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R Recensione

7,5/10

Matana Roberts

Coin Coin Chapter Two: Mississipi Moonchile

Nel 2011 Matana Roberts ha rovesciato nel solco profondo che separa la tradizione afroamericana dal post-rock di marca constellation una valanga di idee illuminanti. “Coin Coin Chapter One” è uno fra i dischi più entusiasmanti e disseminati di trovate geniali dell'ultimo lustro.

Chapter Two: Mississipi Moonchile” è il secondo capitolo della saga mirata a raccontare le gesta, le ferite e i percorsi tribolati degli antenati della sassofonista di Chicago. La Storia incontra la storia. La famiglia Roberts è l'America, l'opera di Matana è il resoconto di una faticosa emancipazione lontana dal completarsi, è un romanzo gravido di speranza e di spiritualità nonostante racconti più che altro delle cicatrici che deturpano l'anima e il corpo della musicista.

La Roberts continua a menare fendenti secchi e precisi alla mentalità WASP e ai Tea Party, e anche se non ridimensiona le proprie ambizioni, questa volta la sua musica torna a muoversi sulla terra e dimentica i post-astrattismi che rinvigorivano il capitolo precedente. E' un'intellettuale a tutto tondo, una studiosa animata da una passione irrefrenabile, e non solo una musicista eclettica e originale.

Chapter Two” è un po' l'“Attica Blues” del nuovo millennio, e anche se condensa meno trovate rivoluzionarie rispetto al capolavoro di Archie Shepp (che forse è il vero padre spirituale della sassofonista), rimane un disco mirabile. La Roberts si muove lungo i sentieri che ricollegano il blues del Delta, il gospel e la chiesa afroamericana, il jazz delle origini, il post-bop e  l'avanguardia degli anni '60, scovando la propria via verso la black music totale. Questo, fondamentale, è un lavoro trad-jazz impreziosito da idee scoppiettanti e da un potere evocativo imponente: e basta un ascolto all'introduttiva "Invocation" per assaggiarne un pezzo e restare folgorati.

La novità più incisiva, rispetto al passato, è che qui l'elemento spiritual diventa preponderante (la meravigliosa “River Ruby Dues” è una vecchia work song), e si colora persino di sfumature operistiche: merito di Jeremiah Abiah, cantante d'opera che presta il suo vocione magniloquente alla suite. Potrebbe sembrare un azzardo, e invece funziona a dovere.

Altra piccola ma decisiva sferzata: Matana riduce il numero di collaboratori, e utilizza un “semplice” sestetto, con tanto di pianoforte e ottoni come nella migliore scuola jazz, e così i dialoghi fra i fiati sono più lineari, più comprensibili, meno convulsi rispetto al passato. La Roberts, in ogni caso, non fa uso del solo sax alto, ma dimostra ancora una volta di saper sfruttare al meglio la propria voce, ricorrendo a espedienti ora tipicamente jazzistici (scat, sillabe dilaniate e movimentate su e giù per il pentagramma), ora chiaramente gospel.

Tirando le somme, posso dire di aver scovato un'altro fra i dischi dell'anno. E butto l'assioma: Matana ci mette più anima e cuore di quasi tutti i musicisti contemporanei, e li valorizza al meglio grazie a una cultura vastissima e a un'intelligenza brillante. Per tenere in vita il jazz non ricorre a un'umorismo graffiante e zappiano come i colleghi Mostly Other People Do The Killing, non si incaponisce dentro uno sperimentalismo tutto figure sghembe e onde di rumore. Eppure non suona meno moderna e irriverente: tanto di cappello.

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