano, ora più convulso ora più ordinato. Una logica ferrea sorregge l’intera architettura, a suo modo equilibrata pur nell’enfasi esecutiva che caratterizza la performance, legata a logiche di natura free jazz.

For Razi” si apre con un solo di basso, ampolloso e suadente, che accompagna una dolce preghiera dello strumento cardine. Nei minuti finale un mesto chaos di evidente ascendenza Art Ensemble porta la musica a trasformarsi nell’aria, a un passo dal silenzio, leggermente disturbata da onde sinistre.

Le tre calorose versioni di “Birdhouse” lasciano in sordina gli strumenti chiamati a fare ritmo, mentre i due sassofoni ingaggiano un corpo a corpo a tratti febbrile, a tratti entusiasmante e fuori fase. Le due voci sembrano l’una indifferente all’altra, tanto che danzano su ritmi diversi, salvo intrecciarsi sporadicamente per riannodare i fili del brano. Non è semplicissimo cogliere le sfumature di Matana, ma una volta entrati in stato di trance (a questo porta l’iterazione di alcune cellule melodiche) il godimento è assicurato. Struttura e atmosfere a sprazzi echeggiano barlumi di rigore parkeriano, e del resto –anche qui – il titolo stende un tappeto rosso verso il nome del padre spirituale.

Thrills” possiede un calore degno delle funzioni liturgiche nere, la batteria suda e progetta senza tregua, la chitarra spinge morbida il brano verso il climax, il sassofono dal tono un po’ beffardo guarda ancora a Roscoe Mitchell (e pure a Ornette Coleman), anche se imbastisce un discorso più lineare e meno arzigogolato. “Love Call” si spinge dentro i meandri del solipsismo ayleriano, sorretta da un’ispirazione non troppo lontana da quella che irrobustisce – per fare un esempio – la altrettanto solitaria “Hambone” di Archie Shepp.

Come dicevo, rispetto al capolavoro in fieri, Matana è più incline alla tradizione free, omaggia e interiorizza, osa un filo meno. Ci lascia però frammenti di poesia afroamericana sublime e graffiante, lascia intravedere nella foschia le sublimi intuizioni prossime a venire.

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