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R Recensione

9/10

Matana Roberts

Coin Coin Chapter Three: River Run Thee

Ecco a voi due pietre miliari (vere, qui l'espressione non la usiamo a sproposito): prima cosa, l'AACM è praticamente la miglior "etichetta" indipendente mai apparsa nel mondo della musica, anche se naturalmente non si tratta di un'etichetta; seconda, Matana Roberts è una gigante della musica contemporanea.

Mi gioco la collezione di dischi free jazz che fra vent'anni parleranno ancora di come lei (o anche un Colin Stetson) abbiano saputo radicalizzare - in una prospettiva sfacciatamente proiettata verso il futuro - l'idea stessa sottesa al concetto di jazz e a tutto ciò che gli gravita attorno.

La Roberts è al quarto disco da leader e non ha sbagliato davvero nulla, mostrando anzi un coraggio e una visione d'insieme proibitivi per quasi tutto il resto del pianeta.

Riassumendo in poche righe, in cinque anni Matana è passata dal free jazz scuola Art Ensemble of Chicago meets Albert Ayler&John Coltrane del debutto al gospel dilatato e incendiario di Coin Coin Chapter Two, passando per il suo capolavoro sommo, quel Coin Coin Chapter One che porta il free jazz a celebrare il matrimonio definitivo con l'estetica post-rock. Il tutto, senza dimenticare la voce stralunata e pungente del blues primordiale, capace di tenere la musica sempre con i piedi per terra, di consolidarne l'impatto fisico.

Ora (sono passati 7 anni dal primo disco) siamo al terzo capitolo di una saga (quella Coin Coin) che, per i sottoscritti, è a suo modo già storia.

Coin Coin Chapter Three: River Run Thee è il lavoro più ambizioso e complesso della Roberts, sino a oggi.

Chapter Three, come molti fra i dischi migliori, non è facile da etichettare.

L'impalcatura jazz crolla, anzi si dissolve nell'acqua, fino a diventare quasi irriconoscibile. Matana riparte dalle impressionanti sfide in solitudine degli anni '60 e '70 (George Lewis, il solito Anthony Braxton, Wadada Leo Smith, Roscoe Mitchell) per compiere un passo ulteriore.

Come i padri, anche lei balla da sola: eppure il suo sound non è mai stato così saturo, corposo, a suo modo ancestrale.

Il terzo capitolo è tanto denso quanto inafferrabile; è arioso come il post-rock più intrepido, eppure si squarcia in passaggi segnati da contrasti drammatici.

La gestualità materica del capitolo primo tende a sfumare, a farsi aria: il jazz incontra il minimalismo e la musica ambient, forse addirittura l'estetica warp-versante oscuro e rumorista (la stralunata A Single Man'O War; oppure All is Written: sfido chiunque a incasellare dentro un "genere", un brano simile, dove sembra di ascoltare i Labradford che rifanno Albert Ayler, o qualcosa del genere); il sassofono diventa suono puro, si fionda sopra una nota per cavarne ogni possibile umore. Le trame diventano ieratiche, stridenti, perse dentro un universo dove il movimento e il tempo sembrano scomparsi nel nulla, e questo vale anche per i pezzi in cui si riconosce, in filigrana, qualche spunto melodico più jazz-oriented (le splendide evoluzioni del sassofono contralto in Dreamers of Dreams).

Altri aspetti nodali: la voce, e anzi le voci della Roberts, diventano uno strumento. Lei declama, parla, oppure si sfibra in blues lacerati che vibrano di una irrequietezza stordente (la performance straodinaria di Say My Name è pura metafisica): la cosa meravigliosa è che tutte queste operazioni le riescono in contemporanea, perché i brani sono costruiti a pannelli, in modo tale da alterare il normale rapporto spazio tempo (l'impressionante immobilismo nasconde in realtà un'infinità di microeventi in movimento spasmodico). Una musica per immagini, quadri di un'esposizione contemporanea, fields recordings (Alan Lomax sarebbe impazzito di gioia), un magnetofono puntato verso l'America rurale, il paesaggio desolato e desolante della segregazione.

Sembra quasi di scorgere, penzoloni, l'ennesimo cadavere di negro linciato, il cui sangue gocciola e riapre le ferite di un popolo oppresso, martoriato, calpestato, eppure vivo, pulsante; la su menzionata All is written sembra provenire da un'altra dimensione, perché è un grido lacerato che evoca il Tim Buckley di Lorca e Starsailor, oppure la Nico di Desertshore, e quindi gli abissi dell'anima, il terrore metafisico.

