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R Recensione

10/10

Otis Redding

Otis Blue - Otis Redding Sings Soul

Lo ammetto, a volte ci ricasco, e da grande appassionato di musica nera, con la fissazione per listoni e classifiche, mi domando: qual è il più grande disco soul di sempre?

Ok ok ne sono consapevole, “domanda inutile” direbbero Battisti e Mogol, domanda cui forse è meglio non rispondere, evitando così di arrovellarsi sulla vetusta questione soggettività/oggettività, o peggio ancora di perdersi in guerre fratricide ed arringhe avvocatesi in favore di questa o quell’altra teoria. Forse è meglio limitarsi, più umilmente, a parlare per sé, reprimendo l’esigenza di ricorrere ad assolutismi che sempre mal si conciliano con la musica: ecco, se mai dovesse importare a qualcuno, mi limto allora a dire che per il sottoscritto “Otis Blue” di Big O - al secolo Otis Redding - è il più grande compendio di musica soul mai apparso sulla faccia del nostro pianeta.

Affermazione piuttosto impegnativa, non v’è dubbio: ma mai come in questo caso le prove a sostegno della tesi accusatoria sono schiaccianti, inequivocabili, pesanti come macigni. Breve excursus: Otis, nel 1965, quando pubblica il capolavoro assoluto della sua vita, è poco più di un ragazzino, ma già vanta diversi LP ed una serie spiazzante di singoli capaci di mettere a soqquadro il mondo del soul. Singoli che, iniziando con l’immortale e celeberrima “The Dock of the bay”, hanno impresso una svolta decisiva alla musica nera, prendendo spunto dal genio di Sam Cooke e guardando persino oltre; definendo il concetto stesso di “suono Stax”, e coniugando poi la sua abrasività rhytm’n’blues con la dolcezza/malinconia del doo wop, rileggendo (anzi, reinventando) mille classici diversi, sfondando in tutte le classifiche e soprattutto in Gran Bretagna, il paese che gli tributerà un omaggio enorme un attimo prima della tragica e prematura fine.

Ecco, grandissima ammirazione e rispetto per una simile carriera, mi pare doveroso e financo scontato. Ma rimane il fatto che, per chi scrive, “Otis blue: Otis Redding sings soul” è un’altra cosa, è altro persino rispetto a tanta grandezza. È la sublimazione di almeno due decenni di storia della musica afro-americana, ed è pure l’affresco di un’epoca in cui si avvertivano i primi sintomi della rivoluzione (forse effimera, ma in ogni caso epocale) alle porte. È l’opera che condensa nelle sue 11 composizioni molti fra gli spunti offerti dal decennio precedente, e quindi non solo Ray Charles & C., ma pure tanto blues elettrico (anche in versione british), echi country e pop luccicante. “Otis blue” è anche e soprattutto una raccolta di canzoni straordinarie: alcune portano la firma dello stesso Otis, altre sono riprese dal meglio messo a disposizione dalla contemporaneità. Ma sembrano tutte sue, perché Big O non si limita ad incidere banali cover, bensì reinventa di sana piana tutto ciò che gli capita a tiro, modificando l’arrangiamento, rileggendo in maniera nuova e “libera” la melodia; nonché, soprattutto, arricchendo e colorando ogni singola nota con la sua voce. Una voce tremula, rauca, eppure capace di delicatissimi voli e di fraseggi malinconici, quasi a definire, completare, rendere immortale il concetto stesso di voce soul, forse di voce nera tout court.

Big O vantava peraltro gusti sopraffini, e la capacità di scegliere e rendere ancor più immortali pezzi già di per sé eccezionali: si prenda quale esempio la sua versione di “Change is gonna come”, una fra le più grandi e celebri canzoni di protesta di sempre (con un impatto sulla scena musicale e sociale avvicinabile a quello di “Strange Fruit” di Billie Holiday, di “Blowin’ in te wind” di Bob Dylan, o se vogliamo delle prime liriche di Fabrizio De Andrè in Italia), che riesce a mettere in secondo piano persino l’originale del suo massimo idolo, Sam Cooke. Perché la magia di Otis è anche più grande, in alcuni momenti la sua voce lacerata e tenue si fonde con i fiati quasi fossero uno strumento solo, e ne esce un’alchimia unica, mentre quel ritornello così arioso e “vagabondo” non teme rivali. Non è il solo omaggio di Redding a The Man Who invented Soul: c’è pure la meravigliosa “Wonderful World”, forse il pezzo in assoluto più celebre di Sam (tutti ci siamo trovati, almeno una volta nella vita, a canticchiare “Don’t know much about history/ Don’t know much about biology/ Don’t know much about a science-book/ Don’t know much about the French I took/ What I do know is that I love you/ And I know that if you love me too/ What a wonderful world it would be ”). E c’è pure la scanzonata e danzante “Shake”.

