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8/10

Eugenio Colombo

Tales of Love and Death

Salto a pie' pari l'introduzione per arrivare al dunque: dopo numerosi ascolti non ho ancora risolto l'arcano, e quindi non sono in grado di catalogare con precisione il genere di "Tales of Love and Death".

Posso solo dire che Eugenio Colombo, nel 1999, dà alla luce uno fra i lavori più complessi e interessanti del decennio, in ambito avant-jazz (o qualcosa del genere).

Facciamo un passo indietro: Colombo è un musicista romano classe 1953. Cresce nelle legioni alternative che regalano aria nuova alla capitale negli anni '70, e in effetti proviene dallo stesso giro di Massimo Urbani.

I due sono però sassofonisti e in genere musicisti (ma direi anche persone) di opposta estrazione: Urbani vive un lirismo infuocato, sospinto da un'energia fisica incontrollabile, e sceglie di percorrere la strada che porta da Parker a Coltrane, mettendoci molto del proprio (e di italiano). Urbani prorompe con vigore, è una geniale scheggia impazzita, un concentrato di puro istinto che sfugge alle maglie della ragione.

Colombo vive invece un lirismo arcano e più misurato. Il suo è un jazz che va incontro alla tradizione del Mediterraneo, su entrambe le coste: le sue arie evocano sia le suadenti melodie della tradizione italiana (in primis, quelle della lirica, specie in questo disco) che le peculiarità para-modali della musica araba. Colombo è ragione rigorosa che sublima l'instinto.

A conti fatti, il suo approccio alla musica afroamericana è fra i più originali e incatalogabili in assoluto, anche perché ai suddetti poli di riferimento deve aggiungersi quantomeno una (saltuaria) percussività più africaneggiante: se proprio vogliamo confezionare etichette senza scadere nel ridicolo, possiamo dire che Colombo suona un jazz dalle (dolci) sfumature boppistiche (con temi ampi, dilatati, valorizzati dal ricorso alle tecniche della respirazione circolare) che guarda al mediterraneo per arricchire la sua formula.

Colombo celebra il suo intelligente eclettismo in rituali magici: e "Tales of Love and Death", forse il suo lavoro migliore, colpisce subito proprio per questa precisa, calibrata multidirezionalità gestuale.

Personalmente, ho incontrato qualche difficoltà nel cimentarmi con le voci delle donne soprano che colorano il lavoro, Elisabetta Scatarzi e Masha Carrera, cui si aggiunge la mezzo soprano Micaela Carosi (la verità è che quella della lirica è una mia tara atavica, che fatico a perdonarmi).

Accantonata per un attimo la mia idiosincrasia, sono però riuscito a entrare in sintonia con il loro particolare mood, e ad apprezzare il contributo centrale delle tre voci alla riuscita del disco: è infatti fantastico il modo in cui disegnano melodi arabeggianti con naturalezza, giocando con le variazioni microtonali, liberando note lunghe e ieratiche. Le voci a tratti sembrano quasi immobili, eppure il loro movimento minimale (e quasi impercettibile) è un elemento cruciale, regala all'opera un respiro più ampio. Non che manchino disegni melodici più complessi e propriamente "lirici", in senso classico (gli splendidi interventi di una "Tunc", oppure i numeri ecezionali disseminati fra "Incipite Domino" e "Venite Assur", brani in cui il loro interscambio e il gioco interpretativo si fanno abissali).

Gli altri componenti dell'ampia formazione non sono da meno: Colombo è maestro del flauto, e negli ariosi e prolungati solo di una "Little Indians" effonde una poesia leggera, quasi luminosa.

Le sue performance con sassofono alto e soprano (strumento poco utilizzato anche nel jazz, con le importanti eccezioni di Steve Lacy e di John Coltrane) non sono meno ampie e rituali: qui emerge nitida tutta la differenza, in termini di cifra stilistica, con l'amico Urbani.

Massimo è un lanciafiamme che ti apre l'anima in due, Colombo una ventata d'aria fresca: meno dirompente, forse, ma non meno accattivante.

Batteria, contrabbasso e pianoforte sono nelle mani di riconosciuti maestri (Bruno Tommaso, Ettore Fioravanti, Gianni Lenoci), e sposano l'ottica impressionista, dalle tinte pastello, del leader: tutti i brani lasciano piacevolmente sorpresi per la loro naturale flessibilità.

I pezzi possiedono in sostanza una limpida vocazione melodica, un'armonia fra le parti facilmente leggibile e godibile, e questo rende accessibile la loro complessità.

Piccolo dettaglio che tale non è: Colombo costruisce quasi tutto il complesso lavoro sulla continua rielaborazione di due sole composizioni, "Toxon" e "Giuditta", affidate dalle voce delle suddette cantanti liriche, che cavano dai temi ogni possibile umore.

Concludo: lavoro ancestrale, obbligatorio per tutti coloro che vogliano cimentarsi con una visione del jazz semplicemente differente.

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