Uno stream of consciousness sonico, eppure immaginifico: si fanno strada, tra droni musicali ed iterazioni funebri, i discorsi di Malcom X, pianti e grida di bambini, i suoni dei tumulti, delle barricate, non importa sei si tratti di Watts, Harlem o il Mississippi: il tutto è parte della musica e la musica è parte del tutto.

Un disco visionario, a tratti quasi patafisico, espressionista - si ascolti il salmodiare di "Always Say Your Name" con quel sax ieratico, un Anthony Braxton che scioglie le maglie dell'improvvisazione, condensando significato e significante, musica concreta, musica liquida, che sfugge ad ogni classificazione.

Oppure "Nema, Nema, Nema" con quelle tastiere spacey, su un tappeto ambient e di nuovo quel sax che sembra spuntare dal nulla, da una brughiera o da una palude.

Declamatorio, interlocutorio, eppure vivo, presente, troppo vero, troppo presente a se stesso: L'uomo contemporaneo messo di fronte agli errori della sua storia, ai soprusi, alle prevaricazioni. L'uomo che non è più in grado di scorgere l'altro da se', rinchiuso nella sua torre di indifferenza ed incomunicabilità, ove il passato e la consapevolezza della propria storia e dei propri errori sia l'unico mezzo di catarsi, di riappropriazione di se'.

Qui si fa la storia, il gesto immanente, il qui ed ora. Lasciatevi cullare da questo flusso stordente, eppure così suadente, di questo racconto in musica, ne uscirete inebriati, ritemprati. Facciamo nostra una frase letta da qualche parte in merito a Tilt di Scott Walker: dopo averlo ascoltato, il resto sarà puro intrattenimento.

Al prossimo capitolo, ovvero brandello d'anima.

V Voti

Voto degli utenti: 7,1/10 in media su 8 voti.
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Lelling 6,5/10

C Commenti

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OlioCuoreNero (ha votato 9 questo disco) alle 13:13 del 20 febbraio 2015 ha scritto:

Disco della Madonna. Ottima anche la recensione, non era facile!

Paolo Nuzzi, autore, alle 14:20 del 20 febbraio 2015 ha scritto:

Grazie mille, lieto ti sia piaciuta

hiperwlt alle 21:19 del 20 febbraio 2015 ha scritto:

Sontuosi, Francesco e Paolo. Distante anni luce da questi suoni, ma per un nove argomentato così è obbligo provarci.

Dr.Paul (ha votato 5 questo disco) alle 21:57 del 20 febbraio 2015 ha scritto:

la rece è veramente ben curata!! i brani linkati nel video invece sono la più grande rottura di palle mai sentita, al confronto "metal machine music" o "trout mask replica" sono piacevoli filastrocche!

Paolo Nuzzi, autore, alle 10:05 del 21 febbraio 2015 ha scritto:

ahahahahaha! Vabbè dai, non proprio il disco ideale per radersi al mattino, però fossi in te, qualche ascolto glielo concederei

FrancescoB, autore, alle 22:05 del 20 febbraio 2015 ha scritto:

Eh Paul mi sa che qui devi proprio aggirare di netto, non ci troverai nulla di interessante per te. Per me comunque MMM è pesantissimo eh

FrancescoB, autore, alle 10:21 del 21 febbraio 2015 ha scritto:

Al di là del voto, per me è di una potenza "lirica" ed evocativa enorme...Certo non è un disco facile, però secondo me neanche così allucinante, ho ascoltato molto di peggio sinceramente, in termini di fruibilità: MMM del mio idolo Reed in tal senso è un bel esempio. ...TMR invece lo trovo da sempre spettacolare e anarchico nel miglior senso possibile, quindi il paragone in termini di "peso" lo accetto

fgodzilla alle 15:36 del 23 febbraio 2015 ha scritto:

mmm ma non e' che il sito pian piano si sta trasfromando in recensiamo solo o quasi Jazz ...........

FrancescoB, autore, alle 17:22 del 23 febbraio 2015 ha scritto:

Non direi, siamo in pochi a seguire il genere, e per fortuna la varietà è da sempre uno dei nostri punti di forza

fabfabfab (ha votato 9 questo disco) alle 23:07 del 23 febbraio 2015 ha scritto:

Ma che Dio li benedica, sti portatori sani di Jazz!

fgodzilla alle 12:32 del 24 febbraio 2015 ha scritto:

no no lungi da me fare della polemica e' che nell utimo periodo le rece sono state molto jazzy oriented

detto questo god save storia della musica !!!!

