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R Recensione

7,5/10

De Curtis

Belli Con Gusto

Praticamente uno scherzo del destino, recitare come un mantra il votantonio in questi giorni dove l’Italia ha ampiamente confermato di meritarsi il peggio, con incrollabile costanza. Ma noi, si sa, tra un popolo bue e l’altro, preferiamo tirare fuori il dark side, la creatività nazionale beffarda e senza vincolo di mandato (aridaje), quello di cui realmente nessuno parla e che merita, in realtà, di essere ascoltato più a lungo possibile. Sembrano annoiati signorotti in vacanza a Posillipo, i De Curtis, nobili decaduti alla ricerca di una maggiore sovraesposizione in copertina e che in copertina, quella del second actBelli Con Gusto”, finiscono realmente per apparire. E magari la grande borghesia europea avesse imbracciato intenti pararivoluzionari con la concretezza e l’eclettismo di questi cinque signori: ne avremmo storicamente visto delle belle. Il succo del discorso è che, a due anni dall’apprezzato esordio “Baciami Alfredo”, questa strana miscellanea di ex Hell Demonio, Mingle e Rosolina Mar perviene ad un altro, grandissimo centro.

Diffidate dalle imitazioni: oramai i bei dischi si contraddistinguono per i bei titoli. Tra ironia e serietà, proprio non si può dire che i De Curtis non si siano risparmiati. Alla tracklist ulteriori enucleazioni. A noi, invece, la musica. Attorno al muscoloso, onnipresente sassofono di Luca Bronzato si snoda una complessa tessitura strumentale, figlia di uno spirito neo-progressivo solo vagamente visibile a tutto tondo (come nelle fluttuazioni acuminate che pungono l’andamento dinoccolato di “Gugol Bordello”, gran groove tra funk nostrano e tentazioni –core), tecnicamente disinvolta sino ai limiti del saggio accademico di bravura (sentite cosa si sviluppa tra gli esotismi plastici de “Il Principe Parlante”, definibile ska-math qualora realmente esistesse), ritmicamente accentuata sino a raggiungere livelli di assoluta prominenza (non c’è un briciolo di identità storica in “Senza Ombra Di Dub Io”, tutta tesa in un dialogo diacronico tra Kingston e Chicago). Il risultato, che ricorda quanto già sentito in progetti e presupposti contingenti – i primi che vengono in mente, e prossimi a tornare in scena, sono i Dilatazione di “The Importance Of Maracas In The Modern Age” – è straordinario perché riesce, con naturalezza invidiabile, a coniugare ricerca sonora e fruibilità d’ascolto, crossover imperioso e ricostruzione di nuove alchimie, quotation popolare e bacino intellettuale. Nelle viscere di “Sacro Cuore” giace una potenziale hit, con incastri in dissolvenza elettro/acustica e grasso apparato di ottoni: “Plastic Islands” rovescia ancora il discorso, con arpeggi western, vibranti violoncelli canterburiani ed un’interpretazione femminile, quella di Mae Starr dei Rollerball, essenziale e toccante; “Il Mio Natale Secco” è tragicomico soul rivisto in elevato tono jazz rock.

Non poteva mancare l’appello, chiaramente. Ed ecco che “Vota Antonio” si colora, realmente, di mille tinte, crescendo e decrescendo, come un brano post rock la cui strenna chitarristica viene rovesciata, sul più bello, da bassi ruzzolanti e da stoccate in punta di piedi, un valzerino con coda in 9/8, afflato prog che invita alle danze. La balera per i matematici. Belli sì, ma con gusto.

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