Altra citazione doverosa: la stupenda “My girl” dei Temptations. Anche qui, la versione di Otis regge a pieno il confronto, ed anzi forse riesce nel miracolo di superare l’originale. In ogni caso, si tratta di uno fra i pezzi più goduriosi di sempre: il giro di basso introduttivo, con il suo incedere caracollante, porta ad una strofa giocosa che si perde in un ritornello senza tempo, in puro stile Motown. Ecco, Otis qui realizza la perfetta fusione fra i due mondi (Stax e Motown), fra la visceralità sudista e la compostezza più raffinata del nord, dimostrando che non vi sono barriere e steccati capaci di arginare la creatività più autentica. Quasi tutto ciò non bastasse, Redding piazza altre due cover senza tempo, ovvero riscopre il blues elettrico di B.B. King (“Rock my baby”) ed addirittura un celebre pezzo country come “You don’t miss your water”. Ma la grandeur di questo lavoro non risiede solo nelle cover, bensì anche (e non potrebbe essere altrimenti) nelle composizioni di Big O: la grintosa “Respect”, portata poi al successo anche da Aretha Franklin, è un antipasto gustoso alla leggendaria “I’ve been loving you”, ballata sospesa e senza tempo, in cui si avverte ancora una volta la forza decisiva della voce di Otis, che vive i pezzi più che di cantarli, grazie ad un timbro ruvidissimo eppure immerso nel più sfrenato romanticismo. “I’ve been loving you” è un walzer immortale, che ancora oggi non teme confronti, e forse la canzone più bella di tutta l’opera. Da menzionare, per completezza, anche un altro quasi capolavoro a firma Redding (“Ole Man Trouble”), così come la rilettura di “Down in the valley” di Solomon Burke, pezzo che solo qui dentro può apparire come minore, e dei Rolling Stones di “Satisfaction”. Credo sia sufficiente: se dopo aver letto tali e cotanti nomi non vi è sorta nemmeno la curiosità di provare “Otis blue”, vi auguro altri mille giorni di Pupo ed Emanuele Filiberto.

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Voto degli utenti: 9,4/10 in media su 13 voti.
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Cas 9/10
loson 8/10
krikka 10/10
sarah 9/10
Soul-Pop 9,5/10
gramsci 10/10
B-B-B 9,5/10
Lelling 9,5/10

C Commenti

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Cas (ha votato 9 questo disco) alle 0:06 del 8 marzo 2010 ha scritto:

STUPENDO!

loson (ha votato 8 questo disco) alle 0:27 del 8 marzo 2010 ha scritto:

Ahahah... Chiusura spettacolare, Francesco! Disco leggendario, compendio esemplare del soul di casa Stax, voce ovviamente possente. Personalmente non stravedo per Otis, per quel suo stile vocale spesso in bilico fra emozione "organizzata" e acrobazie in odor di spettacolo un po' fine a se stesso. Anche il repertorio qui proposto ha almeno un paio di cedimenti, secondo me: uno è "My Girl" (la versione dei Temptations è imbattibile!), l'altro è "Down In The Valley". Resta un album incredibile, su questo non ci piove.

Dr.Paul (ha votato 9 questo disco) alle 20:43 del 8 marzo 2010 ha scritto:

ho gia avuto modo di manifestare (nn ricordo dove forse sotto Gaye) il mio pallino per i dischi stax!! ottimi il disco e francesco!!

sarah (ha votato 9 questo disco) alle 13:32 del 24 marzo 2010 ha scritto:

"i' ve been loving you too long" è una delle mie canzoni del cuore....grande Otis.

Soul-Pop (ha votato 9,5 questo disco) alle 13:39 del 16 dicembre 2012 ha scritto:

Una divinità!