FrancescoB, autore, alle 14:42 del 24 febbraio 2015 ha scritto:

Eh dipende un po' da quanto scriviamo noi sostenitori, direi che l'alternanza fra i generi in tal senso è proprio casuale

Paolo Nuzzi, autore, alle 9:16 del 25 febbraio 2015 ha scritto:

Beh diciamo che mi sento in parte responsabile, visto che sono un malato in fase terminale di jazz, abbiate pazienza

fgodzilla alle 10:49 del 25 febbraio 2015 ha scritto:

si lo so ma non e' che potevo accusarti cosi e dire a Nuzzi mo pero' hai stufato non e' polyticallycorrect ed essendo io una personcina molto a modo come avrai potuto notare sono rimasto MOLTO sul vago

Paolo Nuzzi, autore, alle 11:41 del 25 febbraio 2015 ha scritto:

ahahaha Grazie! Adesso ho un po' di recensioni rock-oriented da smaltire, quindi niente jazz per un po', ok? Besos

Dario Diem (ha votato 5 questo disco) alle 23:13 del 19 agosto 2015 ha scritto:

Non mi è piaciuto più di tanto, l'ho trovato un po noioso, metto 5 anche se avrei messo di meno, magari non mi è piaciuto perché non è nel mio stile.

woodjack (ha votato 9 questo disco) alle 22:28 del 28 dicembre 2015 ha scritto:

conosco anche gli altri chapter, per me questo è il migliore, il più ambizioso ma anche il più riuscito. Giustissimo il riferimento a Lorca, più che all'ultimo Walker (che tutto sommato riesce a suonare patinato anche dall'inferno), a me viene in testa una versione di Rock Bottom post-moderna. Secondo me ci sono anche un sacco di influenze "colte", non saprei dire quali (mi vengono in testa certi lavori anni '60 di Berio e Maderna a metà tra musica concreta ed elettronica, ma anche Nono nel trattamento del "coro", ma dubito che si siano ispirati a loro, chissà...), comunque c'è un equilibrio perfetto tra folclorismo primitivo, blues/jazz, contemporanea "storica", musica dronata, noise-ambientale (mi vengono in testa gli Yellow Swans). Discone, con un tasso di emotività non indifferente, d'accordo coi recensori, bravissimi.

Paolo Nuzzi, autore, alle 17:35 del 30 dicembre 2015 ha scritto:

Grazie per il commento pertinente ed appassionato. In effetti un po' di Luigi Nono ce lo sento anch'io, chissà se Matana lo abbia mai ascoltato? Grazie per i complimenti. Buon fine 2015 ed uno strepitoso abbrivio 2016!

OlioCuoreNero (ha votato 9 questo disco) alle 15:19 del 25 febbraio 2016 ha scritto:

Non ci sarebbe nulla di strano, credo. Maderna, Berio e Nono, in ambienti musicali colti, sono tra le poche personalità italiche ad essere note a livello globale. Un po' come la Pausini e Ramazzotti, del resto.

woodjack (ha votato 9 questo disco) alle 18:56 del 26 febbraio 2016 ha scritto:

Giusta osservazione. L'idea di Stockhausen guru della musica elettronica è un punto di vista molto da ascoltatore di musica rock-pop. In ambito "colto" (non mi piace l'espressione, ma così ci capiamo), lo Studio di Fonologia di Milano è importante tanto quanto quello tedesco. Anzi, l'elettronica colta italiana è sempre stata considerata (e io sono d'accordo) più consistente, varia e aperta dal punto di vista creativo (Stockhausen era pur sempre un post-darmstadtiano). La differenza è che la scuola di Colonia si è posta in continuità con quello che sarebbe accaduto in Germania in ambito pop, e da lì ha attecchito poi nella musica anglofona e persino italiana, col primo Battiato. Singolare appunto come un artista italiano come Battiato citi tra le sue influenze Castaldi, proprio un allievo di Stockhausen che integrò nel suo linguaggio elementi del concretismo francese e del dadaismo (dal primo Boulez), e non Berio o Maderna. Certo oggi dopo mezzo secolo di storicizzazione la situazione è cambiata, e in effetti è plausibile che artisti preparati conoscano tanto bene Nono o Maderna quanto Cage o Stockhausen, tanto più che negli States la nostra elettronica di più ampio respiro ha germinato tanto quanto quella autoctona. Maderna ad esempio è quello che ha portato l' "alea" (quella che chiameremmo "improvvisazione pilotata") ai livelli eccelsi, sicuramente un punto di contatto col jazz in senso lato.

OlioCuoreNero (ha votato 9 questo disco) alle 23:24 del 26 febbraio 2016 ha scritto:

Me cojoni. Avessi avuto più tempo l'avrei detto così anch'io.