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R Recensione

8,5/10

Sonny Rollins

Freedom Suite

Pochi uomini nella storia del sax possono vantare un posto d’onore paragonabile a quello di Sonny Rollins. La qualità del suo fraseggio e l’innovatività delle sue improvvisazioni hanno segnato la storia del jazz. La sua musica è stata un bacino capace di raccogliere la tradizione dello strumento e assieme ad aggiornarla mirabilmente, grazie ad una straordinaria personalità artistica e un virtuosismo notevole. Tali meriti lo rendono, a mani basse, il più grande sassofonista degli anni cinquanta. Ma chi era questo musicista prima dell’incisione di “Freedom Suite”?

Inizialmente il tenorsassofonista Sonny Rollins fu di certo uno di quelli che, come si dice, capitano nei posti giusti. Pur con uno stile lungi dall’essere maturo, il giovane Sonny fu infatti richiesto dai più importanti solisti del momento, da Bud Powell a Miles Davis, da J. J. Johnson a John Lewis. Una delle prime prove del suo talento è la sua “Airegin” (’54), nel complesso di Davis, ma anche “The Way You Look Tonight”, con Thelonious Monk, dove si può apprezzare - come fa notare il buon Polillo - la sua capacità di reinterpretare e trasfigurare un tema romantico eliminando ogni sentimentalismo; più “autenticamente romantica” sarà piuttosto “Silk ‘N’ Satin”. Seguirà un apprendistato nel complesso di Max Roach che si rivelerà cruciale per la sua arte improvvisativa, dove fra le altre cose svilupperà una particolare accortezza per la disposizione delle pause nei suoi assoli. Non a caso poco tempo dopo (nel ’56) troverà la quadratura del cerchio, proprio in compagnia di Roach (più basso e pianoforte), con “Saxophone Colossus” – peraltro uno dei dischi più celebri del jazz. Seguiranno altri saggi di fenomenale bravura, come “B. Quick”, “Decision”, “Reflections”, un altro bel brano a fianco di Monk – con cui peraltro collabora nello storico “Brilliant Corners” – e “It Could Happen to You”, questo senza accompagnamento alcuno. Tuttavia il più importante album di transizione fra i suoi due capolavori è “Way Out West”. 

Eccoci quindi al fatidico “Freedom Suite”. Rollins è accompagnato da Roach alla batteria e al contrabbasso da Oscar Pettiford – questa probabilmente la partecipazione più importante nella sua carriera, assieme a quella nel “Corners” di Monk. Quindi, sax e sezione ritmica, nulla di più; del resto suonare con meno accompagnatori possibile gli è sempre parso l’ideale, a Sonny. Il primo lato è interamente occupato dalla storica title-track: “The Freedom Suite” ha vari aspetti che la rendono un passaggio obbligato per la storia del jazz. Anzitutto l’aspetto politico: questo è il primo brano jazz dove grande musica si fonde con le pretese politiche, formando come un tutt’uno indissolubile. Le note di copertina sono decisamente esplicite a riguardo (difatti saranno presto censurate): “L’America è profondamente radicata nella cultura Negra: il suo gergo, il suo humor, la sua musica. Quale ironia che il Negro, che più di ogni altro può rivendicare la cultura americana come propria sia perseguitato e represso, che il Negro, che ha esemplificato l’umanità nella sua forma più autentica, sia ricambiato con la disumanità”. Sonny aveva infatti preso a cuore la causa dei suoi fratelli afroamericani, che sotto la guida carismatica di Martin Luther King stavano rivendicando i loro diritti in un’America profondamente segnata dal razzismo e disastri sociali fra le “razze”. Già questo si rivelerà molto significativo, perché spingerà altri illustri musicisti a fare lo stesso, si pensi ad esempio Charles Mingus e la sua “Fables of Faubus”, ma lo stesso Max Roach rimarrà particolarmente colpito dall’esperienza, tanto che da lì a un paio d’anni registrerà come leader un altro dei capolavori del jazz, “We Insist!”. Certo che anche dal lato strettamente musicale le soddisfazioni non mancano: “The Freedom Suite” vede infatti un Rollins all’apice delle sue possibilità compositive, una suite divisa in cinque parti, nonché esecutive: il suo sax è ora freddo e coerente, ora singhiozzante, ora disarticolato, ora affrettato; insomma, la suite riesce a sfoggiare tutte le qualità del leader senza farne una questione di esibizionismo. Un capolavoro tout court, insomma. Il resto del disco è composto da (ottime) covers, a riprova del profondo rispetto di Sonny per il passato – anche quando veste i panni del brillante innovatore. In particolare, segnalo la romantica “Till There Was You”, e la fumosa, spettrale, “Shadow Waltz”.

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zagor alle 22:02 del 5 luglio ha scritto:

E bravo Gennarino.